giovedì, Settembre 23

La fragilità cosmopolita di Singapore field_506ffb1d3dbe2

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Protesters react during a May Day protest against high living costs and immigration policies in Singapore

Per quarant’anni Singapore ha ballato sull’oro di un precipizio, covando al suo interno un equilibrio sociale precario, una labile armonia con stridenti stonature etniche. Lo scorso dicembre un’insolita manifestazione nel quartiere orientale di Little India ha messo a nudo le debolezze endemiche della città-stato. Tutto è cominciato con la morte di un operaio indiano, travolto da un autobus guidato da un singaporiano. Un semplice incidenti degenerato in violenza. Alcune macchine sono state date alle fiamme e 39 persone sono rimaste ferite nei tafferugli con le forze dell’ordine. Il rancore della comunità immigrata alla fine è esploso. «L’ineguaglianza che ha messo radici a Singapore avrà conseguenze disastrose, di cui vediamo già i primi segni», scriveva sul suo blog l’attivista Roy Ngerng: «Forse c’era da aspettarselo, visto che paghiamo una miseria a questa gente, nonostante ci abbia aiutato a costruire il nostro Paese, le nostre strade, le nostre case, pretendendo che riescano a sopravvivere in condizioni terribili».

Da diverse settimane le tensioni tra locali e migranti si erano inasprite. Agli scontri, a cui hanno preso parte indiani e bangladesi, è seguita un’ondata xenofoba che ha travolto i social media, indignando gran parte degli internauti. Iniziative indipendenti, come la pagina Facebook Shut Racism UP SG, sono nate con l’intento di sensibilizzare i cittadini verso una tematica a lungo ignorata. Singapore ha un problema di razzismo, che lo si voglia ammettere o meno.

La popolazione della città dei leoni è cresciuta enormemente negli ultimi decenni di pari passo con l’arrivo di lavoratori stranieri, che oggi costituiscono due quinti dei residenti. Ciò ha messo a dura prova la capacità organizzativa del Governo di fronte alla riduzione di posti di lavoro e alle difficoltà di collocamento dei nuovi arrivati, il tutto condito dai timori di un’eccessiva diluizione della nazionalità singaporiana. Più piccola di New York, Singapore è priva di risorse naturali e il boom economico degli ultimi anni ha portato ad una distribuzione inuguale delle ricchezze, con il coefficiente di Gini, termometro delle disparità sociali, che si attesta a 0,48 in un parametro di riferimento in cui l’1 rappresenta la diseguaglianza completa.

Dopo l’indipendenza dal Commonwealth britannico, nel 1963, l’allora Primo Ministro Lee Kuan Yew ha cercato di allentare la rigida ripartizione razziale ereditata dagli inglesi per creare una società genuinamente multietnica. Ma, a partire dalla fine degli anni ’70, la tendenza sembra essere stata piuttosto quella di creare una comunità fortemente cinese con minoranze indiane e malesi. Da quel momento la ‘razza’ è diventata «il principale identificatore sociale dei singaporiani» e il razzismo «la conseguenza scaturita naturalmente dal vivere in una società dove stereotipi razzisti sono incoraggiati e accettati dal Governo», scrive Michael Barr, professore di relazioni internazionali presso la Flinders University, nonché autore del libro ‘The Ruling Elite of Singapore’.

La città-Stato è insofferente anche verso «le proprie minoranze, le quali tuttavia tollerano l’ostilità come prezzo da pagare per vivere in una società sicura e prospera, e che possono alla fine considerare come casa propria». Così sfortunatamente quando, girata la boa del nuovo secolo, le autorità hanno deciso di inondare il mercato di lavoratori stranieri, la popolazione singaporiana aveva già alle spalle anni di tribolata convivenza multietnica e un corposo bagaglio di stereotipi xenofobi. A ciò si aggiunga il fatto che il Governo, «per sua stessa ammissione, ha mancato di adeguare le infrastrutture locali al flusso di immigrati. Sarebbe stato strano se, al contrario, non ci fosse stata una reazione negativa».

