mercoledì, Ottobre 27

La geopolitica delle terre rare field_506ffb1d3dbe2

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A villager looks towards a rare earth smelting plant in Xinguang Village in China, the world's biggest producer of rare earths. Photo: Reuters

Pochi sono a conoscenza del fatto che alla base di alcuni dei più comuni accessori high-tech, come smartphone, schermi piatti, i-phone e computer, vi sono dei particolari metalli (impiegati anche nel settore automobilistico e militare) conosciuti come terre rare; solitamente abbreviate in REE (Rare Earth Elements). Ancor meno noto è il fatto che questi elementi (17 per la precisione) della tavola periodica sono, al contrario di ciò che suggerisce il nome, piuttosto comuni e che da alcuni anni è in corso una vera e propria guerra commerciale per assicurarsene l’accesso e il monopolio.

Di terre rare si inizia a sentir parlare a partire dal 2010, in seguito a un incidente avvenuto al largo delle isole Senkaku/Diaoyu (la cui territorialità è oggetto di storica contesa tra il Giappone e la Cina), che costò l’arresto del capitano di un peschereccio cinese, che secondo i giapponesi avrebbe ‘invaso’ le loro acque territoriali, entrando in collisione con una motovedetta nipponica. Accadde infatti che, a breve distanza da questa ‘scaramuccia’ che aveva agitato – in tutti i sensi – le acque del Mar Cinese Orientale, Pechino iniziasse a imporre pesanti limitazioni sulle forniture di terre rare, gettando nel panico il Giappone (il principale importatore degli elementi rari) e i mercati di tutto il mondoLa Cina infatti, pur detenendo tra il 30 e il 60% delle riserve mondiali, può attualmente vantare il monopolio pressoché totale (oltre il 90%) della fornitura mondiale di terre rare.

Ritengo che le terre rare rappresentino solo uno dei fattori che contribuiscono a definire i rapporti bilaterali tra Cina e Giappone“, ci spiega  Alessandro R. Ungaro, assistente alla ricerca per il programma Sicurezza e difesa presso lo IAI (Istituto Affari Internazionali) e autore della pubblicazione ‘Il mercato delle terre rare: aspetti politici e finanziari’. “Ci sono altri dossier sul tavolo ben più impellenti per entrambi gli stati ma certamente non credo si debba sottovalutare il peso, militare e industriale, delle terre rare nel prossimo futuro. E’ bene infatti ricordare che questi materiali sono utilizzati per la produzione di applicazioni ad alta tecnologia e si sa, nell’industria della difesa così come più in generale nel settore high-tech, la tecnologia ricopre un ruolo decisivo, capace anche di determinare i rapporti di forza. A questo proposito, anche gli Stati Uniti stanno tuttora esaminando la questione, consci che il problema della sicurezza degli approvvigionamenti ha ricadute significative sulla sicurezza nazionale e l’industria della difesa”.

La decisione di Pechino, tutt’altro che improvvisa, di operare dei tagli alle esportazioni di terre rare (circa un 40% in meno rispetto al 2009) era stata in realtà resa nota, da parte di alcuni giornali e riviste specialistiche del settore, ben due mesi prima del famosoincidente‘. Nonostante questo e pur constatando che i rifornimenti di terre rare verso il Giappone avevano già subito un nuovo incremento nei mesi appena successivi all’ottobre 2010 (dato poi confermato da un’indagine dello stesso Ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria giapponese); molti analisti giapponesi rimangono tutt’ora convinti della stretta relazione che lega l’incidente avvenuto nei pressi delle isole contese alle repentine restrizioni che la Cina impose al proprio export di terre rare

In effetti si può supporre che, pur non trattandosi di una mossa premeditata, ‘l’embargo’ cinese possa essere interpretato come espressione del potere economico (e dunque in qualche modo politico) che Pechino intendeva mostrare nei confronti del Giappone. Ma la questione è più complessa. Anche ammettendo che la Cina abbia voluto intenzionalmente utilizzare le limitazioni sull’export come leva politica nei confronti del Giappone, bisogna considerare una serie di ulteriori sfaccettature. Prima di tutto, a subire le conseguenze del ‘protezionismo’ cinese non è stato solo il mercato nipponico. Sia Stati Uniti che Unione Europea, in ben due occasioni, si sono rivolti al WTO (World Trade Organization), denunciando l’illegalità delle misure restrittive imposte da Pechino sul proprio export di terre rare, a loro avviso dannose per «produttori e consumatori in Europa e nel mondo»; come affermato da Karel De Gucht, Commissario europeo per il commercio. Pechino, da parte sua, aveva ribadito affermando che le uniche motivazioni dietro al calo dell’export erano connesse alla necessità di proteggere il proprio mercato (le terre rare cinesi venivano esportate in tutto il mondo a prezzi contenutissimi) e di conformarsi agli standard ambientali dei Paesi industrializzati.

