venerdì, Luglio 30

La fragile democrazia e il paradosso thailandese

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La più grande manifestazione di protesta in strada alla quale si è assistito da mesi in Thailandia, la Nazione è sotto dittatura militare dal 2014. E –paradosso dei paradossi- la si è vista intorno ed a sostegno della Premier deposta con il colpo di stato militare di quell’anno, Yingluck Shinawatra presentatasi a Bangkok presso la sede dell’Alta Corte di Giustizia per presentare una sua memoria difensiva e la documentazione preparata dai suoi legali per difendersi dalle accuse di “negligenza” amministrativa in relazione allo schema di sussidi economici a favore dei produttori di riso.

La manifestazione pubblica in suo sostegno, dove alcuni hanno mostrato cartelli con la scritta ‘Amo il Primo Ministro’ oppure ‘Combatti, Combatti’, certo non era imponente come quelle cui si è abituati a vedere nella Bangkok ante-dittatura ma è altrettanto vero che è andata oltre le previsioni dei militari che –chiaramente- non avrebbero voluto vedere nei media l’ex Premier deposta in un clima di così evidente sostegno popolare. Piuttosto l’avrebbero desiderata vedere prostrata, contrita e perdolente al cospetto del rischio di venire incarcerata per una decina d’anni per le accuse pendenti nei suoi confronti. D’altro canto, come è noto, l’apparato militare, soprattutto i suoi vertici, è più vicino politicamente al fronte dei partiti avversi ai movimenti popolari che sostengono la intera famiglia Shinawatra e quindi, una Yingluck Shinawatra isolata, indebolita e sotto accusa sarebbe risultata “icona” mediatica più gradita.

Invece, la ex Premier è apparsa -nonostante tutto- serena, scaldata interiormente dal sostegno che molti sostenitori le hanno mostrato sfidando le strette maglie del controllo dei militari. La manifestazione in suo sostegno del 7 luglio 2017 giunge due settimane prima della conclusione definitiva del processo che la riguarda e che è connesso con uno schema di sostegno governativo a favore delle classi agricole, specialmente dei produttori di riso, che i detrattori hanno definito una “rovina” economica per le casse pubbliche. Anzi, i critici dell’operato di Yingluck Shinawtra ritengono che sia stato proprio quel costoso schema d’aiuti la porta d’ingresso della caduta della corona di primo produttore ed esportatore di riso nell’area asiatica e a livello mondiale dalla testa della Thailandia, corona poi passata sulla testa di altri Paesi quali Vietnam e India. E’ pur vero, però, che quello schema di sostegno economico alle classi agrarie è valso l’appoggio più pieno dell’elettorato tipico della famiglia Shinawatra –le classi agricole e più popolari, appunto- e che in questo modo il successo nelle urne è stato netto ed incontrovertibile nelle varie scadenze elettorali che si son succedute dal 2001.

Lo schema di sostegno economico messo a punto dalla ex Premier Shinawatra prevedeva una valutazione –all’atto dell’acquisto da parte del Governo a fini di accantonamento nelle scorte governative- di oltre il cinquanta per cento superiore alla valutazione di mercato.  Le elezioni del 2011 furono così vinte molto facilmente ma le casse pubbliche si ritrovarono ad essere gravemente colpite. La Giunta militare ha venduto, invece, 18 milioni di tonnellate di riso accumulato in scorte.

Ma chi si oppone a questo successo delle classi agricole e popolari della Thailandia il cui nome di riferimento è divenuto nel Tempo recente quello della famiglia Shinawatra? Il blocco costituito dall’Esercito, dal mondo della Magistratura, le classi economiche più abbienti, dell’Accademia Universitaria, la parte della cittadinanza più metropolitana e urbanizzata della capitale Bangkok o del più grande centro commerciale del Paese quale è diventata Chiang Mai. Questo spiega perché, ogni volta che il voto ‘premia’ il mondo rurale e le classi popolari della scena politica thailandese, quel blocco si oppone quanto più fortemente possibile fino a scendere in strada e paralizzare la stessa vita quotidiana della capitale Bangkok e del resto della Nazione, proprio come accaduto in occasione delle manifestazioni di massa del 2014 concluse con un colpo di stato militare guidato e condotto da vertici in divisa coordinati dal Generale Prayuth Chan-ocha il quale, dopo un po’ di tempo, ha dismesso la divisa per indossare il completo giacca-cravatta più appetito dai media generalisti thailandesi.

E’ proprio in questo che si gioca il destino della democrazia in Thailandia: la maturità dello scenario politico thailandese è il vero oggetto di riflessione sul quale ci si dovrebbe maggiormente concentrare un po’ in ogni schieramento politico, nel Regno del Siam. Il sogno sarebbe quello per il quale si va alle elezioni, un vincitore prende il ruolo di guida del Paese, l’opposizione critica ma anche coopera all’andamento della cosa pubblica e ci si alterna sulla base del rendimento del Governo. Sembra facile a dirsi ma –in Thailandia- questo è praticamente impossibile. La sceneggiatura solita del cupo film politico thailandese prevede il solito andamento: lo sconfitto alle elezioni non ci sta, scende in strada, paralizza il Paese e così si son succedute dittature militari e colpi di stato per almeno una quindicina d’anni. E dopo la lunga operazione di addormentamento della scena politica thailandese realizzato dalla attuale dittatura militare dal 2014 ad oggi –a conti fatti- le premesse per una democrazia “matura” sembra che –ancor oggi- siano alquanto latitanti.

Il 21 luglio dovrebbe essere messa la parola ‘fine’ all’iter processuale che riguarda Yingluck Shinawatra ma la ex Premier già ha bollato il processo come politicizzato e teso solo a screditare il fronte politico popolare che la sostiene e che nei sondaggi più o meno ufficiali già si prevede possa nuovamente vincere alle prossime elezioni, elezioni peraltro più volte rimandate dalla Giunta militare attualmente al potere.

Ora Yingluck Shinawatra rischia dieci anni di carcere, già alcuni accostano il suo caso a quello di Aung San Suu Kyi allontanata dall’agone politico proprio a causa di restrizioni imposte da una Giunta militare ma non vi sono altre similarità oltre questa. Visto il precedente storico –in Thailandia- del fratello di Yingluck ovvero Thaksin Shinawatra, diciamo che il “caso” thailandese acquisisce caratteristiche tutte sue proprie e –a suo modo- è una allegoria di tante altre situazioni politiche simili in tutta l’Asia, un esempio tra tutti lo Sri Lanka di Sarath Fonseka anch’egli tenuto fuori a lungo dall’agone politico con accuse strumentali innescate dal suo antagonista Mahinda Rajapaksa.

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