domenica, Aprile 18

La Giornata della Memoria e le scuse della Storia Non ci si vendica, per quanto possibile, ma non si dimentica e soprattutto non si porge l’altra guancia

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La fine del mese di gennaio ha acquisito un significato particolare negli anni per diversi motivi. Per motivi personali, il ricordo di una persona cara. Gli altri sono il 25 gennaio, in cui 5 anni fa un nostro possibile figlio, Giulio Regeni ricercatore all’università omertosa di Cambridge, che ha coperto informazioni ai giudici italiani sul suo arrivo per studi e ricerche in Egitto, veniva trovato massacrato e torturato dai Servizi di Sicurezza di un Paese dove spadroneggia una dittatura sanguinaria, esecrata con le parole che si trovano a buon mercato da quei Paesi, che si dicono democratici, come Germania, Francia, Italia. I quali ogni tanto nei consessi internazionali per ottimi ipocriti motivi diplomatici, sono omertosamente silenti nel ricordare il rispetto dei diritti umani. Mentre firmano contratti per affari multimilionari per la vendita di armi e navi da guerra con cui il dittatore di quel paese può schiacciare le rivolte interne (30 milioni di egiziani in condizioni di povertà) e con quelle i gruppi islamici presenti.

E dunque i Paesi che inneggiano lontani dai contratti con cui le nostre aziende producono armi (Finmeccanica, Leonardo) e così facendo difendono posti di lavoro. Per cui alla fin fine come affermato cinicamente dal presidente francese, vendere armi non ha nulla a che vedere con la perorazione sui diritti umani, quelli che vengono esibiti con tratti propagandistici e retorici che producono tanta ‘pensosa’ approvazione da parte dei tanti complici, dalla stampa in giù, o su. Poi c’è il 27 gennaio, rubricato a commemorativo Giorno della Memoria (a cui sono parimenti vicino), per commemorare ogni anno le vittime dell’Olocausto, o della Shoah, la soluzione finale con cui i nazisti tedeschi, devotamente coadiuvati dalle camicie nere fasciste italiane, gasarono qualcosa come sei milioni di ebrei. Verità contestata da sempre da frange nostalgiche del regime nazista e da quello italiano, che oggi con l’allontanamento generazionale da quei fatti rischia di rimanere priva delle parole dei sopravvissuti ai campi di sterminio e dunque privi di tutela difesa protezione.

Nell’indifferenza di molti, tra cui le giovani generazioni al cui interno pure si trovano molti ragazzi e ragazze in gamba. D’altronde c’è chi si è peritato di costruire teorie complottiste per dimostrare che era tutto falso, che i campi di concentramento non sono mai esistiti, che gli ebrei hanno montato questa storia per poter crearsi così una rendita di posizione di ‘vittime’ permanenti per poter continuare a sfruttare nei confronti del mondo tale verità inventata. Urge difatti ricordare che dopo la Bibbia, quel libello falso che è ‘I protocolli dei Savi Anziani di Sion’, che sarà fonte di ispirazione per Hitler dei campi di sterminio, così ben descritto tra l’altro da Umberto Eco nel suo ‘Il Cimitero di Praga’, la si può considerare l’opera più diffusa al mondo, come dirà Henry Rollin in ‘L’Apocalypse de notre temps’. Dunque attinente al giorno 27 è la recente lettera che un erede dei Savoia, ricco rampollo residente a Montecarlo che ha avuto la fortuna di non dover lavorare mai, dal curriculum social al passo con questi tempi vuoti e superficiali essendo da dimenticare in non so quale isola dei fumosi ed affini, tal Emanuele Filiberto, invia una lettera alla Comunità Ebraica Italiana il 22 gennaio scorso in cui afferma, dopo ben 83 anni dalla loro promulgazione!, che le Leggi per la difesa della razza, ovvero quell’insieme di provvedimenti legislativi e amministrativi (leggi, ordinanze, circolari) applicati in Italia fra il 1938 ed il primo quinquennio degli anni ’40, costituisconoun documento inaccettabile, un’ombra indelebile per la mia famiglia, una ferita ancora aperta per l’Italia intera”.

Aggiungendo nella missiva che “sappiate che per me è molto importante e necessaria, perché reputo giunto, una volta per tutti, il momento di fare i conti con la Storia e con il passato della Famiglia (con la maiuscola!, mio) che sono qui a rappresentare”. Alcune notazioni al riguardo. Primo, questa lettera sulla cui sincerità “solenne nei toni ma impacciata nella sostanza” (Simonetta Fiori, la Repubblica 23 gennaio 2021) arriva dopo tantissimo tempo in un’altra epoca con altri protagonisti e comprimari, dopo “una serie di gaffesimbarazzanti, frasi non dette, scuse sussurrate” (Fiori), tra cui quella epica del non tanto integerrimo padre, Vittorio Emanuele che nel 2002 si lasciò andare dinanzi al cronista di allora affermando “ma in fondo quelle leggi non sono così terribili”! e voglio qui ricordare delle parole inequivocabili “Io ero razzista dal ’21. Non so come possano pensare che imito Hitler, non era ancora nato. Mi fanno ridere… Bisogna dare il senso della razza agli italiani, che non creino dei meticci, che non guastino ciò che c’è di bello in noi” (Dialogo tra Mussolini e Claretta Petacci del 4 agosto 1938, 20 giorni dopo l’uscita delle Leggi per la difesa della razza).

