lunedì, Aprile 19

La funzione strategica di Banca Mondiale e Fmi

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Come è noto, la fine della Seconda Guerra Mondiale innescò immediatamente una competizione planetaria tra Stati Uniti ed Unione Sovietica, i quali concorrevano tra loro per allargare la propria sfera di influenza, estendendola ai Paesi meno sviluppati dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. Gran parte delle nazioni in via di sviluppo era governata da classi politiche che rivendicavano la propria sovranità sui mercati interni e riconoscevano allo Stato un ruolo centrale sia nel guidare l’economia che nello stabilire le fasi attraverso cui si sarebbe dovuta verificare la crescita. Propugnavano, in sostanza, varie forme di dirigismo economico che, supportate da misure protezionistiche tese a salvaguardare la produzione interna, si collocavano sicuramente più vicino al modello socialista in vigore in Unione Sovietica che non al liberismo statunitense.

Per riconquistare terreno, gli Stati Uniti si mossero simultaneamente su più piani, affiancando al tradizionale approccio bilaterale con questi Paesi quello indiretto, tramite Banca Mondiale e, soprattutto, Fondo Monetario Internazionale, i due principali istituti finanziati fondati in base agli accordi di Bretton Woods del 1944. Nonostante il loro funzionamento contemplasse la partecipazione di larga parte dei Paesi mondiali, tali istituzioni hanno costituito le armi economiche di cui Washington – che di esse detiene una sorta di ‘quota di controllo’ – si è servita per implementare la propria politica di soft power, finalizzata a conquistare mercati e imporre gli interessi del capitale Usa a livello planetario senza che gli Stati Uniti apparissero agli occhi del mondo come arroganti prevaricatori.

Come ha scritto nel 1933 John Maynard Keynes: «la protezione da parte di un Paese dei suoi interessi all’estero, la conquista di nuovi mercati, i progressi dell’imperialismo economico, sono elementi ineliminabili della politica di coloro che vogliono massimizzare la specializzazione internazionale e la diffusione geografica del capitale». Il problema evidenziato da Keynes era del resto già stato snocciolato nel 1898 in un documento del Dipartimento di Stato in cui si legge che: «sembra ormai accertato il fatto che ogni anno ci troveremo di fronte a un’eccedenza crescente di prodotti manifatturieri da vendere sui mercati esteri se vogliamo che i lavoratori e gli artigiani americani rimangano occupati anno dopo anno. L’allargamento del consumo estero dei prodotti delle nostre fabbriche ed officine è diventato, quindi, un serio problema di Stato e di politica commerciale».

Così, in breve tempo, oltre 70 Paesi del mondo furono sottoposti a ‘programmi di aggiustamento strutturale’, che imponevano di adottare politiche fiscali e monetarie estremamente rigide, eliminare qualsiasi controllo sui cambi, liberalizzare integralmente i mercati e privatizzare le proprietà pubbliche. Liberalizzazione, privatizzazione e deregolamentazione comportarono un radicale arretramento dello Stato in tutti i Paesi sottoposti alla ‘cura economica’ gestita da Banca Mondiale e Fmi allo scopo ufficiale di incrementare l’efficienza dell’export e consentire così alle nazioni interessate di onorare i debiti contratti con le grandi banche commerciali dei Paesi industrializzati.

Dietro questa cortina fumogena di ‘buone intenzioni’ si celava tuttavia un obiettivo strategico ben diverso, costituito dall’eliminazione dei modelli di ‘capitalismo diretto dallo Stato’ vigenti in Africa, Asia ed America Latina. Nei fatti, i ‘programmi di aggiustamento strutturale’ e le ‘terapie d’urto’ avevano offerto un canale privilegiato al capitale che, in fuga dai tradizionali settori produttivi capaci di garantire una redditività limitata e lontana nel tempo, ebbe la possibilità di trovare vie di investimento di carattere speculativo, in grado di assicurare ampi margini di valorizzazione nell’arco di ristretti spazi temporali. Così, investitori esteri cominciarono ad affluire nelle economie dei Paesi in via di sviluppo, ‘mungendo’ il possibile (come dimostrato dalla crisi delle ‘tigri asiatiche’) prima di togliere il disturbo, innescando fughe di capitali tali da provocare gravissimi e spesso irrisolvibili disastri economici.

Dopo aver creato i presupposti per la catastrofe, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale sono tornati in moltissimi casi a bussare alla porta dei Paesi finiti sull’orlo del tracollo, offrendo loro il proprio aiuto finanziario in cambio di severe misure d’austerità – si pensi al caso greco. Osteggiando qualsiasi genere di intervento di carattere anticongiunturale, cioè fondato sul ricorso alla spesa pubblica allo scopo bloccare l’emorragia interna causata dalla recessione dei settori privati, Banca Mondiale e Fmi hanno preteso che i Paesi in difficoltà tagliassero i fondi pubblici destinati ai servizi sociali, deprimendo ulteriormente e soffocando l’economia nazionale.

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