mercoledì, Settembre 22

La generazione perduta dell’ Afghanistan

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«La maggior parte degli afghani adulti ottiene una sorta di status di protezione, ma per i giovani è molto più comune essere rifiutati a causa di incongruenze nelle loro storie», ha spiegato Emily Bowerman, responsabile di programma per Refugees Support Network (RSN), organizzazione no profit londinese che offre sostegno educativo e legale ai bambini rifugiati non accompagnati e che periodicamente pubblica ‘After Return’, un rapporto sulle esperienze di giovani forzatamente rimpatriati in Afghanistan. «Immaginate un quindicenne che ha probabilmente trascorso un anno in viaggio. Al momento del primo colloquio dopo l’arrivo nel Regno Unito, spesso fa fatica ad articolare la propria richiesta di asilo», afferma Bowerman.

Secondo i dati del Ministero degli Interni britannico, sono 2.018 i giovani che dal 2007 sono stati rimpatriati forzatamente in Afghanistan. Data l’assenza di un monitoraggio post-ritorno, si conosce pochissimo sulle loro condizioni, ma vi sono prove crescenti che, dal ritiro delle forze internazionali, la situazione in Afghanistan per quanto riguarda la sicurezza sia deteriorata nel corso dell’ultimo anno, in cui si è assistito al più alto numero di vittime civili dal 2009. Il mese scorso il Ministero degli Interni ha ribaltato il provvedimento inibitorio dell’agosto 2015 che aveva fermato i rimpatri verso l’Afghanistan dal Regno Unito a causa del peggioramento della situazione in termini di sicurezza. Ma se anche l’Afghanistan potesse essere definito un ‘valido asilo’, questo non vuol dire che il Paese è sicuro, sostengo gli operatori, il Paese sta precipitando sempre più nel caos.

La strada dell’Afghanistan per la stabilità è ancora tutta da spianare, soprattutto perché i talebani si annidano ancora nell’ombra. Lo studio ‘After Return’ ha rilevato che 12 dei rimpatriati intervistati si sono imbattuti in esplosioni e attacchi mirati. Uno di loro è stato picchiato da ignoti a Kabul e un altro ha assistito all’uccisione di un altro giovane rimpatriato. «Essere rimpatriati accresce i rischi», ha dichiarato Bowerman. «Li mette in risalto e li sottopone ad attacchi mirati da parte di gruppi talebani». Tale situazione influenza anche la capacità di questi giovani di formare nuove amicizie o di riunirsi alla famiglia. «Gli altri si sentono minacciati dalla loro condizione».

Molti dei giovani inclusi nello studio nascondevano il loro status di rimpatriati ai nuovi amici, mentre a vivere con le proprie famiglie erano meno della metà. In alcuni casi le famiglie di origine stavano ancora pagando i debiti sostenuti per finanziare la migrazione dei figli verso il Regno Unito, tanto da non potersi permettere di mantenerli. Alcuni altri erano contrariati per il rientro dei loro cari. Solo un quinto aveva trovato un’occupazione stabile in Afghanistan, dove il lavoro è già scarso e la situazione di rimpatriati, senza una rete di conoscenze, remava loro contro. Sentimenti di isolamento, la stigmatizzazione e la mancanza di speranza per il futuro faceva sì che 22 dei 25 rimpatriati stessero lottando con disturbi emotivi e 15 stavano sperimentando problemi di salute mentale, tra cui ansia e depressione severe.

«Ho vissuto i miei giorni peggiori dopo il ritorno in Afghanistan», ha dichiarato uno di loro. Un altro ha affermato di essere costantemente deriso: «Dicono che ho sprecato la mia vita e ora sono tornato a mani vuote. Ci si sente così depressi». RSN spera che i risultati dello studio siano utilizzati come prove, il che potrebbe tradursi in una riduzione del numero dei rifiuti per le richieste di asilo di giovani afgani, o del tempo trascorso in un limbo prima di conoscere il proprio destino.

A Zakir è stato offerto un posto all’università e persino una borsa di studio, ma non potrà accettare fin quando non sarà fatta luce sul suo status di immigrato. Nel frattempo, ha l’obbligo di firma presso il Ministero degli Interni ogni due settimane e vive nel costante timore di essere arrestato e rimpatriato. «Ho fatto amicizia, e vedo un futuro per me qui a Londra, ma ciò che mi si para di fronte è che tutto questo mi sia portato via».

 

Traduzione di Barbara Turitto

 

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