martedì, ottobre 23

La Germania sta sfidando gli Stati Uniti? Le manovre di Berlino denotano una crescente insofferenza verso gli Usa

0

I rapporti tra Stati Uniti e Germania stanno deteriorandosi molto velocemente. Prova ne sono i numerosi fattori di attrito tra i due Paesi, collocati su lati opposti della barricata in merito a diverse questioni di importanza capitale. In occasione del World Economic Forum di Davos del gennaio 2018, ad esempio, Angela Merkel ha messo sotto accusa il neoprotezionismo promosso da Donald Trump, interpretato come un colpo durissimo sferrato contro il modello di libero scambio grazie al quale Berlino ha avuto modo di mettere a frutto la sua vocazione mercantilista imponendosi come principale esportatore al mondooltre 250 miliardi di euro di export. In effetti, qualora Washington decidesse di dar seguito alla minaccia di imporre tariffe del 20% sulle importazioni di automobili fabbricate all’estero, ad accusare i contraccolpi più pesanti sarebbero indubbiamente le potenti case tedesche, vale a dire Daimler-Mercedes, Bmw e Volkswagen. Quest’ultima, del resto, era già stata presa di mira dagli Usa per aver falsificato i dati sulle emissioni; una ‘bagatella’ che è costata al gigante dell’auto-motive 4,3 miliardi di dollari di multa, una macchia indelebile sulla sua reputazione e possibili sanzioni pecuniarie future legate alla medesima linea di condotta tenuta anche in altri Paesi.

Nella visione di Trump, il colossale avanzo commerciale accumulato dalla Germania rappresenta una minaccia di portata sistemica, perché suscettibile di pregiudicare la realizzazione di un sistema economico globale contrassegnato da rapporti commerciali equilibrati tra i vari Paesi.

Un altro elemento di tensione tra Washington e Berlino è dato dal ritiro statunitense dall’accordo sul nucleare iraniano raggiunto nel 2015 dal gruppo dei ‘5+1’, cui ha fatto seguito l’introduzione di nuove, durissime sanzioni mirate a «intensificare la pressione finanziaria» sull’Iran, come ha dichiarato il segretario di Stato Mike Pompeo. In realtà, le sanzioni si configurano anche come un’arma finanziaria che va a danneggiare tutte quelle imprese europee che avevano approfittato dell’intesa del 2015 per allacciare proficue relazioni commerciali con Teheran. L’Unione Europea, consapevole di tutto ciò, ha aspramente criticato la decisione statunitense e lasciato trapelare la prospettiva di abbandonare il dollaro e impiegare direttamente l’euro per regolare i pagamenti con la Repubblica Islamica. I presupposti per agire in questa direzione non mancano di certo, poiché «nel momento in cui le sanzioni nei suoi confronti erano ancora in vigore, l’Iran si è prodigato di elaborare nuovi meccanismi per aggirare le istituzioni finanziarie statunitensi, come il baratto e la sostituzione del dollaro con altre valute, come il renminbi nel commercio bilaterale con la Cina o l’euro nel suo commercio con i Paesi europei». Anche in questo caso, Berlino potrebbe giocare un ruolo fondamentale, visto che le aziende tedesche hanno molto da perdere dall’applicazione delle sanzioni contro l’Iran.

