domenica, Maggio 16

La forma

0

Perché, il mondo, ha la forma che ha?
La forma, dico – non la sostanza. (Il mondo ha la sostanza che ha perché c’è scritto benissimo nei Grundrisse di Carlo Marx, e io non mi azzardo nemmeno a mettere in discussione una virgola di quello che ha detto lui. Ma la forma?)
Cioè: perché noi il mondo – che ha la sua sostanza così e cosà perché così e cosà – perché lo vediamo così e cosà?

La mia risposta è: stringi stringi, perché nell’arco degli ottanta anni in cui un popolo esiguo ma culturalmente evoluto – il popolo ebraico del VI secolo p.e.v. – fu conquistato e confinato dal potente impero babilonese, i suoi intellettuali e le sue guide religiose intesero mantenerlo comunque unito e cosciente di sé riscrivendo per intero la narrazione delle sue origini mitiche e del suo sviluppo secolare. E già che c’erano, quegli intellettuali e quelle guide scrissero la leggenda completa del mondo: dalla creazione all’apocalisse, passando per tutte le fasi dell’emancipazione e del rapporto dell’umano col divino. Ciò che noi – nei paesi cristiani – chiamiamo il Vecchio Testamento.
Ma basta questo fatto – parecchio circoscritto e tra l’altro chissà quante volte analogamente capitato in altri tempi e ad altre latitudini (vedi la sterminata produzione mitologica delle civiltà, comunque motivata) – basta a spiegare perché il mondo ha la forma che ha, cioè perché noi lo vediamo (prima ancora: lo pensiamo, e pensiamo noi stessi in esso) proprio così?
Non ancora: questo è solo il primo passaggio, sempre secondo me. Ne mancano altri quattro – sempre ‘stringi stringi’.

Il secondo passaggio – fondamentale – è il lavoro realizzato nel primo secolo dell’era volgare da una o più persone di grandissimo talento in campo pubblicistico e organizzativo, lavoro tradizionalmente attribuito a un solo uomo nato a Tarso (oggi Turchia, all’epoca Impero Romano) e morto ammazzato a Roma: Saulo nato ebreo, convertito al cristianesimo come Paolo, martirizzato per il suo apostolato capillare e implacabile – sempre secondo la tradizione (non confermabile, poiché di Saulo/Paolo e del suo impegno non esistono tracce oggettive né testimonianze che non siano comunque di area cristiana).
E questo super-lavoro da pubblicisti e da organizzatori – chiunque l’abbia fatto – cosa produsse? Produsse intanto la riscrittura omogenea (e l’interpolazione, quando non l’invenzione di sana pianta) di una serie di fatti accaduti tra la Galilea e Gerusalemme qualche decennio prima, con la messa a punto della splendida figura di Gesù di Nazareth che da una parte realizzerebbe negli atti narrati e nelle stesse caratteristiche biografiche le profezie del Vecchio Testamento (immaginate e redatte dai quei teologi imprigionati per dar orgoglio al proprio popolo – ed ecco come il secondo passaggio della mia tesi si aggancia al primo), e dall’altra introdurrebbe con la sua personale buona novella (il Vangelo) una rivoluzionaria visione del mondo improntata a perdono, speranza e resurrezione. Ma poi (soprattutto – aggiungo io, nell’ottica della selezione delle idee nel corso del tempo) quel lavoro produsse una vasta e rapida diffusione di tale riscrittura presso molte comunità dei popoli facenti parte dell’impero romano di allora – diffusione di miti e riti che chiamiamo appunto cristianesimo – e che toccò prima gli strati sociali più bassi e dopo anche qualche ruolo e centro di potere, rispondendo evidentemente a una domanda esistenziale di massa e a un’esigenza di controllo sulla massa cui altre mitologie e ritualità concorrenti (vedi il mitraismo, peggio ancora il paganesimo antico) non rispondevano altrettanto bene.

