lunedì, Ottobre 25

La giovane Europa nel Regno Unito

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DavidCameron

Londra – Dopo la diffusione degli ultimi dati da parte dell’Ufficio Nazionale di Statistica del Regno Unito, il Primo Ministro, David Cameron è stato molto criticato per il suo discorso da Bruxelles sull’immigrazione. Sul continente si è discusso molto delle conseguenze di queste prese di posizione del leader dei Tories e molto di quello che potrebbe succedere ai molti cittadini europei che decidono di trasferirsi nel Regno Unito.

Quello che è necessario sottolineare a questo punto è che il welfare nelle terre della Regina Elisabetta, è totalmente diverso da come lo concepiamo in Italia, e molto più simile a come è vissuto in Germania. Quando nel Regno Unito ti ritrovi senza lavoro, o non hai abbastanza soldi per pagare l’affitto, o hai una grande famiglia a carico, ecco che puoi accedere al sistema dei benefit, ovvero soldi che lo Stato concede ai cittadini se rispettano determinati requisiti. Ad esempio, c’è la Jobseeker’s Allowance, che potremmo tradurre in ‘diario per la persona in cerca di lavoro’. Non si tratta, infatti, di un semplice sussidio per la disoccupazione, ma come dice il nome stesso, per potervi accedere bisogna dimostrare che si è effettivamente attivi nella ricerca di un lavoro.

Le parole di Cameron hanno creato molta indignazione tra gli ambienti politici continentali, per le conseguenze che questa presa di posizione potrebbe portare in termini di rinegoziazione del principio base di libera circolazione nell’Unione Europea. Le proposte che Cameron ha messo sul tavolo, anche in vista delle elezioni di maggio e nella speranza di riconquistare i voti che stanno abbondantemente spostandosi ad estrema destra verso UKIP, non riguardano tutti i cittadini. Un limite all’accesso ai sussidi governativi e al welfare in generale, con la possibilità di accedere ai benefit solo dopo quattro anni, e l’obbligo di lasciare il paese se nei primi sei mesi di permanenza non si è trovato un lavoro, sono limitazioni che non dovrebbero fermare coloro che decidono di muoversi verso il Regno Unito per intraprendere una nuova carriera o avere una propria avventura lavorativa.

Sono circa 2 milioni e 700 mila i cittadini di altri stati membri dell’Unione Europea residenti nel Regno Unito, più o meno quanto gli abitanti di Roma. Un 4,3% della popolazione totale in cui il tasso occupazionale è addirittura leggermente più alto di quello della popolazione locale, a dimostrazione che questi stranieri tendono a lavorare e a contribuire alle casse dello Stato. Secondo i dati dell’Ufficio Nazionale di Statistica, nell’anno chiusosi a settembre 2014, mezzo milione di cittadini europei adulti si sono registrati per ottenere il National Insurance Number, il famosissimo NIN, documento necessario per poter lavorare nel Regno Unito. Una forza lavoro non indifferente, che si immette nel già competitivo job market del Regno Unito. Un gruppo eterogeneo, che comprende sia il giovane di 20 anni, che ha appena terminato le scuole dell’obbligo e vuol fare un’esperienza all’estero, sia il laureato che non riesce a trovare un’occupazione nel suo paese di origine, sia il professionista in cerca di altri stimoli, e anche i temutissimi ‘turisti del welfare’, che si muovono in paesi dove il welfare è appunto migliore che in quello dei loro paesi.

