sabato, Ottobre 16

La Fondazione Zeri nel mondo Intervista ad Anna Ottani Cavina sul ruolo della Fondazione e sull’archivio digitalizzato

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Fondazione Zeri

Federico Zeri, che fece testamento quattro giorni prima della sua morte (il 5 ottobre 1998) lasciando i suoi beni e le collezioni d’arte a musei, istituzioni e privati, otto mesi prima aveva ricevuto la laurea ‘ad honorem’ in storia dell’arte all’Università di Bologna con la laudatio pronunciata da Anna Ottani Cavina. Zerinon aveva fino ad allora ottenuto nessuna cattedra in Italia, né riconoscimenti accademici, ma aveva insegnato ad Harward e alla Columbia University. Egli sedeva, come unico europeo, tra i trustees del Getty Museum di Los Angeles ed all’età di 36 anni era stato incaricato dal Metropolitan Museum  di redigere il catalogo della pittura italiana in quattro volumi. Egli decise dunque di lasciare la fototeca, la biblioteca e la villa di Mentana, vicino Roma, con 400 epigrafi romane, all’Alma Mater di Bologna, poiché aveva fiducia in tale istituzione e anche per amicizia con Anna Ottani Cavina. Oggi la Fondazione che porta il suo nome ha sede nel convento rinascimentale di Santa Cristina a Bologna, accanto al Dipartimento di Arti visive.

Anna Ottani Cavina, già professore all’Università di Bologna, visiting professor a Yale e alla Columbia, research scholar al Metropolitan Museum di New York, nonché Chevalier de la Légion d’honneur francese, ha dedicato come direttore tredici anni di idee, impegno e passione a questa Fondazione, riunendo intorno a sé un gruppo di giovani studiosi dell’arte, ciascuno dei quali, spedito nei musei e archivi d’Europa e Stati Uniti, ha maturato competenze diverse. Mentre è stato ora chiamato a dirigere la Fondazione Andrea Bacchiella resta alla guida del collegio scientifico, nel quale è affiancata tra gli altri da Michel Laclotte e Pierre Rosenberg che hanno diretto il Louvreda Everett Fahy che ha guidato il Metropolitan Museum.

L’archivio lasciato da Zeri è stato reso vitale digitalizzandolo,ma conservando nel contempo la particolare aggregazione tematica data dallo studioso. L’idea di renderlo accessibile a tutti via Internet è stata del rettore Pier Ugo Calzolari, che univa la formazione di ingegnere informatico alla passione umanistica. Nell’arco di cinque o sei anni la Fondazione ha stretto rapporti con altre grandi istituzioni, come il Courtauld Institute di Londra, la Frick Art Reference Library di New York, per favorire la creazione del Digital Photo Archive Consortium, nel quale la Fondazione Zeri compare come unica istituzione italiana.

La biblioteca della Fondazione consta di 46.000 volumi d’arte e 37.000 cataloghi d’asta, mentre la fototeca ha 290.000 immagini inventariate, catalogate ed rese accessibili on-line.

 

Anna Ottani Cavina, cosa abbraccia la Fondazione Zeri come materiale documentario e in quali sedi è dislocata?

Il materiale documentario è quello lasciato all’università di Bologna da Federico Zeri. La Fondazione ha sede a Bologna, nel convento della chiesa di Santa Cristina. Le sale sono bellissime, nel dormitorio delle monache del convento rinascimentale è stata collocata la biblioteca. Consta di quasi 100.000 volumi d’arte (compresi i cataloghi d’asta). Zeri aveva una biblioteca molto ricca anche in ambiti diversi: letteratura, libri di viaggi, polizieschi … Molto particolare è la fototeca, forse la più vasta di questo genere tra quelle private: 290.000 fotografie di opere d’arte, destinate per lascito all’Università di Bologna insieme alla villa nei dintorni di Roma, a Mentana, con una collezione di 400 epigrafi romane.

La digitalizzazione della raccolta di fotografie di Federico Zeri è stata ultimata. Ci parla di questa importante operazione culturale?