Quindi: uno, alcuni arcaici e tenaci sacerdoti in esilio o in galera inventano una classe di leggende per non disperdere la propria gente in attesa della liberazione e, due, secoli dopo alcuni storytellers lavorano su quelle leggende inventando il più bel personaggio di tutti i tempi che rendono famoso in lungo e in largo nel Mediterraneo.
Ma il terzo passaggio è più importante ancora del secondo, ed è doppio: l’impero romano si fa cristiano, e il cristianesimo si fa chiesa.
Senza questo doppio movimento noi oggi probabilmente vedremmo la mitologia cristiana come vediamo quella egizia o vichinga, oppure non coglieremmo affatto la consecutio tra quella cristiana e quella ebraica, o addirittura non saremmo proprio a conoscenza né dell’una né dell’altra così come non siamo certo a conoscenza di tutte le infinite narrazioni escogitate dalla specie umana riguardo a ciò che non rientra nel fattuale o nell’accertabile. Insomma, anche senza il terzo passaggio noi non vedremmo il mondo come lo vediamo: cioè la forma del mondo – il nostro tema – sarebbe diversa.
A farla breve, in uno dei centri di potere più importanti di tutto il mappamondo di quei tempi (ma non l’unico centro di potere: c’era un impero dei Parti tra il Tigri e l’Indo, c’era il giovane impero in Cina, c’erano imperi in Sud America e regni in Africa; e se anziché l’Europa a colonizzare il resto del mondo nel millennio successivo fosse stato un altro continente, noi – di nuovo – staremmo qui a dare al mondo un’altra forma nella nostra testa), ebbene nel territorio dell’impero romano succede nel giro di pochi secoli che da una parte la narrazione delle gesta di Gesù e della sua collocazione all’interno dell’intera narrazione umana (creazione e apocalisse comprese) riceve una sistemazione organica in teoria (selezione dei testi ufficiali, damnatio memoriae degli apocrifi, produzione teologica patristica, introiezione di un po’ della cultura greca classica, antisemitismo – loro, da scrittura deìpara a razza deicìda) e un’organizzazione gerarchica in pratica (vescovi e comunità, concili e papi, ortodossia contro eresie, regole, precetti, ranghi, canoniche, saperi, soldi – tanti soldi), e dall’altra lo stesso potere statuale prima consente e poi addirittura adotta (con Costantino) la nuova religione diventandone un veicolo di diffusione talmente efficace che nemmeno i più talentuosi comunicatori e agitatori ‘para-paolini’ si sarebbero mai sognati. Cattedra e trono si saldano così di fatto, e nell’immaginario collettivo di masse sterminate in questa vasta parte del mondo non può esistere – e non potrà più esistere, almeno fino alla laicizzazione di una rilevante minoranza delle coscienze: roba recentissima – forma di esistenza e di convivenza umana che non riceva il crisma, insieme, dell’autorità visibile (che dà ordine e promette ricchezza) e della cristianità (che offre salvezza o minaccia dannazione). Roba potente.
Tanto, che perfino chi nei secoli successivi a questo passaggio (cioè nel nostro Medioevo) da altre zone dell’epistème si spingeva in questa parte del mondo (i barbari cosiddetti), magari strappava il tessuto politico e si sostituiva alla precedente autorità visibile, ma sempre e comunque agganciava il proprio nuovo centro di potere alla solida rete simbolica offerta da quella religione: si convertiva al cristianesimo. E tanto – potente – che anche l’unica esperienza antagonista alla cristianità europea (latina o greca che fosse) nata all’epoca e in espansione tutt’ora, l’islam, è com’è noto un’ulteriore gemmazione leggendaria dalla genealogia di miti che sto sommariamente descrivendo: gli scribi ebrei creano la storia del proprio popolo, i protocristiani creano la storia di Cristo figlio del dio degli Ebrei, l’universalismo dell’impero romano e della nuova chiesa trasformano il dio degli Ebrei nel dio dell’Umanità e suo figlio da messia di un popolo a redentore di tutti, e la mente più acuta ed energica della tribù più ricca e ambiziosa del deserto arabico – Maometto, ovviamente – ritrasforma quel dio universale nel dio di un popolo, retrocede Gesù da figlio unigenito a uno dei suoi profeti, e soprattutto insignisce il proprio popolo della missione moralizzatrice dell’Umanità tutta (gli infedeli).

