sabato, Aprile 17

La geopolitica della Francia, oggi field_506ffbaa4a8d4

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Nel marasma delle notizie che si susseguono in questi giorni, la Francia sembra l’obbiettivo principale. Come abbiamo già detto più volte in precedenza, sconfiggere lo Stato Islamico, non può essere solo una mera dimostrazione di forza militare: queste operazioni devono essere coordinate e pianificate con un chiaro intento politico.

Intento, quello politico, che non è chiaro a nessuno, ma che può e deve essere dibattuto senza superficialità e con la consapevolezza che sganciare qualche bomba su Raqqa non è la soluzione definitiva. Raqqa è il sintomo di un malessere più grande, di un malessere da cui nasce, cresce e si sviluppa lo Stato Islamico.

Per far luce sulla delicata situazione geopolitica in cui si muovono e si dovranno muovere le forze militari, abbiamo chiesto all’analista OPI (Osservatorio di Politica Internazionale) e ricercatore ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) Giuseppe Dentice di rispondere ad alcune domande.

 

Dottor Dentice, pare che i terroristi abbiano preso di mira la Francia e la sua politica estera. Esistono delle ragioni politiche per questo attrito? E soprattutto che interessi hanno i francesi nelle regioni tenute sotto scacco dall’IS?

Non credo che l’ISIS abbia preso di mira la Francia, tuttavia possiamo notare come esistano almeno tre piani di lettura degli attentati di Parigi nel quale inquadrare e provare a spiegare i fatti.

Uno sicuramente è simbolico: la Francia rappresenta l’Europa e colpire questo paese ha un forte impatto emotivo non solo dal punto di vista della comunicazione, ma anche e soprattutto della sensazione di sgomento che si vuole creare. Colpire la quotidianità e l’ordinarietà di certe momenti, come hanno testimoniato i fatti di Parigi, significa colpire la vita di tutti noi e in questo senso la Francia incarna alla perfezione nell’immaginario comune quello spirito e sentimento di libertà che noi tutti cerchiamo. In questo senso Charlie Hebdo è stata solo un’anticipazione di quanto accaduto pochi mesi più tardi.

Un secondo piano è politico-militare: la Francia più degli altri paesi europei è quello maggiormente esposto per quanto fatto nella lotta al terrorismo islamista contro l’ISIS (vedi i bombardamenti aerei e la vendita di armi ai Paesi alleati del Golfo) in Siria, ma soprattutto in Africa saheliana e con l’Africa mediterranea. Qui Parigi ha combattuto due guerre (una in Libia e l’altra in Mali), venendo percepita come una potenza colonialista, pronta ad intervenire in difesa del proprio interesse strategico.

L’ultimo piano è ideologico: direttamente collegato al secondo punto, gli attentatori di Parigi erano in gran parte maghrebini di seconda o terza generazione, alcuni dei quali cresciuti ai margini della società e in aperto contrasto con i valori stessi fondanti la loro nuova patria. In loro si è fuso un senso di frustrazione e di rivalsa ad una percezione della Francia come attore politico colonialista, che, soprattutto in Mali e in Africa saheliana, è intervenuta ufficialmente nella sua lotta al terrorismo islamista solo per difendere i propri interessi economici e commerciali nell’area.

Pertanto i tre piani appena spiegati possono favorire una migliore comprensione del perchè la Francia è esposta a tali fenomeni, ma non dirci in assoluto il motivo – se poi esiste – di tale accanimento. La vera chiave di volta in questa storia rimane tuttavia il Belgio, divenuto da anni una sorta di centrale operativa e logistica sia per i terroristi di ritorno dallo scenario siro-iracheno, sia per quelli che si stanno spostando verso quei territori. I fatti di Parigi infatti sono direttamente collegati con il Belgio e Bruxelles, in quanto qui vi sono state cellule o commando dormienti pronti ad attivarsi alla necessità opportuna.

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