La fototeca di Zeri è il risultato di una ricerca di una vita intera. Sull’arte italiana, in particolare sulla pittura, Zeri aveva raccolto una documentazione assolutamente unica, avendo drenato molte collezioni private e il mercato antiquario.

Il nostro obiettivo è stato renderla accessibile agli studiosi in breve tempo, prima che molti dati venissero superati. In pochi anni abbiamo scansionato e catalogato quasi tutto. Queste fotografie hanno un valore aggiunto: sul verso portano molte scritte a mano di Zeri con informazioni preziose (provenienza, attribuzione). Sulla pittura italiana il nostro database è diventato nel mondo il punto di partenza per ogni ricerca. È accessibile gratuitamente ed è molto affidabile perché Zeri, conoscitore espertissimo, aveva aggiornato fino all’ultimo la propria documentazione sulla pittura italiana, dal Duecento all’Ottocento.

Noi abbiamo mantenuto questi dati, una volta uniformati. L’accesso a questi dati era in passato molto limitato, era necessario avere rapporti personali con lo studioso. Oggi il database fondato sulle ricerche di Zeri è diventato uno strumento per attivare nuovi studi nel campo della storia dell’arte, per rendere più viva la disciplina.

Questo database è davvero il punto di riferimento per lo studio della pittura italiana nel mondo?

Oggi è questo il catalogo da cui quasi tutti partono e la Fondazione Zeri è un centro di ricerca molto noto sul piano internazionale. È l’unica istituzione italiana entrata a far parte del consorzio composto dai 14 Archivi digitali di Storia dell’arte più importanti nel mondo (un patrimonio di 32.000.000 di immagini).

L’obiettivo è renderci tra noi compatibili, al di là dei sistemi e delle lingue diverse.

Stiamo lavorando sotto la direzione di alcuni tecnici informatici del Getty Museum di Los Angeles per arrivare a una certa uniformità, introducendo cambiamenti radicali sul piano della comunicazione. Sarà un processo abbastanza lungo, ma è fondamentale conoscere e sfruttare le potenzialità delle nuove tecnologie, salvando alcuni principi essenziali che per noi sono la qualità delle immagini e l’affidabilità dei dati, sottoposti a diversi livelli di controllo. È una credibilità che con fatica ci siamo conquistati.

Altro elemento importante è la biblioteca. Continuiamo ad acquistare naturalmente, altrimenti una biblioteca muore, potenziando quelle aree in cui la biblioteca di Zeri ha raccolto materiali rarissimi non reperibili altrove. Il lascito di Zeri è utilizzato anche da storici, antropologi, botanici, studiosi dell’alimentazione (penso alla sezione “Natura morta” della nostra Fototeca), che possono facilmente ricercare on-line sul materiale catalogato.

Come si esplica sul piano telematico il ruolo scientifico e storico artistico che è proprio della Fondazione?

Le persone che lavorano in Fondazione sono storici dell’arte, hanno quasi tutti un dottorato di ricerca o una specializzazione. Nel tempo hanno acquisito una formazione professionale diversificata (nel campo della fotografia, della conservazione di materiali, del restauro, dell’informatica..).

Un primo lavoro è quello di trasferire sul catalogo i dati di Zeri, poi ci sono molti filtri, a tutti i livelli. C’è un serio controllo prima di immettere i dati in Internet. Si lavora su molti campi, relativi all’oggetto artistico e alla fotografia. Oggi la fotografia è diventata un oggetto di culto, non lo era affatto in Italia quando Zeri ha cominciato a raccogliere archivi fotografici che sarebbero andati dispersi e fotografie in grande formato dell’Ottocento.

Il nostro database è uno strumento che serve allo storico dell’arte, al conservatore del museo, al conoscitore, al collezionista, al restauratore. La sfida è tenere vivo un lascito come quello di Zeri. Se non c’è un’idea, e la voglia e anche l’impegno a cercare dei fondi (lo Stato non li può fornire), una fondazione muore. Abbiamo ottenuto aiuti dal Getty Museum di Los Angeles e dalla Mellon Foundation a New York.