Il rapido sviluppo, che ha portato Singapore a diventare, sotto il Governo del PAP (People’s Action Party), il quarto centro finanziario del mondo, con un Prodotto interno lordo pro capite superiore a quello degli Stati Uniti, è stato ottenuto principalmente importando manodopera dall’esterno, piuttosto che coltivando le potenzialità produttiva autoctone. Al momento la popolazione della città conta 5,3 milioni di abitanti, di cui il 38% forestieri, contro il 14% del 1990, quando i residenti erano 3 milioni. Singapore è seconda al mondo per densità di popolazione preceduta soltanto dal Principato di Monaco.

Dopo aver vinto nel 2011 le elezioni con il risultato più basso dai tempi dell’indipendenza, il PAP ha pubblicato un documento programmatico dal titolo ‘Una popolazione sostenibile per una Singapore dinamica’. Si tratta principalmente di un piano economico per far fronte al progressivo invecchiamento della popolazione, in cui tra i numeri snocciolati balza agli occhi una data: 2030, anno in cui i cittadini dello Stato insulare dovrebbero diventare ben 6,9 milioni, di cui quasi la metà stranieri. La proposta ha innescato diverse proteste, come se ne vedono raramente a Singapore, con migliaia di persone riunite a Hong Lim Park.

«Il razzismo ha sempre motivazioni economiche, e Singapore non fa differenza» ha dichiarato Barr al ‘Diplomat’. «L’aumento della popolazione ha incrementato i rendimenti per i proprietari dei fattori fissi, come la terra. Dal momento che il Governo di Singapore detiene l’80% della terra, i benefici vanno principalmente alle autorità. Il surplus generato dalla crescita economica e dall’aumento della popolazione non è stato utilizzato per compensare i singaporiani ma, piuttosto, è andato ad accrescere l’accumulo di valuta estera nei nostri fondi sovrani».

Oggi a scontare questa situazione sono perlopiù i migranti di Cina, Bangladesh, India e Filippine. Sopratutto i ‘PRCs’, come vengono chiamati con tono dispregiativo i cinesi, attualmente il 75% dei residenti in città, sono generalmente derisi per il loro scarso inglese e la mancanza di buone maniere. Proprio la discriminazione è stato uno dei fattori che nel 2012 ha spinto gli impiegati cinesi nel settore dei trasporti ad incrociare le braccia in una protesta considerata illegale, terminata con un arresto e diverse sanzioni.

D’altra parte, come fa notare Barr, episodi di razzismo si verificano anche tra singaporiani-cinesi e singaporiani-indiani nei confronti di immigrati in arrivo da Cina e India. Un fenomeno spiegabile sulla base dei pregiudizi tutt’ora vivi nel Paese d’origine, che intercorrono tra Nord e Sud. Gli antenati degli attuali singaporiani-cinesi e singaporiani-indiani provenivano dalla Cina e dall’India meridionale, mentre i nuovi arrivati sono originari delle regioni del Nord. «Tutti questi risentimenti e insicurezze vengono importate con i lavoratori stranieri, specialmente quelli qualificati, ma nessuno al Governo sembra rendersene conto».

A ciò si aggiungano le condizioni di vita alienanti in cui vivono i nuovi cittadini, sopratutto operai edili, considerati dalle autorità come semplice manovalanza declinata al Pil Nazionale. Spesso isolati socialmente, non parlano inglese né nessuna delle quattro lingue ufficiali di Singapore (inglese, mandarino, malese e tamil) e vivono nei vari ghetti-dormitorio.

Il problema etnico è stato più volte impugnato dal Reform Party, Partito d’opposizione democratico e pro-riforme, che ha denunciato come la competizione ‘darwiniana’ innescata dai lavoratori stranieri abbia definitivamente «depresso gli stipendi e ridotto le prospettive di lavoro per i locali».

