mercoledì, Luglio 28

La Gran Bretagna difende l’evasione fiscale sul petrolio africano Multinazionali costrette a pagare multe, ma gli inglesi non ci stanno

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Kampala – Il tribunale ugandese ha recentemente condannato la multinazionale petrolifera inglese Tullow al pagamento di 400 milioni di dollari relativi all’evasione fiscale compiuta durante l’acquisizione dei diritti di esplorazione dalla multinazionale Heritage con sede nelle Mauritius, avvenuta nel 2010. Nel aprile 2013 il governo ugandese ha vinto la disputa internazionale contro la Heritage sempre per evasione fiscale (434 milioni di dollari). La sentenza a favore dell’Uganda, è stata emessa dal Centro Internazionale per la Soluzione delle dispute sugli investimenti (ICSID) con sede a Londra. Queste due vittorie legali rischiano di aprire un nuovo capitolo nei rapporti tra le multinazionali petrolifere e i Paesi produttori di petrolio africani, sempre piú attenti a sfruttare l’enorme potenzialità di petrolio e gas naturale a beneficio delle proprie economie nazionali. I Paesi che presto potrebbero emulare l’Uganda sono Kenya e Tanzania, gli altri due giganti regionali del petrolio. Solo i governi della Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan sembrano al momento totalmente incapaci di far prevalere gli interessi nazionali a causa delle loro situazioni interne.

Il governo inglese ha deciso di prendere le difese della multinazionale Tullow tramite una tattica che prevede la colpevolizzazione dell’Uganda, facendo ricorso a opinion makers internazionali per creare un ambiente ostile nella opinione pubblica mondiale. Anche sul punto di vista legale il governo britannico sembra intenzionato a garantire la Tullow che ha annunciato di portare la disputa sull’evazione fiscale compiuta al tribunale londinese del ICSID. Vari esperti ed ambientalisti regionali, tra cui Abdu Katuntu membro del Forum Parlamentare sul petrolio e gas naturale a Kampala, sollevano forti dubbi di imparzialità del tribunale londinese e prevedono la forte possibilità che la Tullow vinca la causa a livello internazionale. Questo porrebbe l’Uganda nella difficile scelta di rispettare il verdetto internazionale a scapito dei propri interessi nazionali o di ignorarlo aumentando le fizioni con l’ex Master coloniale.

Il piano di difesa della Tullow è già stato avviato attraverso l’intervento della associazione Pricewaterhouse Cooper. Nel suo recente rapporto sulle attività petrolifere in Africa si afferma che le dispute legali sull’evazione fiscale possono compromettere il mercato del petrolio e gas naturale in Africa. Gli altri fattori a rischio sono: corruzione, infrastrutture e logistica inadeguate, mancanza di mano d’opera qualificata. Secondo Pricewaterhouse Cooper, il verdetto  sull’evasione fiscale a favore del fisco ugandese (Uganda Revenue Authority – URA) metterebbe a rischio il futuro dell’industria petrolifera dell’Uganda. La decisione della Alta Corte danneggerebbe direttamente non solo gli interessi della Tullow ma anche quelli delle multinazionali francese e cinese: Total e CNOOC. Il totale di investimenti fino ad ora stanziati pari a 8 miliardi di dollari e l’inizio delle attività estrattive (previsto per il 2016) potrebbero essere compromesse. 

Pricewaterhouse Cooper ricorda all’Uganda della incapacità di finanziare la fase produttiva delle sue riserve petrolifere senza entrare in partnership con le multinazionali internazionali che hanno sia l’esperienza che i fondi necessari. L’associazione consiglia all’Uganda di rivedere l’attuale politica di recupero dell’evasione fiscale assicurando un ambiente legislativo e condizioni fiscali attraenti per sviluppare la propria industria petrolifera. Il consiglio è allargato a tutti i paesi africani. Angelo Izama stimato attivista del Open Society Institute tenta di controbilanciare il rapporto PwC da lui definito una rozza propaganda occidentale per imporre la violazione delle regole fondamentali di una sana industria petrolifera quale l’obbligo delle multinazionali di pagare le tasse. Izama spiega dettagliatamente l’operato della Tullow in Uganda e nella Regione di Grandi Laghi. Angelo Izama è attualmente impegnato nella stesura di un libro bianco sulla storia dell’industria petrolifera ugandese destinato a creare un terremoto all’interno del governo ugandese e tra le multinazionali coinvolte nella febbre dell’oro nero. La Open Society è un istituto creato per la sorveglianza dell’operato delle multinazionali e la difesa dei consumatori, delle popolazioni e del ambiente.

Secondo le ricerche condotte da Angelo Izama l’operato della Tullow è sempre stato caratterizzato da attività altamente speculative e al limite della legalità. La multinazionale inglese sarebbe anche coinvolta in non chiare dispute territoriali tra Uganda e Repubblica Democratica del Congo. Tullow ha un capitale societario di 7 miliardi di dollari. Questo capitale è internazionalmente considerato insufficente per avviare attività produttive. Il capitale sociale minimo per sostenere gli investimenti in Uganda è valutato a 100 miliardi di dollari, il capitale a disposizione sia di Total che della CNOOC. A causa del suo limitato capitale sociale la Tullow non è in grado di mobilizzare i finaziamenti necessari per la fase di start up della produzione petrolifera (valutati attorno ai 15 miliardi di dollari) e nemmeno di garantire un impegno a lungo termine sulle attività estrattive. Eppure la Tullow compie attività di esplorazione in diversi paesi africani tra i quali Kenya, Congo e Uganda divenendo in meno di 10 anni il piú importante attore sul mercato petrolifero della regione dei Grandi Laghi.