Negli anni abbiamo coltivato diverse iniziative: conferenze, incontri, lezioni interdisciplinari, corsi di formazione, seminari sui falsi, chiamando storici dell’arte, conservatori italiani e stranieri, studiosi di discipline affini.

La cosa cui tengo sono soprattutto i corsi di formazione, finalizzati a giovani studiosi che sono il nostro futuro. Alla National Gallery di Washington, sto organizzando delle giornate di studio per giovani curators. Si svolgeranno a contatto con i materiali del museo e nei laboratori di restauro, perché questo è il compito delle istituzioni: formare una nuova generazione facendola sperimentare dal vivo, anziché consegnarla a strutture sempre più burocratiche, da riformare.

Tutto questo per dare continuità ad un gesto, come quello di Federico Zeri, anomalo nell’Italia di oggi: lasciare i propri beni a un’istituzione pubblica.

Per noi, che siamo a Bologna, è stato abbastanza difficile sensibilizzare le sedi centrali sul lavoro svolto in questi anni. Per questa ragione sono rimasta colpita che Rutelli, allora ministro dei Beni Culturali, sia venuto un giorno fino a Bologna per prendere visione dei nostri archivi e che Anna Maria Buzzi, direttore generale per la Valorizzazione dei Beni Culturali, abbia scritto di recente una lettera generosa e toccante sul percorso della Fondazione Zeri.

Nel lavoro presso la Fondazione Lei ha avuto al suo fianco figure del calibro di Michel Laclotte e Pierre Rosenberg e Everett Fahy: come è lavorare con questi personaggi? Avete condiviso l’impostazione del database o più spesso avete discusso su di esso?

La loro collaborazione è stata per me di un’importanza vitale, per molte ragioni.

Del lascito di Federico Zeri si ricorda sempre la parte donata a Bologna, ma Zeri nel 1998 aveva lasciato una parte delle sue collezioni anche all’Accademia Carrara di Bergamo, al Museo Poldi Pezzoli di Milano, ai Musei Vaticani e ai Musei Capitolini. Tuttavia la parte destinata a Bologna aveva sollevato proteste a non finire, anche per la decisione presa da questa università di costituire il centro di studi dedicato a Zeri a Bologna e non nella villa di Mentana, difficile da raggiungere e concepita negli anni Sessanta per essere un’abitazione privata.

Studiosi amici di Zeri e anche miei, come Laclotte che aveva fondato il Musée d’Orsay a Parigi, il Grand Louvre e riorganizzato la collezione Campana ad Avignone, e poi Rosenberg del Louvre, e Fahy del Metropolitan Museum di New York, si sono prestati non solo a entrare nel Collegio Scientifico della Fondazione ma, venendo a Bologna per molte riunioni, hanno integrato e legittimato le nostre scelte. Sono persone al di sopra di ogni discussione. Ci hanno dato fin dall’inizio fiducia e ci hanno conquistato credibilità. La loro partecipazione al progetto, oltre che darci smalto, ci ha evitato alcuni errori perché il Louvre di Parigi aveva già affrontato problemi simili ai nostri. La Fondazione si è collocata in questo modo su una dimensione internazionale. A Parigi l’anno scorso una giornata intera è stata dedicata alla figura di Zeri, con un auditorium strapieno, perché Zeri, che in Italia non ha mai avuto una chiamata dall’università, aveva insegnato a Haward e alla Columbia University, e realizzato il catalogo dei pittori italiani del Metropolitan Museum di New York.

Fra gli storici dell’arte della sua generazione, Zeri era il più internazionale. Aveva viaggiato molto, parlava correntemente molte lingue.

Cos’è il Digital Photo Archive Consortium e come è strutturato? Vi si accede liberamente o è necessario un accredito particolare?