Quarto passaggio. E teniamo sempre a mente che questa è una cronistoria teleologica, cioè che si auto-avvera, cioè che ha senso in quanto io sto seguendo la linea (tra tutte quelle produttrici di forme del mondo – compresa la linea azteca o aborigena o sarmatica o bantù) selettivamente vincente almeno finora – e ‘vincente’ nel senso che questa è la cronistoria ideologica della parte di mondo che vince (finora) materialmente sul resto del mondo, cioè che vince nella e per la sostanza che ci spiega insuperabilmente Karl Marx nei Grundrisse richiamati all’inizio. Quindi ora siamo in Europa, tra la fine dell’Impero Romano d’Occidente e la riforma di Lutero – questo è il quarto passaggio.
Anzi, questo passaggio non è per intero tutto il millennio che passa dal 476 al 1517 del nostro calendario, ma lo circoscrivo più o meno alla sua metà: quando in Europa, dopo i regni barbarici e il monachesimo e dopo la stagione carolingia e il consolidamento ulteriore del potere temporale della chiesa, in alcune regioni specifiche (l’Italia centro-settentrionale, la Francia e la Germania dei fiumi maggiori, le Fiandre, l’Inghilterra meridionale) la vita sociale, culturale e soprattutto economica, riprende gettando le basi di ciò che sarà di lì a non molto il mercantilismo, l’urbanesimo, il capitalismo, l’egemonia eurocentrica.
Senza quella ripresa niente Umanesimo e Rinascimento, niente accumulazione di risorse, niente finanziarizzazione del potere e delle dinastie, niente grandi esplorazioni, niente scoperte scientifiche, niente esplosione demografica, niente conquiste e colonizzazioni ai danni degli altri continenti. Invece, con il successo in quelle regioni (all’inizio, e poi un po’ dappertutto) dei modi di produzione e riproduzione della vita collettiva tipici dell’età comunale e del proto-capitalismo, e di una certa visione e simbolizzazione dell’esistenza di ognuno (centralità dell’individuo, ricerca della felicità, ambizione del ceto medio ed ereditarietà delle sue sostanze), avremo la fioritura di arti e lettere, l’accumulazione di fortune personali e societarie, la solvibilità delle corone, il finanziamento di viaggi e studi, il contrattacco sull’avanzata islamica, la tenuta perfino dinanzi a eventi potenzialmente estintivi come la peste del ‘300, e il rilancio dell’intraprendenza europea con le buone o con le cattive lungo tutti i paralleli e i meridiani.
Va da sé che la forma del mondo che hanno in testa gli Europei – quella frutto dei primi tre passaggi di questa nostra storiella – si rinforza così a ogni conquista e si diffonde per ogni scalo commerciale. E’ perciò che quest’epoca è il mio quarto passaggio, è perciò che senza di esso oggi vedremmo ogni cosa e noi stessi ben diversamente.
Sub-finale. uno: i sacerdoti ebrei fantasticando buttano giù un libro che spiega tutto. Due: Saulo-Paolo, o chi per lui, crea Gesù e dice che è lui che dà senso a quel libro. Tre: Costantino dice di credere in Gesù Cristo e Gregorio Magno (per fare un nome) fa della chiesa di Cristo una potenza. Quattro: denaro, cristianesimo, sapere e potere viaggiano a braccetto in tutto il mondo conosciuto dall’anno 1000 in avanti.