Affermazione, quella del Savoia, difficilmente rubricabile con una svista o ignoranza. Va ricordato per completezza che l’unica della famiglia reale che espresse tutta la sua iniziale indignazione contro le Leggi fu Maria Josè madre di Vittorio Emanuele convintamente antifascista. Lattuale lettera di Emanuele si presta ad altre considerazioni. Qualche tempo fa, forse meno di due anni, lo scrivente della missiva aveva buttato lì che avrebbe avuto il desiderio di voler fondare un partito o comunque un movimento politico, non si sa con chi per far cosa e per rappresentare quali interessi o eventuali idee. Inoltre, non è in alcun modo da sottovalutare l’invio di tale lettera che dopo circa un secolo appare francamente indecente, tale il fuori tempo che imporrebbero fatti così gravi, in un periodo storico italiano ma non solo caratterizzato da una montante onda di assoluzione o comunque di revisione storica, un revisionismo tendente in un paese come il nostro già di per sé con scarsa memoria, tragicamente poco antifascista, ad un volemose bene perlomeno ambiguo a copertura di progetti interessi idee alquanto inquietanti oscure pericolose da parte di forze di destra estrema raccordatesi negli anni ed oggi occupanti piazze vie e città con bandiere uncinate, fasciste, simboli nazisti. Insomma tutto l’armamentario della storia della destra estrema poi confluita nel grande ‘nero’ del nazismo e del fascismo che oggi torna a galla legittimato da imprenditori della paura come le formazioni fascio leghiste dei Salvini e delle Meloni che flirtano con organizzazioni ed elementi di estrema destra. E perciò devono essere messi nelle condizioni di non poter governare un paese democraticofin quando pubblicamente non abiurino in parole e fati con simili movimenti ed organizzazioni. Mentre tutti gli altri, la maggioranza cosiddetta democratica volta lo sguardo e l’attenzione verso propri interessi personali, affari e prebende.

Avendo da anni fatto finta che data la fine delle ideologie tutto fosse possibile, a partire dal perseguimento legale o meno, criminale ed omertoso, che raccorda pezzi di Stato, istituzioni piegate o attive, poteri criminali, di estrema destra, terroristici, in un unico panorama su cui molti tessono un progetto comune. Tutti temi considerati ormai fuori della Storia, prendendola troppo spesso in farsa, trasformandosi poi in tragedia. Dunque a questa molto tardiva perorazione di un perdono, ripeto da analizzare e verificare molto attentamente se sia frutto di un unico erede illuminato sulla via di Damasco, o non costituisca piuttosto la punta di un iceberg dove sotterraneamente premono altri interessi, ha risposto a stretto giro la Comunità ebraica romana. La quale ha “fatto sapere che non dimentica, che la storia non si cancella”. Così come appaiano oggi alquanto auto assolutorie le posizioni tendenti a chiedere scusa tanto troppo tempo dopo l’avvenuto corso della Storia (così si chiede scusa per il genocidio dei nativi americani, si chiede scusa per i morti nei lager, nei gulag un poco meno, fino a scuse più ‘domestiche’ dopo che i fatti accaduti sono e permangono lì), la Comunità Ebraica Romana afferma che “Prendiamo atto delle dichiarazioni di Emanuele Filiberto di Savoia. Il rapporto con Casa Savoia, nella storia e nella memoria è noto e drammatico. Ciò che è successo con le leggi razziali, al culmine di una lunga collaborazione con una dittatura, è un’offesa agli italiani, ebrei e non ebrei, che non può essere cancellata e dimenticata. Il silenzio su questi fatti dei discendenti di quella Casa, durato più di ottanta anni è un’ulteriore aggravante. I discendenti delle vittime non hanno alcuna delega a perdonare e né spetta alle istituzioni ebraiche riabilitare persone e fatti il cui giudizio storico è impresso nella storia del nostro Paese”.

Non si può accorciare né semplificare ciò che gli umani hanno prodotto in un preciso contesto storico, non è dato ai discendenti delle vittime di potersi ergere o di calarsi in un apparente dilemma morale tendente o a perpetuare od a sminuire il senso il significato di odio violenze morti frutto di un genocidio che lì è stato e lì, trasmutato dal corso del tempo che non lava le ferite così come talora il tempo non sana da un amore perso o da un accadimento tragico. Ciò non significa farla pagare ai discendenti, solo anagraficamente estranei, ma neanche far finta che un perdono possa cancellare tutto in una sorta di pacificazione emotiva e tutto sommato auto assolutoria. Questa la differenza abissale tra vite umane spezzate e cancellate i cui discendenti non chiedono di perpetuare odio verso i parenti di coloro i quali furono gli aguzzini, e l’estremismo di destra che parte nel proprio progetto dalla necessità di annientare gli avversari, i nemici, per poi illudersi di pacificare sul sangue. Matteotti è stato ucciso su ordine di Mussolini, Antonio Gramsci è stato lasciato morire da Mussolini in galera, poiché aveva colto tutta la forza di un uomo piccolo e malaticcio per aspetto la cui potenza di pensiero metteva paura al regime. Non ci si vendica, per quanto possibile, ma non si dimentica e soprattutto non si porge l’altra guancia. Io scrivo in italiano perché nato in Italia da una madre che riuscì a scappare nel nostro paese dopo l’annessione dell’Austria alla Germania nazista il 12 marzo del 1938. Diversi milioni non ce l’hanno fatta. Questo scritto lo dedico a mia madre ed a tutti loro.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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