venerdì, Gennaio 28

La Francia alle prese con il nazionalismo identitario di Martinica e Guadalupa Le Antille Francesi sono in rivolta contro le misure anti-Covid di Parigi, ma è solo un pretesto, per esprimere la loro rabbia per i problemi di vecchia data. Parigi apre a maggiore autonomia

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Due settimane fa in Martinica e nella vicina Guadalupa, dipartimenti d’oltremare della Francia, sono scoppiate violente manifestazioni che hanno portato in strada la gente a protestare contro l’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari, in vigore in tutta la Francia, dunque anche nei territori d’Oltremare, e altre restrizioni legate al Covid-19. Scorsa settimana le manifestazioni sono proseguite e venerdì Parigi ha deciso di rinviare l’obbligo di vaccinazione al 31 dicembre. Il Ministero della Salute francese aveva messo in aspettativa non retribuita coloro che avevano rifiutato l’inoculazione, venerdì ha fatto sapere che ai sospesi sarà dato più tempo per il ‘dialogo’ individuale con i loro manager, pur continuando a essere pagati.
Oltre a porre fine all’obbligo di vaccinazione, i manifestanti hanno chiesto anche aumenti di stipendio e prezzi della benzina più bassi.

L’obbligo vaccinale ha alimentato e fatto scoppiare il risentimento tra la popolazione nera delle isole, risentimento che ha radici lontane.Alcuni nelle isole hanno definito il mandato un ritorno all’era della schiavitù in Francia, insistendo sul fatto che dovrebbe essere consentito loro di fare le proprie scelte in merito al trattamento sanitario.
In Guadalupa, c’è una storica sfiducia nella gestione delle crisi sanitarie da parte del Governo dopo che molte persone sono state sistematicamente esposte ai pesticidi tossici utilizzati nelle piantagioni di banane negli anni ’70.

Natacha Butler di ‘Al Jazeera‘ ha affermato che le persone in Guadalupa hanno preso a pretesto l’obbligo vaccinale per esprimere la loro rabbia per i problemi di vecchia data nel territorio francese. «Molte persone in Guadalupa si sentono come se il Governo francese stesse dicendo loro costantemente cosa fare, pur essendo a circa 7.000 chilometri di distanza a Parigi». «Molte persone qui dicono che sentono che Parigi li tratta costantemente come cittadini di seconda classe. Ci sono problemi con l’alta disoccupazione qui, ci sono problemi con la povertà», ha detto Butler. «Per loro, in un certo senso, queste proteste per le restrizioni causa Covid-19 sono un’opportunità per esprimere le loro lamentele su una serie di questioni».

La Francia ha avanzato la possibilità di discutere di una certa autonomia per i territori caraibici della Martinica e della Guadalupa, proprio in risposta alle frustrazioni di lunga data per la disuguaglianza con la terraferma francese
L’offerta per una maggiore autonomia del Ministro d’Oltremare, Sébastien Lecornu,presentata a Parigi già il 20 novembre, ha suscitato aspre critiche sabato scorso da parte dei candidati conservatori e di estrema destra per le elezioni presidenziali francesi di aprile. Sebbene i territori condividano la stessa valuta della terraferma, gli alti costi della vita e la rabbia persistente per gli abusi storici hanno spinto alcuni funzionari locali a chiedere il cambiamento. Nella notte tra venerdì e sabato, poi, il Governo si è dettopronto a parlare di autonomia della Guadalupa, secondo il Ministro Lecornu, che ha anche promesso la creazione di «1.000 posti di lavoro agevolati per i giovani».
La dichiarazione può essere letta anche come una presa di coscienza non più rinviabile da parte di Parigi di quanto recentemente ha affermatoStéphanie Mulot, docente di sociologia all’Università Jean Jaurès di Tolosa. «L’analisi del rifiuto della vaccinazione contro il Covid-19 in Guadalupa non può essere ridotta all’esperienza traumatica del clordecone.
La resistenza al vaccino, dove la mortalità ospedaliera legata alla pandemia ha infranto record, esprime un atteggiamento dinazionalismo identitario‘, affonda le sue radici in ideologie neoliberali e specifiche aspirazioni decoloniali e infine porta alla luce una democrazia sanitaria limitata».