Se la multinazionale inglese non ha le capacità finanziarie per iniziare le attività estrattive quali sono i suoi obiettivi e fonti di profitti? Se si esamina da vicino la strategia industriale della Tullow in Uganda facilmente si comprende che i profitti provengono da speculazioni ed evasione fiscale. Nel 2010 la Tullow ha acquisito i diritti di esplorazione dalla multinazionale Heritage senza consenso del governo ugandese ottenendo un guadagno di un miliardo di dollari. Durante la transazione commerciale la Tullow ha coperto  Heritage nelle operazioni di evasione fiscale ai danni dell’Uganda. Nel febbraio 2012 la Tullow ha ceduto il 33,3% delle quote di diritti di esplorazione alla Total e alla CNOOC trasformando queste due multinazionali petrolifere in principali attori petroliferi subiti e non scelti dal governo ugandese. L’operazione ha fruttato alla Tullow un guadagno di 2,9 miliardi di dollari su cui è stata applicata una evasione fiscale di 400 miliondi di dollari. Nel 2013 la Tullow si è fatta portavoce del consorzio delle multianazionali petrolifere operanti in Uganda per bloccare la decisione del governo di destinare il 60% della produzione di greggio per il mercato interno e regionale, designando solo il 40% all’esportazione sui mercati occidentali e asiatici.

Per raggiungere l’obiettivo la Tullow ha attuato un pesante lavoro di lobby sul parlamento ugandese con forti sospetti di corruzione. Nel luglio 2013 il presidente Yoweri Museveni è stato costretto ad intervenire personalmente nel Parlamento per bloccare il tentativo ed imporre la sua visione strategica sugli idrocarburi minacciando velatamente i parlamentari sospettati di corruzione di un’apertura di indagini. Dal 2007 la Tullow gestisce le operazioni di esplorazione nei giacimenti presenti sul Lago Alberto sia nei confini ugandesi che quelli congolesi. Forti i sospetti di attività estrattive clandestine attuate presso i giacimenti congolesi di cui greggio verrebbe dirottato verso l’Uganda. Accuse negate da Tullow e governo ugandese ma che hanno creato due maggior scontri militari sul Lago Alberto tra gli eserciti ugandesi e congolesi che hanno rischiato di allargarsi ad una guerra regionale. Per porre fine al contenzioso nel marzo 2011 l’Uganda ha comprato i diritti di commercio e raffineria del petrolio congolese presente nel Lago Alberto. Diritti svenduti dal presidente Joseph Kabila, senza discusione e approvazione parlamentare. La maggior parte del costo dell’accordo è stata versata su conti bancari esteri intestati alla famiglia Kabila. 

Tullow ha già guadagnato quasi 4 miliardi di dollari nelle attività speculative relative alla vendita dei diritti di esplorazione in Uganda a cui si devono aggiungere i guadagni fino ad ora non dichiarati, effettuati in Kenya con simili operazioni speculative. La Tullow ora sta progettando di vendere il 66,6% dei diritti esplorativi alla Total e CNOOC. Questa operazione permetterà alla Tullow non solo un immenso guadagno (circa 5 miliardi di dollari) ma anche di mantenere il 33,4% dei diritti esplorativi da vendere ad altre multinazionali o per trasformarli in attività produttive essendo la ridotta quota equilibrata con le scarse disponibilità finanziarie della multinazionale inglese. Dinnanzi a questa realtà il rapporto pubblicato dalla Pricewaterhouse Cooper, in stretta collaborazione con il governo inglese, risulta come minimo ipocrita. Tradotto in parole povere il rapporto difende il diritto di sfruttamento delle multinazionali anche a danno degli interessi nazionali dei paesi africani produttori di petrolio pretendendo legislazioni e regimi fiscali favorevoli e la tolleranza ad eventuali evasioni fiscali.

Un progetto che sta trovando forti resistenza nei paesi dell’Africa Orientale, primo tra tutti l’Uganda. Allo studio parlamentare vi è una legge che regola i passaggi di diritti di esplorazione e di produzione che dovranno essere approvati dal governo ugandese e su cui devono essere pagate tutte le tasse previste. Questa legge ha l’obiettivo di stroncare il fiorente mercato speculativo creatosi nell’industria petrolifera alle spalle del governo e della popolazione.  Assieme al Kenya e in misura minora alla Tanzania, l’Uganda sta creando un cartello regionale di paesi produttori di petrolio per sfruttare la maggioranza dell’olio nero con l’obiettivo di lanciare la rivoluzione industriale, riorganizzare l’agricoltura e lanciare l’economia regionale. «La decisione presa dall’Alta Corte dell’Uganda ha creato un ottimo precedente legale che sancisce il ruolo delle multinazionali petrolifere nel Paese. Queste multinazionali non possono venire nella regione solo per investire e raccogliere enormi profitti. Devono anche pagare le tasse previste e rispettare gli indirizzi politici nazionali sugli idrocarburi», afferma Abdu Katuntu al settimanale ‘The East African’.

All’orizzonte potrebbe esserci anche una sgradita sorpresa per la Tullow e per la Total. Alla data odierna solo la multinazionale cinese CNOOC ha ottenuto dal governo ugandese i diritti di produzione. Fonti interne al governo affermano che si stanno individuando altri concorrenti provenienti dai paesi del BRICS. Solo due offerte provenienti da due ditte (una russa e l’altra sud coreana) sono state prese in considerazione per la realizzazione della raffineria regionale di Hoima, nord Uganda. “A causa della sua limitata disponibilità finanziaria e delle sue attività chiaramente speculative, la Tullow non avrà futuro in Uganda e forse anche nella regione. La questione non è se ma quando la Tullow sarà esclusa dal mercato petrolifero causa le sue attività di pirateria finanziaria”, afferma il gionalista Gaaki Kigambo, esperto nel settore petrolifero.

 

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