martedì, Ottobre 19

La Francia a caccia della ripresa field_506ffb1d3dbe2

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French president François Hollande

Parigi – Annunciato da Hollande il 31 dicembre scorso durante il tradizionale discorso di auguri alla nazione, il Patto di Responsabilità fatica a decollare a causa di una serie di ostacoli che rischiano di bloccare definitivamente il normale corso delle riforme. Concepito per rilanciare l’economia del Paese, ormai arrivato a un tasso di deflazione del 4,4% e a una crescita nel primo semestre pari allo 0%, questo progetto di riforme si basa su una serie di misure volte ad alleggerire le spese delle imprese per incentivarle ad assumere e ad alzare il tasso di investimenti.

«Questo patto si fonda su un semplice principio: meno spese sul lavoro, meno obblighi per le loro attività e, contemporaneamente, in contropartita, più assunzioni e più dialogo sociale». Con queste parole, il Presidente della Repubblica aveva presentato il programma di ripresa economica ai francesi, fissando il 2017 come data limite per l’attuazione dell’intero pacchetto. Secondo il progetto, per abbassare il costo del lavoro sono stati previsti 40 miliardi di euro, che verranno stanziati alle imprese nei prossimi 5 anni. In compenso, il mondo del padronato si dovrà impegnare a creare un milione di nuovi posti di lavoro, già promessi negli anni passati ma mai realizzati.

A nove mesi dall’annuncio, però, il processo di riforme sembra essersi inceppato: a oggi, su 50 settori professionali, solamente 33 avrebbero cominciato a intavolare un dialogo con il governo e i sindacati. A gettare benzina sul fuoco ci ha poi pensato il quotidiano economico Les Echos, che lo scorso 15 settembre ha pubblicato un documento della MEDEF (acronimo che sta per Mouvement des entreprise de France, l’equivalente transalpino della nostra Confindustria) in cui venivano elencate alcune proposte a dir poco scioccanti, come la riduzione dei giorni feriali, un abbassamento provvisorio dello SMIC (Salaire minimum interprofessionel de croissance, sigla francese che indica il minimo salariale) e la messa in discussione delle 35 ore di lavoro settimanali.

Non risulta difficile immaginare le reazioni dei sindacati, che non hanno esitato un secondo a puntare il dito contro il mondo dell’impresa, in particolare su Pierre Gattaz, attuale Presidente della MEDEF. Per calmare le acque, un portavoce della federazione ha spiegato che quello diffuso era un vecchio testo e che i punti proposti «non corrispondono esattamente alle proposte che verranno fatte nei prossimi giorni». Bisognerà quindi attendere fino aI 24 settembre, giorno in cui l’organizzazione imprenditoriale svelerà le sue proposte.

In questa intervista, l’economista Eric Heyer, professore all’università Science Po di Parigi e vicedirettore del Dipartimento analisi e previsione dell’OFCE (Observatoire français des conjonctures économiques) ci dà il suo punto di vista sulla situazione, specificando l’atteggiamento della MEDEF rispetto alle misure previste dal Governo.  

 

Prof. Heyer, il Patto di Responsabilità prevede aiuto alle imprese quantificabile con 40 miliardi di euro. Da dove verrà presa una simile somma?

A causa del forte deficit, i 40 miliardi previsti per le industrie arriveranno dalle tasse applicate ai cittadini e non direttamente dalle casse dello Stato. Più che un finanziamento, ci sarà quindi un trasferimento di capitale. Questo comporterà dei benefici per gli imprenditori, ma allo stesso tempo creerà degli scompensi in altri settori.

Tra i vari punti del progetto della MEDEF, c’è anche la riduzione dei giorni di ferie, che passerebbero così da 11 a 9. Un simile provvedimento potrebbe avere un impatto concreto sulla crescita complessiva del Paese?

Fra tutte le proposte, questa mi è sembrata la più caricaturale. Pensare di aumentare il PIL di un paese dell’1% sopprimendo due giorni feriali è un concetto quanto mai approssimativo e inesatto. Le conseguenze economiche di una simile riforma sarebbero irrilevanti e lontane dalla stime previste dalla MEDEF. Penso che questo progetto verrà soppresso quando verrà presentato ufficialmente il programma.

Sempre secondo le stime della MEDEF, riducendo lo SMIC si otterrebbero dai 50 000 ai 100 000 posti di lavoro in 5 anni. È d’accordo con questa previsione?

Il tema del minimo salariale è al centro di un vero e proprio dibattito tra differenti correnti di pensiero. Normalmente si pensa che fissando il tetto massimo a una cifra troppo elevata, si renda più difficile l’entrata nel mondo del lavoro a tutti coloro che non posseggono particolari requisiti o specializzazioni. Lo stipendio è sempre rapportato alla produttività e alle competenze dell’impiegato. Fissando una somma troppo alta, si escludono automaticamente tutti coloro che non raggiungono un certo grado di preparazione. L’idea è quindi quella di trovare una remunerazione che non sbarri la strada ai lavoratori sprovvisti di particolari qualifiche. Nel caso dei neo-laureati appena usciti dall’università, questa opzione già esiste e consiste nei contratti di apprendistato. La MEDEF, però, ha pensato lo stesso di diminuire lo SMIC dei giovani: una proposta pericolosa perché non tiene conto delle qualifiche professionali ma solamente dell’età, senza prendere in considerazione le tante differenze presenti in quella fascia della popolazione. Anche qui ci sono individui più qualificati di altri. A tal proposito, penso che bisognerebbe migliorare il sistema attuale concentrandosi sulle differenti competenze e qualifiche professionali nei vari settori.

Tra i propositi della MEDEF, c’è anche quello di rivedere le 35 ore settimanali. Ci sarà sintonia con il Governo su questo punto?

Anche se con idee diverse, Sia la MEDEF che il Ministro dell’Economia, Emmanuel Macron, hanno tra i loro obiettivi quello di rivedere questo punto. In particolare, il mondo dell’imprenditoria vorrebbe riformulare in toto la durata legale stabilita dalla legge, permettendo alle imprese di negoziarla con il candidato. Macron, invece, è disponibile a un cambiamento solo nel caso in cui si raggiunga un accordo tra uno specifico settore e i sindacati.

Il discorso pronunciato da Manuel Valls il 16 settembre dopo aver ottenuto la fiducia del Parlamento è stato giudicato da molti degno della migliore tradizione della sinistra francese. Un mese fa, però, il Primo Ministro si era guadagnato una vera e propria ovazione durante l’incontro estivo della Medef. Un atteggiamento poco coerente?

In questo momento la maggioranza è molto debole e non è certo il caso di creare altre fratture.  Con il suo discorso, Valls ha voluto rassicurare i deputati al fine di ottenere la fiducia necessaria per andare avanti. Quando poi si trova davanti al pubblico della MEDEF, è normale che cambi i toni orientandoli a favore del mondo dell’impresa. Si tratta di strategie politiche necessarie per accattivarsi le simpatie delle differenti parti in gioco. 

Che posto occupano gli investimenti pubblici nel cammino di ripresa economica del paese?

In questo settore l’Europa gioca un ruolo fondamentale. Il Governo ha annunciato ad aprile un risparmio di 50 miliardi di euro entro il 2017. Tra questi, 11 miliardi dovrebbero arrivare dal settore del pubblico, dove l’Eliseo si aspetta un impegno concreto da parte della Comunità. L’aiuto dovrebbe arrivare dai 300 miliardi di euro annunciati da Juncker per rilanciare la crescita della zona Euro.

 

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