La strategia di aggiramento del dollaro potrebbe realizzarsi anche nei confronti della Russia, impegnata già da tempo in un processo di ‘de-dollarizzazione’ dell’economia e attualmente coinvolta nel progetto di raddoppio del gasdotto Nord Stream, concepito per incrementare l’afflusso di gas naturale russo ai terminali tedeschi attraverso il Mar Baltico. Berlino ha recentemente chiarito che i lavori per la realizzazione della nuova conduttura procederanno regolarmente nonostante le pressioni degli Usa; Sandra Oudkirk, funzionario del Dipartimento di Stato, ha annunciato che gli Usa «faranno ricorso a tutti i loro strumenti di persuasione» per sabotare il progetto, sanzioni comprese. Gli strateghi di Washington non vedono la cosa di buon occhio il gasdotto russo-tedesco sia per ragioni strategiche, legate al temutissimo avvicinamento tra Russia ed Europa suscettibile di relegare gli Stati Uniti a una posizione tutto sommato secondaria, che per ragioni economiche, visto che ostacolano la conquista del mercato energetico europeo da parte dei produttori statunitensi di gas naturale liquefatto (Gnl). Le repubbliche baltiche e la Polonia, alleati di ferro degli Usa nonché avamposti della Nato ai confini della Russia, hanno valutato con favore la prospettiva di assecondare gli interessi economici di Washington anche perché il gas statunitense permetterebbe loro di ridurre la dipendenza energetica da Mosca. Questi Paesi costituiscono però anche le fondamentali propaggini del blocco geoeconomico tedesco, che aprendo le porte ai rifornimento energetici Usa si pongono in netto contrasto con la linea politica di Berlino. Il ministro dell’Economia tedesco Peter Altmaier ha tuttavia chiarito che «gli Stati Uniti sono alla ricerca di mercati, e noi siamo pronti a fare in modo che il loro gas raggiunga più facilmente la Germania, ma al momento rimane molto più costoso del gas fornito attraverso il gasdotto Nord Stream». Il governo di Berlino, insomma, è pronto ad acquistare il gas statunitense a patto che Washington cessi di ostacolare la realizzazione del Nord Stream-2 con le sue pressioni indebite.

Le continue ingerenze statunitensi stanno suscitando sempre maggiore fastidio in seno all’opinione pubblica tedesca, come confermato da un articolo del settimanale ‘Der Spiegel’ – tradizionale megafono della classe media tedesca – in cui si è parlato apertamente della necessità di predisporre «una resistenza intelligente, per quanto bizzarra e assurda possa sembrare. Resistenza contro l’America». L’articolo tende a ravvisare l’origine delle crescenti tensioni interne al fronte atlantista nella figura di Donald Trump senza rilevare che gli interessi statunitensi e quelli europei tendono a divergere ormai da parecchio tempo, ma è comunque indicativo degli umori che stanno attraversando la Germania.

All’interno dell’establishment tedesco sta infatti maturando da tempo la convinzione della necessità di smarcarsi dal rapporto di subalternità che lega la Germania, e a ricasco l’Unione Europea, agli Stati Uniti. Lo dimostra il crescente pressing sui Paesi del ‘vecchio continente’ affinché acconsentano alla creazione di una forza di difesa comune europea – della cui guida si occuperebbe naturalmente il ‘direttorio franco-tedesco’ – indipendente dalla Nato, cosa che ha suscitato forti grattacapi a Washington. Non va inoltre dimenticato lo sdoganamento dell’idea di rendere la Germania una ‘superpotenza nucleare’ così da trasformare il Paese in un gigante politico e militare, oltre che economico. «L’indipendenza richiede che la Germania si doti di una deterrenza nucleare. La cosa rientra nei nostri vitali interessi nazionali», ha affermato pubblicamente lo scienziato politico Maximilian Terhalle. La prestigiosa rivista statunitense ‘Foreign Policy’ ha duramente stigmatizzato la proposta, scrivendo che «dopo la devastante esperienza del Terzo Reich, la Germania ha lavorato duramente per recuperare un senso di credibilità morale, chiedendo perdono per le sue numerose vittime e cercando l’espiazione. Vista e considerata la sua storia, è un miracolo che il Paese goda attualmente di tanto rispetto in tutto il mondo (al contrario, il Giappone viene considerato dai suoi vicini come uno Stato-paria per le sue azioni belliche). Se la Germania diventasse una potenza nucleare, metterebbe in pericolo questo sorprendente risultato».

Evidentemente, a Berlino sta maturando la convinzione che la credibilità internazionale riconquistata nel corso dei decenni non verrà in alcun modo intaccata dal recupero della propria sovranità. Resta da vedere come gli Stati Uniti si porranno dinnanzi alla prospettiva di vedere un Paese critico come la Germania decidere in autonomia del proprio futuro.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore