giovedì, Settembre 16

Giustizia in transizione in America Latina

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Durante l’intervista sulla Colombia con il Dottor Politi sono stati sollevati molti temi interessanti. Uno su tutti quello sulla giustizia di transizione. Nel corso di una transizione alla democrazia un Paese deve tener conto di molti aspetti affinché si possa creare una democrazia davvero stabile; uno di questi è proprio la giustizia, ovvero quanto peso dare alla necessità di punire i colpevoli di crimini sotto il regime dittatoriale. Il rischio nel perseguire una giustizia piena sarebbe quello di far ricominciare le rivolte da parte degli ex dittatori e dei loro sostenitori, i quali si sentirebbero perseguitati dal nuovo sistema democratico. Allo stesso tempo non punire i responsabili di molte atrocità, almeno per i crimini più gravi, significherebbe creare malcontento tra la popolazione che ha subito anni di soprusi. Trovare equilibrio tra queste due istanze è una questione pienamente politica, ogni Stato che si trova in una situazione di transizione deve tener conto del contesto e della propria storia per comprendere quale sia il modo migliore per affrontare la questione.

Come sostenuto dal Dottor Politi, l’Italia dopo la fine della seconda Guerra mondiale a questo riguardo è stata un po’ un’apripista. Basti pensare all’Armadio della vergogna che, scoperto nel 1994, conteneva al suo interno centinaia di fascicoli d’inchiesta riguardanti le maggiori stragi nazifasciste in Italia. Tutti fascicoli nascosti per evitare di perseguire i colpevoli. L’Italia nella transizione alla democrazia aveva deciso di non punire i colpevoli delle stragi al fine di ottenere una transizione più pacifica e priva di insurrezioni da parte dei sostenitori del fascismo. Infondo questa fu anche in parte la logica di Norimberga che scelse di colpire soltanto alcune personalità di spicco, quasi simboliche, e non tutti i colpevoli delle stragi naziste.

La transizione alla democrazia dei paesi latinoamericani è iniziata nel 1979 per terminare nel 1990 e ha interessato praticamente tutti i regimi militari dell’area: nel 1979 il processo è cominciato in Ecuador, poi è stata la volta del Perù nel 1980, a seguire la Bolivia e l’Honduras nel 1982, l’Argentina e El Salvador rispettivamente nel 1983 e nel 1984, l’Uruguay e il Brasile nel 1985, il Guatemala nel 1986, il Paraguay e Panama nel 1989 per terminare col Cile nel 1990. In questi anni tutti gli Stati citati hanno dovuto fare i conti con il tema della giustizia e, a dimostrazione della difficoltà che questa tematica presenta, in molti casi le decisioni inizialmente prese sono state cambiate negli anni successivi e revisionate più volte. Ad ogni modo il risultato comune è stato quello di evitare il ‘pugno duro’ nella punizione dei colpevoli e di prevedere soluzioni che lasciassero sostanzialmente impuniti molti dei criminali degli ex regimi.

Un esempio emblematico dei frequenti ripensamenti per quanto riguarda la giustizia di transizione è rappresentato dall’Argentina. In seguito alla caduta del regime militare di Videla fu eletto Presidente Raul Alfonsín, leader dell’UCR (Unión Civica Radical); forte di una schiacciante vittoria elettorale (aveva ottenuto il 52% dei voti) e, memore della violenza con cui Videla aveva governato il Paese, Alfonsìn creò subito una Commissione Nazionale per la sparizione delle persone (CONADEP) che aveva il compito di indagare sui crimini commessi dai militari sotto il regime dittatoriale. Questa scelta contribuì a sensibilizzare molte persone su quanto avvenuto durante la dittatura, ma creò anche forti preoccupazioni negli ambienti militari, cosa che destò non poche preoccupazioni sull’eventualità di un nuovo golpe delle Forze Armate. Alfonsìn, nella scelta tra la questione etica della giustizia e il realismo politico del garantire la pace in una democrazia ancora fragile, aveva optato per la prima opzione. Tale scelta si rivelò presto fallimentare in quanto, come prevedibile, Videla e gran parte della casta militare rifiutarono le condanne a loro carico, promuovendo delle sollevazioni militari.

Il ritorno alla logica del realismo politico non si fece attendere: a distanza di pochi mesi vennero emanate due leggi chiamate ‘Leyes de Punto Final y Obediencia Debida’: la prima accelerava le tempistiche delle cause in corso e la seconda concedeva l’impunità a coloro che avevano commesso crimini soltanto per aver eseguito degli ordini. In seguito alle dimissioni di Alfonsìn dovute alla situazione troppo instabile dell’Argentina, salì al potere Carlos Menem, leader del partito peronista (Partido Justicialista) che per risolvere il problema dell’insubordinazione dei militari concesse l’indulto ai militari e guerriglieri accusati di violazioni dei diritti umani. Anche questo non bastò e nel 1990, in seguito ad una nuova sollevazione delle Forze Armate, fu concessa l’amnistia per tutte le massime cariche militari della dittatura liberando, tra gli altri, anche il Generale Videla.

In Brasile, invece, la transizione fu affrontata in modo diverso, il potere di negoziazione dei militari, che durante il regime avevano attuato una repressione del dissenso meno sanguinosa rispetto ai corrispettivi argentini, rimase molto forte, tanto che in seguito alla caduta del regime dittatoriale era ancora considerata normale la presenza di militari in vari organi dello Stato. In generale si preferì la strada dell’amnistia anche se con Fernando Collor de Mello, primo Presidente democraticamente eletto a 5 anni di distanza dalla fine della dittatura, vennero previsti degli indennizzi alle famiglie delle vittime della repressione, vennero tagliati i fondi della Difesa ed eliminati i militari dai vertici politici. Al di là delle operazioni epurative, però, la lotta per far emergere la Verità fu portata avanti solo da Organizzazioni non governative o altri organi regionali terzi rispetto al Governo. Solo negli ultimi anni con l’elezione della Presidentessa Dilma Rousseff, che durante la dittatura fu imprigionata e torturata, il Governo ha iniziato ad interessarsi al tema, inaugurando nel 2012 la Commissione Nazionale di Verità a cui è stato affidato il compito non solo di indagare sull’accaduto, ma anche di stilare un report sui provvedimenti migliori da approvare in vista del futuro del Paese.

Anche Cile ed Uruguay, ma in generale tutti i Paesi dell’area latinoamericana hanno preferito scegliere la strada dell’oblio piuttosto che quella della punizione, sempre al fine di proteggere una democrazia nascente ancora troppo debole. Un punto in comune che ha contraddistinto tutti gli Stati dell’area è stata comunque la ricerca della verità. In alcuni casi da parte delle ONG, in altri delle commissioni parlamentari e in altri ancora delle Organizzazioni regionali per i diritti umani. Soltanto in pochissimi casi è stato il Governo a prendere questo tipo di iniziative, spesso a distanza di tempo dalla nascita della democrazia, quando il sistema era ormai da tempo consolidato. Si potrebbe dire, per quanto riguarda la verità e la riconciliazione, che uno degli esperimenti più riusciti sia stato quello in del Sudafrica con la Commissione per la Verità e la riconciliazione che ottenne un discreto successo. Ad ogni modo non è possibile trovare un modello applicabile ad ogni situazione in quanto ogni Paese ha una sua storia e, in caso di transizione, deve trovare in base ad essa un proprio punto di equilibrio tra giustizia e stabilità democratica.

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