Cinque. Il quinto passaggio è l’ultimo – secondo me, e sempre stringi stringi – di quelli necessari e sufficienti a spiegare perché il mondo ha la forma che ha. Arriva dopo la riforma luterana, agganciandosi stretto al quarto – cioè a quello in cui la linea vincente della narrazione del mondo è vincente in quanto è la linea narrativa della zona del mondo (ossia, della gente che vi abita) più efficacemente intraprendente per una serie di fattori oggettivi che chiamerei capitalismo originario. Voglio dire – e forse neanche serve – che intorno a quell’epoca certo non c’è solo l’Europa a recitare una parte sull’immenso copione della Terra: c’è la grande area musulmana, compresa quella degli Ottomani (che però – dicevo – sempre dall’albero genealogico Gerusalemme-Atene-Roma discende distaccandosene solo dopo, all’altezza della Mecca), c’è la dinastia Ming nella Cina che ha combattuto a lungo contro i Mongoli, altro impero secolare, c’è il grande Moghul tra India e Persia, ci sono i regni dell’estremo oriente fino all’impero del Sol Levante in Giappone, ci sono gli Aztechi in Nord America, gli Inca al sud, e i Maya nel mezzo sono scomparsi solo da qualche secolo, ci sono le nazioni pellerossa (finché non le stermineremo), ci sono regni e imperi in Africa (Mali, Congo, Etiopia, Egitto, la costellazione masai) finché non li schiavizzeremo, e l’Oceania perfino pullula di soggettività degnissime di dare la propria forma al mondo.
Ma l’Europa, dal ‘500 in poi, farà la voce grossa. Sempre più grossa: l’impero coloniale spagnolo, quello portoghese, la compagnia olandese delle Indie, poi le conquiste della Francia dei suoi grandi re, poi l’impero britannico che abbraccerà il pianeta – il tutto non senza il tetro condimento di guerre tra potenze, battaglie dinastiche, conquiste e perdite e riconquiste, disegno e ridisegno di confini, scrittura di trattati, smentita di trattati, matrimoni e divorzi tra reami; ma il tutto – soprattutto – assolutamente mai senza un lavorio dietro le quinte (mentre sulla scena va la storia di generali e principi che studiamo sui banchi di scuola), il lavorio dei latifondisti e dei banchieri, dei grandi mercanti e dei primi imprenditori, degli innovatori di produzione e organizzazione e degli strateghi del consenso di massa (sempre di più, con l’affacciarsi progressivo delle masse sui fatti della storia – necessario, per il progressivo articolarsi della società, dell’economia, della politica e della civiltà europea), né senza (infatti) il decisivo, clamoroso, spesso fatale lavoro fisico di incalcolabili quantità di uomini e donne senza nome. E’ a causa di un macchinario umano e strumentale, finanziario e normativo di questo tipo, immenso, che l’asse del mondo si radica sempre più a fondo in una regione tutto sommato circoscritta, e che gli altri popoli diventano satelliti, comprimari quando gli va bene e mero carburante quando male.
Il quinto passaggio è propriamente questo – lo dico un po’ weberianamente, anche se non prendo quella tesi per oro colato: che dopo la rilettura luterana e calvinista del cristianesimo e l’opzione per la religione riformata (in uno dei vari modi) da parte di quelle che poi risulteranno le potenze più notevoli nell’allestimento della modernità (i Tedeschi, gli Olandesi, gli Inglesi e infine la loro filiazione: gli Statunitensi – l’impero contemporaneo per eccellenza), di nuovo teleologicamente rivive e prende la scena a dispetto di ogni altra la narrazione che viene giù dritta (si fa per dire) da quella cattività babilonese di duemilaseicento anni fa: dio.
Addirittura filosofi, artisti e scienziati – liberi pensatori per definizione – non possono non tener conto del giogo egemone di questa forma consolidata del mondo, perfino i massimi tra loro: da Newton a Mozart a Kant a Dostoevskij. I pochissimi che provano a smarcarsi o sono ostracizzati, come Spinoza, o sono arsi come Bruno, oppure celiano come Einstein – o semplicemente non li conosciamo, ingoiati in un buco silenzioso (Nietzsche ci impazzisce, per non caderci dentro; Van Gogh lo stesso). Addirittura i più fieri contestatori del potere reale nel mondo moderno e contemporaneo, i socialisti scientifici (di cui Marx è il patriarca, alla cui dottrina si abbeverano i fondatori di comunità anticapitaliste di centinaia di milioni di persone: Lenin, Mao e gli altri eroi, e in qualche misura perfino Gandhi), scontano comunque un tributo all’idea – residuo di messianismo, benché de-spiritualizzato – che la storia umana ha per finalità e motore il progresso, la liberazione, la felicità.
E anche adesso, oggi – trascorso il secolo-acme del potere occidentale, e delle sue lotte fratricide, il secolo XX secondo il nostro conto – oggi che dopo la globalizzazione l’asse del mondo si sta spostando sì verso oriente (e la crisi infinita, che il neoliberismo euroatlantico insieme provoca e subisce, ne è l’effetto), ma un oriente la cui visione (la forma del mondo, secondo lui) ha molto più a che fare con quella che giunse fin qui da quel lontano passato (ambizione e possesso, sfruttamento delle risorse, imperialismo delle multinazionali) che non con la forma che forse abitava la testa degli uomini e delle donne orientali prima che entrassero in contatto con la forza d’Europa allora emergente, ancora oggi mi sento di poter dire che stringi stringi siamo sempre dentro la stessa narrazione in cinque passaggi.

Se la Cina – o chi per lei – continuerà così, non serve scrivere un altro passaggio alla mia storia. Se invece darà un’altra forma al mondo, chissà quale, allora qualcuno – tutt’altra storia avverandosi anziché questa – butterà intero il mio lavoretto e ricomincerà da capo.
Chissà da dove.
Io spero da una donna.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->