Basta andare in giro per Londra per rendersi conto come un esercito di giovani cittadini europei, ma non solo, è entrato prepotentemente nel mondo del lavoro inglese, soprattutto a Londra, prendendo impiego nella ristorazione e negli esercizi commerciali. Volendo soffermarsi sui flussi migratori e osservando le ultime statistiche, si evince che più della metà delle richieste per il NIN nell’ultimo anno, sono soprattutto da quattro paesi europei. Considerati i cambiamenti per accesso al lavoro per i cittadini di Romania e Bulgaria a Gennaio 2014, non sorprende che proprio i cittadini provenienti dalla Romania rappresentino circa un quinto delle domande presentate per il NIN. Subito a seguire la Polonia, anch’essa rappresentante poco meno di un quinto delle domande. Spagna e Italia sono subito dopo, entrambe con circa 45 mila domande, ma mentre per l’Italia questo dato rappresenta un incremento del 16% rispetto all’anno precedente, il flusso dalla Spagna è diminuito del 9%. Questi ultimi dati ad esempio non sorprendono me, o chiunque altro che, come me, camminando per le strade nella capitale del Regno Unito, incessantemente sente qualcuno parlare in italiano o in spagnolo. Recentemente, con dei parenti in visita dall’Italia sorpresi dal numero di italiani che incontravano, mi sono ritrovata a chiacchierare in un ristorante con la nostra cameriera, gentilissima ed italiana, con una laurea in Storia dell’Arte, che con un gran sorriso ci ha detto “la Storia dell’Arte è quasi una religione, un qualcosa di mistico, più che effettivamente una passione dalla quale poter intraprendere una carriera lavorativa!”. Perché dietro i numeri e i discorsi dei politici, molto spesso ci sono i sogni e le aspettative di un’intera generazione di giovani, in questo caso europei, che decidono di andare altrove a cercare o a prendersi ciò che nei loro paesi non riescono ad ottenere, o magari seguono solo la loro aspirazione a viaggiare e a confrontarsi con nuove esperienze. Abbiamo raccolto le testimonianze di alcuni di loro, per dare un nome e la parola a questi ‘numeri’ e per esplorare alcune delle ragioni che spingono questi giovani a partire.

Karim, ad esempio, è un giovane tedesco di 27 anni che studia e lavora a Londra. “Oltre che per proseguire i miei studi, la ragione che mi ha portato a rimanere nel Regno Unito per un bel po’ è stata che sono stato assunto come corrispondente dal Regno Unito per una rassegna stampa online tedesca.” Karim ha poi iniziato a contribuire con un’importante giornale internazionale prima come assistente editoriale e poi effettivamente producendo articoli. Quando abbiamo iniziato a parlare di come ci si sente a vivere in questo paese da straniero e da espatriato ha risposto: “è interessante che tu lo chieda, perché ho recentemente riflettuto su questo e sono giunto alla conclusione che a tre anni da quando sono all’estero, posso dire onestamente che non mi vedo necessariamente come un espatriato o addirittura un immigrato. Penso che questi termini sono spesso associati con il sentirsi ‘alieno’ o ‘forestiero’ in un posto che non è casa tua – e io decisamente non mi sento così. Al contrario, penso di essere riuscito ad integrarmi molto bene, ho un gruppo di amici British e ho trovato il mio posto nel mondo del lavoro. Queste tre componenti sono, secondo me, essenziali il tuo stare all’estero memorabile e di successo, sia personalmente che professionalmente. Conoscere delle diverse persone”, sottolinea Karim, “e le loro culture davvero amplia i tuoi orizzonti, ti fa diventare una persona più empatica e tollerante e, eventualmente, molto più saggia”.

La pensa allo stesso modo Francesca che ci dice che ha scelto Londra “per le infinite opportunità e la sua apertura mentale”. Francesca, italiana di 29 anni, una laurea in Lingue e Traduzione e una determinazione a diventare un’attrice di successo che l’ha portata nel Regno Unito nel 2011. Ha iniziato a lavorare a meno di un mese dal suo arrivo in un negozio di giocattoli, e solo dopo 3 mesi aveva già un contratto a tempo indeterminato. Attualmente Francesca lavora ancora nel retail, ma si è spostata nel settore dei prodotti informatici e tecnologici. “Mi sono trasferita a Londra per fare l’attrice. Già in Italia avevo una compagnia teatrale, ma i provini scarseggiavano e non si vedeva l’ombra di un posto fisso per pagare almeno l’affitto mentre cercavo di inseguire un sogno” racconta Francesca. “Da quando mi sono trasferita qui, ho fatto diversi workshop sempre nel campo della recitazione e dopo un anno ho trovato la stabilità, ovvero un lavoro che mi permettesse di pagare l’affitto e fosse abbastanza flessibile da permettermi di fare provini. Oggi ho un agente e sono abbastanza attiva nel campo della recitazione. Non ho ancora fatto niente di grande ma alcuni film parteciperanno a festival molto importanti quest’anno.” All’inizio per Francesca è stata dura, per il clima e la cultura diversa ma da quando ha iniziato a recitare, il motivo per cui si è trasferita, tutto è migliorato. “L’idea di ritornare a vivere in Italia ora é davvero lontana. Quando torno non mi trovo più a mio agio in determinati ambienti o situazioni. Ma se mi chiedono ‘Resterai a Londra per sempre?’ non riesco a rispondere con un secco ‘Sí’. Penso che Londra sia una città da tramite tra quello che ognuno di noi vuole fare nella vita e il trampolino di lancio per farlo veramente. La sfruttiamo un po’ tutti con la consapevolezza però che non é una città facile dove avere un futuro. La vita è molto costosa, quindi a meno che non si abbiano degli obiettivi ben precisi credo che il gioco non valga la candela. In quanto immigrata ho comunque ricevuto un trattamento straordinario, non mi sono mai sentita diversa o giudicata”.