La protesta di questi territori, spiega Jean-Luc Bonniol, professore emerito di antropologia all’Università di Aix-Marseille, che, come antropologo e storico, ha studiato in particolare le società caraibiche (principalmente le Indie Occidentali della colonizzazione francese). «va ben oltre il pretesto sanitario e si basa ormai su tutti i mali strutturali -accesso all’acqua, disoccupazione giovanile, alto costo della vita- di cui soffrono i territori d’oltremare»
Bonniol, punta l’attenzione sulle tensioni identitarie ancora vive. «Tra i vari fattori esplicativi, giocano un ruolo preminente le tensioni identitariediffuse in questi territori. Come sottolinea la socioantropologa Stéphanie Mulot, segnano un desiderio di resistenza da parte di un settore diopinione invitato a:Resistere alle ingiunzioni nazionali di privilegiare le competenze endogene,segno di affermazione dell’identità decoloniale e di emancipazione collettiva“. Questo appello, che si basa su specifiche risorse di memoria proprie delle società post-schiavitù, evocherebbe, secondo lei, “una forma di marronnage contemporaneo che dovrebbe essere inglobata anche nel campo della salute”».
Queste tensioni possono essere paragonate al dibattito pubblico in corso in Francia sui temi dell’identità, in particolare nel mondo accademico, nei media e nella politica? «Sono innegabilmente specifici, poiché prendono forma in società post-schiavitù nate nel XVII secolo nel rapporto coloniale con una madre patria lontana, verso la quale la tratta degli schiavi coinvolgeva la convivenza, sullo stesso suolo, di gruppi fenotipicamente contrastanti. Contrasto che serviva per l’ordinamento sociale. Questo si basava sulla valorizzazione della chiarezza epidermica, segnando indelebilmente le linee di generazione in generazione. Come ha notato Michel Leiris, in uno studio pionieristico del 1955, una logica razziale struttura profondamente il corpo sociale delle Indie Occidentali. Il prisma di colore può essere utilizzato per interpretare tutte le situazioni: i conflitti sociali tendono così a ‘razzializzare’, a trasformarsi immediatamente in antagonismi razziali».

«La pluralità delle origini (Africa, Europa e, più recentemente, India, con l’arrivo nell’Ottocento dei lavoratori a contratto), implica invece il confronto di diversi elementi culturali, spesso posti a loro volta in posizione gerarchica (caratteristiche di origine africana sono quindi tradizionalmente svalutate). Ma si può anche notare che le contraddizioni sociali non sono ancorate a comunità culturali chiuse e ripiegate su se stesse: diversità, pluralismo non sono quelle dei gruppi sociali, ma quelle di diversi repertori referenziati, che possono attingere ad esse secondo i contesti in quale sono inseriti… Lo stesso individuo può così consultare un quimboiseur (stregone) per risolvere un problema personale e il giorno dopo andare a messa senza battere ciglio. Questo è infatti il processo di creolizzazione che ha strutturato la storia culturale delle isole fin dall’epoca coloniale. La lingua creola, che non può in alcun modo essere assegnata a uno dei gruppi presenti, illustra in particolare questo fenomeno. Aiuta a legare insieme tutti i gruppi sociali: ogni madrelingua, qualunque sia il colore della sua pelle, lo parla».

Per comprendere l’attuale complessità identitaria, afferma Jean-Luc Bonniol, «è necessario tener conto della sovrapposizione di più orizzonti ideologici che, sedimentatisi dall’abolizione della schiavitù, possono coesistere fino ad oggi. Portati principalmente da intellettuali e politici, questi riferimenti ideologici permeano, in misura maggiore o minore, il corpo sociale.
Il primo orizzonte, che esiste da molto tempo dal 1848, promuove il legame con la Francia e un certo oblio della schiavitù, secondo l’ethos di una Nazione unita, gloriosa e liberatrice. È quello dell’assimilazione, cioè della corretta applicazione delle leggi francesi alle Antille. L’assimilazionismo si fonda sulla promessa repubblicana di uguaglianza (anche se è lungi dall’essere compiuta…) su basi universaliste, nonostante i loro limiti…». Principio che culmina, alla fine della seconda guerra mondiale, con la «dipartimentalizzazione, che sembra essere la consacrazione, a livello politico, del principio di uguaglianza.
Il secondo orizzonte, che emerge negli anni Trenta tra certi intellettuali, è quello della negritudine. Può essere definito come il ‘rovesciamento dello stigma‘, «poiché si tratta di ribaltare l’antica svalutazione del colore nero, per costruire un’identità che sfoggia il colore degli antenati oppressi come strumento di domanda e arma». È così che Aimé Césaire, portavoce di questa posizione, ha fatto del terminenegrouna reazione all’inferiorizzazione di un’identità», che gli appare come la prima violazione del principio repubblicano di uguaglianza. Il che spiega perché prima sostenne la legge assimilatrice di dipartimentalizzazione, poi, quando ne intuì la debolezza in termini di progressi egualitari, la traduzione politica della sua scelta fu quella dell’autonomismo, guidato dal partito da lui fondato, il Parti Progressiste Martiniquais.
«Ma l’autonomia è stata superata, a partire dagli anni Sessanta, dall’ascesa del nazionalismo indipendentista», prosegue Bonniol. Autonomismo che, «non è mai riuscito a diventare una forza politica di rilievo che si è scontrata con l’attaccamento maggioritario delle comunità delle isole americane alla Francia, sebbene sia riuscito a trovare un posto importante nella vita sindacale, in particolare a La Guadalupa, attraverso l’Unione generale dei Lavoratori di Guadalupa». «»