Due anni fa è stato dato il via a questo progetto. Insieme ad altri archivi che nel mondo si pongono il nostro stesso problema, abbiamo pensato di costituire un gruppo (per ora chiuso e limitato a 14 istituzioni) insieme alla Frick Reference Library di New York, il Courtauld Institute di Londra, il Kunsthistorischen Institut di Firenze, l’Hertziana di Roma. L’idea è di unire i vari archivi e renderli compatibili nei sistemi, nella lingua, nel vocabolario, e avviare una sperimentazione, che per ora dà dei risultati limitati, ma una volta potenziata dovrebbe aprire canali di comunicazione e ricerca molto nuovi, sulla scia di un progetto già avviato dal British Museum di Londra.

Qual è l’aggregazione tematica che aveva dato Federico Zeri alla sua biblioteca e che avete mantenuto fino ad oggi?

Con il computer si può ricercare qualunque libro: per numero progressivo, per autore ecc. Noi abbiamo voluto salvare la sequenza che Zeri stesso aveva dato ai suoi libri, suddivisi per scuole regionali. Il lettore, avvicinandosi agli scaffali, intorno al nome di Piero della Francesca, potrà trovare tutto quello che Zeri aveva pensato potesse dilatare la conoscenza dell’artista, non soltanto gli studi monografici in ordine alfabetico. La sensazione è di accedere a una biblioteca privata, molto personale.

Il cambiamento della struttura dell’università come può incidere nelle scelte della Fondazione?

Non sono in grado di valutare fino in fondo i cambiamenti intervenuti da poco. È stato modificato lo statuto di quella che era nata come Fondazione di partecipazione. Questo garantiva una certa agilità amministrativa e una certa autonomia. Un eventuale accentramento e burocratizzazione, previsti dal nuovo statuto, sono, a mio parere, in assoluta controtendenza con il mondo che ci circonda.

Ci parla dei rapporti tra Zeri e i grandi collezionisti del Novecento?

I tempi allora erano molto diversi, c’erano figure importanti che puntavano a costruire grandi collezioni d’arte. Il conte Cini a Venezia, il conte Contini Bonacossi a Firenze hanno fatto delle loro raccolte – che andavano da Goya a Piero della Francesca – un elemento di riscatto sociale e di prestigio. Investendo grandi capitali, avevano bisogno di consulenti. Zeri è stato un referente essenziale, un grande consigliere e amico personale, anche di Paul Getty in Inghilterra e di Wildenstein, uno dei più grandi antiquari del mondo (aveva sedi a New York, Tokio, Parigi). Zeri aveva una dimensione internazionale perché era un conoscitore strepitoso. Ha realizzato il catalogo della collezione Spada e della collezione Pallavicini a Roma, compiendo un lavoro di conoscenza che lo ha portato ad avere un rapporto molto stretto con i suoi committenti: mi raccontava che aveva vissuto nelle loro case a contatto diretto con le opere, perché allora le fotografie erano rare e i quadri andavano studiati sul posto per mesi.

Un altro fondo appassionante è la corrispondenza di Zeri, che dagli anni Cinquanta in avanti ha attraversato la società internazionale (conoscitori, collezionisti, mercanti e intellettuali). Ho pubblicato le lettere  scambiate con Giulio Einaudi e Guido Bollati. Mauro Natale sta ora lavorando alla corrispondenza fra Zeri e Roberto Longhi, io a quella con Sandrino Contini Bonacossi, che si era occupato della collezione fiorentina finita in parte agli Uffizi e in parte a Washington.

Quali sono i nuovi progetti in gestazione della Fondazione?

Per cominciare il consorzio per il Digital Photo Archive, poi la catalogazione di un nucleo importante della Fototeca, quello sul genere pittorico della natura morta, sul quale Zeri ha raccolto una documentazione che è la più grande al mondo. È un campo di ricerca molto interessante, non esiste una documentazione accessibile on-line, mente Zeri ha lasciato 14.000 fotografie su questo tema.

Queste sono due aree in cui cerchiamo di proporre un nuovo modello di ricerca, lavorando con altre grandi istituzioni nel mondo perché tutti abbiamo gli stessi problemi e forse le stesse paure sul destino della nostra disciplina.

 

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