Molti dei giovani che si trasferiscono nel Regno Unito, spesso cercano di andare altrove perché Londra è troppo caotica, o magari trovano lavoro nel loro campo in altre zone del paese. È questo il caso di Paula, spagnola di 26 anni con una laurea in ingegneria aeronautica, che ha lasciato Madrid per la voglia di migliorare il suo inglese e fare esperienza all’estero. “Sono arrivata a Londra nel 2012, come ragazza alla pari. La scelta del Regno Unito è stata perché era la cosa più semplice, abbastanza vicina alla Spagna e piena di agenzie con programmi per ‘au pair’. Dovevo rimanere qualche mese, ma sono ancora qua. Londra mi è piaciuta da subito, e sono rimasta, ho lavorato nella ristorazione per qualche mese. A settembre del 2013 ho ottenuto una borsa grazie al Programma Leonardo, per stare 6 mesi in una compagnia aerospaziale. Questo mi ha portata a Cambridge. Mi dispiaceva lasciare Londra ma era un’opportunità troppo grande per non prenderla al volo. E sono felice di averlo fatto poiché dopo i sei mesi mi è stato offerto un contratto come ingegnere e adesso sono felice delle mie scelte, amo il mio lavoro e la mia nuova vita nel Regno Unito”.

“Ho lasciato l’Italia per un mix di ragione e sentimento”, ci racconta invece Miriam, una laurea in Comunicazione e Marketing e a Londra da circa un anno. “Ho deciso di raggiungere il mio fidanzato che viveva qui da ormai due anni per dare la svolta ad una relazione a distanza poco sostenibile, e nel contempo ho provato a rilanciarmi professionalmente dopo esperienze poco gratificanti in Italia, sempre nel settore della comunicazione.” Miriam lavora attualmente come senior account executive presso un’agenzia globale di comunicazione integrata, occupandosi dello sviluppo di campagne di comunicazione, e in particolare PR, per svariati clienti del settore finanziario e fintech, in UK e Europa. “Dopo un istante di paura e stordimento, posso dirmi estremamente soddisfatta della mia scelta di Londra, una città che mi ha dato tanto non solo dal punto di vista professionale. Una città varia, multisfaccettata e anche difficile a volte, ma che offre sicuramente tantissime opportunità. In particolare il settore della comunicazione legato ai servizi finanziari è in crescita inarrestabile, c’è un enorme ricambio e se si conosce bene la lingua e si ha pazienza, tenacia e un’attitudine positiva, si possono fare grandi cose. Non dico che sia facile, e ognuno ha una storia e un percorso diverso, ma se si vuole uscire dalla propria zona di comfort un’esperienza a Londra è d’obbligo. Il mio timore era quello che a quasi 30 anni risultassi troppo ‘datata’ rispetto a dei colleghi freschi di università, ma qui al contrario l’esperienza è valorizzata e l’età solo un aspetto secondario. Si guarda alla persona e a ciò che vale e può dare, oalmeno questa è la mia personale esperienza.”

 

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