«Un nuovo orizzonte ideologico, che non corrisponde a una corrente politica consolidata, compare negli anni Settanta, con l’affermarsi del creolo». E’ l’affermazione della creolité.
«Uscendo da uno schema binario, aumenta la complessità dell’offerta di identità». «Al centro, il Memorial ACTe, rivendicazione della pluralità delle origini (african, european, asian…) e la promozione della lingua creola.
La postura creola, che intende enfatizzare positivamente la resistenza locale e quotidiana alla dominazione coloniale, insiste sulla creatività locale e sul superamento delle ferite fondanti, consentendo la fuga, secondo Alain Ménil, “Ai micidiali miraggi di un’identificazione etnica della realtà culturale […] alla consueta associazione di una cultura con il recinto dell’etnia” anche se la realtà in cui appariva era “segnata da costante preoccupazione di etnicizzare qualsiasi relazione”. Entra così in competizione con altri referenti ideologici, che propugnano -alla ricerca di quella che il filosofo Edouard Glissant chiamava ‘l’identità radice’- un attaccamento quasi esclusivo al continente africano. Entrano così nel dibattito pubblico delle affermazioni anticreole, più o meno ispirate all’afrocentrismo, nell’estensione dell’idea di ‘Nazione nera’, che tende ad assumere oggi, grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, una scala transnazionale».

«A partire dagli anni ’90, le Indie Occidentali hanno sperimentato un forte investimento sulla memoria, focalizzandosi sul trauma storico rappresentato dalla tratta degli schiavi e dalla schiavitù coloniale, e l’ingresso in scena del ‘discendenti d ‘esclaves’. Rappresentazioni del passato, molto ideologizzate, possono portare a una rilettura della storia, attraversata da un ritorno al lessico razziale, come dimostrano le critiche mosse al Memorial ACTe inaugurato nel 2015 a Pointe-à-Pitre. Questo primo grande strumento per ricordare la schiavitù avrebbe, secondo i suoi dispregiatori, veicolato un ‘contenuto afrocida, al servizio della celebrazione di una memoria fondata sui privilegi, quelli della bianchezza’».

Si arriva così al risveglio del nazionalismo culturale. Le strategie indipendentiste, prosegue Jean-Luc Bonniol, «nonostante il loro relativo fallimento, hanno comunque contribuito a risvegliare, sia a Guadalupe che in Martinica, un nazionalismo culturale. Ciò si basa su un orgoglio indigeno, che si esprime nella richiesta di riconoscimento dell’uguaglianza nella differenza, che testimonia sia un attaccamento politico alla nazionalità francese -e più precisamente attaccamento all’idea repubblicana di nazionalità francese (française idée républicaine)- sia a un’identità culturale martinicana o guadalupa, ambivalenza molto proclamata, che costituisce un terreno privilegiato per ricorrenti scoppi di contestazione del potere di Parigi,

Le strategie indipendentiste hanno sostanzialmente fallito, sostiene Bonniol, quel che resta è l’ambivalenza, «che non è l’ultimo dei paradossi di questi territori postcoloniali, che portano il segno di una creolizzazione ‘profonda’ e della coesistenza delle norme da essa istituite». «Un po’ come se i legami secolari intessuti con la madre patria non si potessero sciogliere: difficile dover combattere contro una parte di ciò che ti costituisce… Il che rende particolarmente problematica la risoluzione dei conflitti con il poterestraniero’. Ma ignorare questa complessità sarebbe un grave errore politico».

Le manifestazioni di queste settimane pongono, dunque, a Parigi un problema ben più complesso che non la riluttanza di Guadalupe e Martinica alle regole anti-Covid, e la disponibilità del Ministro d’Oltremare, Sébastien Lecornu, a ragionare attorno al tema di una crescente autonomia,potrebbe essere l’inizio -per quanto molto dipenderà dagli esiti delle elezioni presidenziali del 2022- di un percorso, certamente lungo, volto a dare una risposta al malessere e al nazionalismo identitario‘ di questi territori.

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