Il vantaggio della Cina, rispetto agli altri Paesi ricchi di giacimenti di terre rare (come Australia, Brasile, India, Mongolia, Canada, Stati Uniti e a sorpresa, recentemente, anche la Corea del Nord) consisteva principalmente nell’abbattimento dei costi relativi al lavoro subordinato e all’impatto ambientale. Il termine ‘rare’ è riferito infatti non alla quantità ma alla difficoltà che si incontra nel processo di estrazione e separazione dei metalli più leggeri da quelli più pesanti, processo che può comportare un notevole impatto sull’ambiente.

In secondo luogo, l’ovvia impennata dei prezzi che fece immediatamente seguito al freno dell’export cinese ebbe come risultato di stimolare, da parte di alcune aziende, l’avvio di nuovi progetti di sfruttamento e di ricerca di risorse alternative alle terre rare (come per l’americana Molycorp, l’australiana Lynas o la giapponese Toyota). Ciò ha determinato, a mano a mano, un aumento dell’offerta, con conseguente nuovo crollo (e stabilizzazione, secondo la maggior parte degli analisti) dei prezzi. Ma a questo punto la Cina, avendo perso la propria affidabilità come fornitore e vedendo il proprio monopolio a rischio, difficilmente sarà in grado di utilizzare con efficacia – se mai ha inteso farlo – l’arma politica delle terre rare.

Afferma ancora Ungaro: “Le terre rare in effetti sembrano rappresentare un nuovo terreno di scontro tra le maggiori potenze industriali e non. Non solo nel 2010, ma due anni fa – nel 2012 – Stati Uniti, Unione europea e Giappone si sono rivolti congiuntamente al WTO, chiedendo l’avvio di consultazioni a causa delle restrizioni di Pechino alle esportazioni di terre rare. La posizione di quasi monopolio della Cina ha inevitabilmente generato dei dissidi politico-commerciali con i maggiori paesi importatori e consumatori di terre rare, motivo per cui assicurarsi l’approvvigionamento di questi materiali è risultato ormai un elemento chiave. Le strategie di diversificazione adottate da ogni paese sono diverse e molteplici ma credo che ognuna punti a indebolire la posizione predominante di Pechino”.

Sono Tokyo e Washington, in particolare, viste le reciproche relazioni con Pechino, ad avere interesse nel sostenersi a vicenda, giocandosi la partita delle terre rare sul doppio fronte, politico e commerciale; come testimoniato, ad esempio, dall’avvio del progetto Japan-U.S. Clean Energy Policy Dialogue nel novembre 2010.

La strategia del Giappone è più articolata ma indubbiamente c’è una volontà del paese di affrancarsi dalla dipendenza cinese. Da una parte Tokyo stabilisce accordi bilaterali, ad esempio con la Mongolia e l’India, quest’ultimo il secondo maggiore produttore di terre rare. Dall’altra, applica una politica del risparmio basata sul riciclo dei minerali rari e sulla loro sostituzione con altri prodotti. Un riciclaggio completo degli elettrodomestici dovrebbe arrivare a fornire entro un paio d’anni fino al 10% del fabbisogno giapponese di metalli rari. Difatti, le grandi fabbriche automobilistiche giapponesi, a cominciare dalla Toyota e dalla Honda, hanno ridotto l’uso di metalli rari nelle auto elettriche e ibride, sostituendo i magneti fissi con una diversa tecnologia. La recente scoperta di ricchi giacimenti di terre rare nei fondali marini della EEZ (Economic Exclusive Zone) del Giappone potrebbe aprire effettivamente nuove vie di produzione e crescita ingenti ma l’impresa è piuttosto complessa, anche da un punto ingegneristico. Sono giacimenti che si trovano a oltre 5.000 metri di profondità, con sfide di carattere tecnologico e ambientale”.

Le terre rare si apprestano dunque a diventare il nuovo ‘petrolio’, con tutte le conseguenze del caso. La lotta per il monopolio (o per l’indipendenza dalle forniture esterne) e la corsa al reperimento di nuovi giacimenti da sfruttare potrebbero provocare un vero ‘terremoto geopolitico’, con effetti che vanno ben oltre le tensioni politiche tra i vari Paesi e le oscillazioni dei prezzi, arrivando a influenzare in maniera diretta l’ambiente e le nostre stesse abitudini di vita.

 

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