mercoledì, Dicembre 8

La Francia in guerra civile field_506ffbaa4a8d4

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Alain Soral spiega che «i politici non hanno alcun potere contro la crisi economica a fronte di un sistema bancario ormai obsoleto. La loro posizione, oggi, è quella che rimanda alla teoria e strategia del caos, vale a dire far arrivare immigrati e trasformarli in delinquenti e ‘diavoli scatenati’. Si tende a fare la differenza tra la massa e i musulmani, così da instaurare un odio crescente nei francesi e uno sfogo nei musulmani, che si vedono definiti delinquenti».

Lo scrittore puntualizza che «si tratta di una collera che fa il gioco del sistema. Una vera polveriera, la cosa peggiore che possa capitare a un Paese, e solo i peggior nemici della Francia o dei folli, per dirla tutta, potrebbero volere la guerra civile».

Secondo il pensiero del filosofo Michel Onfray «non serve la Legge del Taglione. Si lascia marcire la società». «Ci attende la guerra», secondo Keny Arkana, militante internazionalista, e autrice del documentario del 2006, La Rabbia del popolo. Un altro mondo è possibile, girato dopo i suoi viaggi in Brasile, Mali, Messico e Francia. Secondo l’ex poliziotto Stan Maillaud «In Francia ci sono cellule dormiente di islamisti. E questo accade sin dal 1991, con la caduta del muro di Berlino e la guerra dei Balcani, quando le armate sovietiche hanno invaso il territorio francese. Tutto è pronto per dichiarare la Guerra Santa».

Esiste, di fondo, questo senso di inquetudine nel Paese. Questa battaglia è stata vinta da Daech, e non c’è dubbio. Ormai la paura e il timore dilagano come virus, così come gli attentati stessi. Tutti gli studi di ricerca portano a una direzione e buona parte dei francesi, oggi, vive nell’angoscia quotidiana per se stessi e per i propri cari. Insomma, un clima che ha portato un quarto dei francesi a cambiare le proprie abitudini, che ha limitato le uscite nei bar, nei locali e nei ristoranti, così come nei musei, che hanno registrato una diminuzione notevole del numero di turisti visitatori. Gli indicatori corroborano purtroppo il sentimento prevalente di pesantezza che si respira in città, quel sospetto onnipresente che porta ciascuno a vedere nell’altro una minaccia potenziale.

Questo è il ritratto che viene fuori, di una società scossa e fratturata, che l’estremismo islamico proverà a colpire con la sua guerra. Kenny Arkana spiega che dopo il nostro 11 Settembre francese, tutti temono che qualcosa possa accadere, si cercano colpevoli in ogni dove, si vive nella rabbia. Si arriva a progettare pensieri fatti di violenza, in tanti vorrebbero la pena di morte, oggi come oggi! Ma come si fa se si è rappresentati da Sarko o Valls, essi stessi violenti e di basso profilo… Forse è questo che ci si merita, ma forse si sta (de)candendo in un oscurantismo crescente. Secondo me, bisogna tornare a porsi giusti quesiti, per canalizzare questa violenza e ritrovare un po’ di pace perduta. Tutto ciò che serve è battersi per raggiungere un po’ di benevolenza, altrimenti non sarà rivoluzione, ma guerra civile».

Traduzione di Silvia Velardi

 

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