Tuttavia la questione è rimasta a lungo sottotraccia. Da quando con la pacificazione degli scontri tra cinesi e malesi del 1964 Singapore si è dichiarata fieramente una società multietnica, le ostilità razziali sono state occultate dietro una parvenza di armoniosa coesistenza delle diversità, mentre nella vicina Malesia i sanguinosi episodi hanno ispirato la formazione di ‘movimenti per il potere malese’ di chiara ispirazione neonazista.

Per commemorare le vittime degli scontri e ristabilire una convivenza pacifica, nel 1998 il Governo di Singapore ha introdotto il Racial Harmony Day Celebrations, festa nazionale tenuta ogni 21 giugno nel piccolo Stato asiatico. Per smussare ulteriormente le tensioni, nel ’66 fu scritto il Singapore National Pledge, giuramento di fedeltà alla Nazione tutt’oggi recitato nel corso di eventi pubblici, nelle scuole e tra le forze armate, con il quale i cittadini si impegnano ad accantonare sentimenti xenofobi e ad accogliere tutte le razze e le religioni. Allo stesso tempo, gli sforzi delle autorità si sono concentrati nel tentativo di costruire una società bilanciata attraverso l’imposizione di quote etniche nelle scuole e nei vari quartieri, al fine di assicurare un equilibrio tra cinesi, malesi e indiani in ogni aspetto del vivere quotidiano, scongiurando così la formazione di enclavi.

Ma nonostante il buonismo di facciata, sono molti a ravvisare nelle politiche etniche del Governo una profonda ipocrisia. Il Sedition Act è uno dei provvedimenti più chiacchierati con il quale Singapore ha cercato di seppellire il problema, finendo per rendere razza e religione argomenti tabù. Al Comma 3 viene data una definizione dei testi ritenuti sediziosi, includendo le pubblicazioni che «promuovono sentimenti di malevolenza e ostilità tra diverse razze e classi». Nel 2005, per la prima volta, il Sedition Act è stato adoperato per punire due uomini accusati di aver diffuso commenti razzisti su internet. Come scrive la giornalista-attivista, Kristen Han, commentando la normativa su Asian Correspondent, «le restrizioni hanno silenziato qualsiasi tipo di dibattito sulla questione razziale e religiosa», tanto che persino un film palesemente satirico come Sex.Violence. FamilyValues è rimasto intrappolato tra le maglie della censura per alcune scene ritenute offensive verso la comunità indiana. Secondo il Governo di Singapore, il bavaglio su argomenti politici, razziali e religiosi è un male necessario per non sconvolgere il precario equilibrio multietnico. Ma stroncare ogni spunto di riflessione sui problemi della città-stato non sembra, di fatto, essersi rivelata una strategia vincente.

All’indomani dalle proteste di Little India, il blogger Ai Waipang scriveva: «Le rivolte sono sono eventi complessi che coinvolgono molti attori e fattori. Quello che mi preoccupa è il tentativo da parte delle autorità di indurci a credere che ci sia una spiegazione definitiva. In base a quanto ho potuto leggere, si parla di teppismo incontrollato, mentre il Governo avrebbero agito in maniera del tutto esemplare. Di certo preferiscono ridurre l’accaduto a una questione di ordine pubblico, con loro stessi come difensori di tutto ciò che è buono e tranquillo, piuttosto che aprire un dibattito sulle altre concause».

L’ultimo caso di alto profilo ha visto coinvolto il banchiere britannico Anton Casey, licenziato e costretto a lasciare la Repubblica insulare con moglie e figli (la consorte è niente meno che Miss Singapore 2003), dopo aver ricevuto minacce di morte per aver sbeffeggiato su Facebook pendolari e tassisti con commenti decisamente classisti. Lo scorso anno era stata Amy Cheong, membro del National Trades Union Congress, a venire bacchettata dalla polizia per uno sfogo razzista sul social network di Zuckerberg. Al tempo la città-Stato tirò un sospiro di sollievo nello scoprire che la 28enne è in realtà cittadina australiana con residenza permanente sull’isola. Come se l’implicazione di forestieri negli ultimi episodi di discriminazione servisse ad alleggerire le responsabilità del Governo singaporiano.

 

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