martedì, Maggio 18

La fuffa della Leopolda field_506ffbaa4a8d4

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Leopolda si, ma non solo. Come la vogliamo mettere, con Maria Elena Boschi? Fino a ieri tutti a osannarla e riverirla, sottolinearne bellezza e determinazione, il mix di acume, scaltrezza, capacità di gestire le situazioni più disparate, anche le più spinose? Ora è crucifige impietoso. Si critica tutto: dalle mise ardite stile country-buttera con cui si presenta alla Leopolda, ai silenzi sulle vicende della Banca Etruria; il fatto che non risponde a Roberto Saviano, e che non rinnega il padre, e anzi, lo difenda dicendo che si tratta di una persona per bene… Ma davvero sono queste le critiche che si devono e si possono fare alla Madonna di Laterina? Davvero questo è il dibattito politico a cui si è ridotti, e che dobbiamo sopportare? Semmai, era prima che si doveva dire qualcosa: quando era un tripudio di «Oh!» e di «Ah!», di fronte alla ‘Bella Colonnella’ riuscita nella missione impossibile, quella di abolire il bicameralismo e riscrivere la Costituzione. Ora, semmai, va difesa: dalle ipocrite e interessate polemiche dell’oggi, così come ipocriti e interessati erano i salamelecchi di ieri. Adesso è lei, la Boschi, da colpire e da abbattere? Ma via! Come si dice? Parlare a nuora perché suocera intenda. Questo è quello che accade. E lasuocerain questione, Matteo Renzi, ne è consapevole. Nelle prossime settimane non mancheranno reazioni e contro-misure. Per ora i ‘poteri reali’ si studiano, ammiccano, si muovono con grande cautela e circospezione.

Se proprio si deve, occupiamoci della vacua e inutile kermesse nel tempio renziano, quella sesta edizione della Leopolda che a tutti gli effetti ha il sapore dello show che settimanalmente mette in scena Maurizio Crozza; come ai tempi di Alighiero Noschese, i personaggi caricaturizzati finiscono con il diventare più reali dell’originale.

Chi c’era, tra i tanti accorsi alla Lepolda? Giuseppe Sala: il manager che ha guidato Expo 2015. Il pubblico lo accoglie entusiasta: «Ti vogliamo Sindaco di Milano». Uno dei principali collaboratori della berlusconiana Letizia Moratti candidato per il Partito Democratico per la poltrona di palazzo Marino. Come ci fa sapere il renzissimo Sindaco di Firenze Dario Nardella, destra e sinistra sono categorie degne di Mammut politici, e vada pure in soffitta Norberto Bobbio e tutto. Come cantava, ma con ben altro spirito, Giorgio Gaber: «Tutti noi ce la prendiamo con la storia/ma io dico che la colpa è nostra/è evidente che la gente è poco seria/ quando parla di sinistra o destra».

I sondaggi di questi ultimi giorni sono, per Renzi, una pena. Pochi fogli, pieni di cifre inequivocabili: il Movimento 5 Stelle è sempre più forte. Viene dato tra il 25 e il 28 per cento. Ma quello che più allarma chi sa leggere questi dati è che c’è un’ampia quota che non si esprime; una quota che potenzialmente può prendere in considerazione questa opzione, e far salire il bacino elettorale del Movimento di Beppe Grillo fino al 30-32 per cento. Il 60 per cento degli interpellati dichiara senza esitazione che non è disposto in alcun modo a votare Grillo (ma non esclude di rifiutare in blocco tutti, astenendosi). Un altro 8 per cento rifiuta di rispondere; e si ritorna dunque al già evocato 30 per cento circa. La prospettiva che tre elettori su dieci per una ragione o per l’altra decida di tracciare la sua croce sulla casella del Movimento 5 Stelle solo un paio d’anni fa la si considerava fantascienza che neppure un Isaac Asimov o un Arthur Clarke avrebbe potuto concepire. E invece…

Le elezioni amministrative incombono, e sono la vera spina nel fianco di Renzi. «Sono amministrative, nessun significato e riflesso politico», ripete in continuazione il Presidente del Consiglio. Non ci crede neppure lui. Si voterà a Bologna, Milano, Napoli, Roma, Torino. Sarà molto dura tenere le attuali posizioni e ‘postazioni’.

L’intervento conclusivo di Renzi alla Leopoldafornisce qualche indizio, qualche chiave interpretativa. «Andiamoci a prendere il futuro», l’invito lanciato dal palco; risparmiamoci la scontata battuta che basterebbe che venisse restituito il presente. Facciamo anche la tara all’appello all’orgoglio dei militanti, e la prevedibile polemica con pessimisti e ‘gufi’; cosa resta? Il caso ‘salva-banche‘? «Nessuno scheletro nell’armadio», assicura, e la sfida: «Quel decreto lo rifirmerei domani». Politica estera? «Il problema del terrorismo islamico non si risolve bombardando qua e là; si affronta la questione delle periferie e la questione culturale». Bilancio dell’attività di Governo: tanti, una sola lacuna: la scuola: «C’è ancora molto da fare»; e rammarico per «non essere riuscito a coinvolgere tutti i professori e gli studenti». Per quel che riguarda il PD e le polemiche di chi se ne è andato sbattendo la porta? «Quelli che chiedevano di mettere la bandiera alla Leopolda se ne sono andati. Noi la bandiera l’abbiamo stampata nel cuore».

Nessuna novità sostanziale, come si vede; del resto: qualcuno le aveva promesse? Il copione era noto già prima ancora che d’essere scritto; puntualmente lo si è rispettato. Anche dal meeting della minoranza, quella che si riconosce in Pierluigi Bersani e Gianni Cuperlo, conferme e nessuna sorpresa.
Bersani resta nella ‘ditta’, e gli si può credere. Sono di fatto due partiti che convivono in un’unica etichetta, la debolezza dell’uno è la forza dell’altro, e vice-versa. Un’alternativa a Renzi, di fatto, non esiste; e questo è il problema di chi gli si oppone. Ma è anche un problema per Renzi, ben consapevole di aver coagulato attorno a sé una fitto reticolo di gruppi e grumi con interessi i più eterogenei, pronti alla prima occasione di cambiare casacca come hanno già fatto. Non per un caso Renzi evoca la necessità di individuare criteri per la formazione di una nuova classe dirigente. Ma se i criteri continuano a essere quelli della fedeltà e non quelli della lealtà, il ‘giglio magico’ potrà regnare; governare, però, è altra cosa.

 

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