domenica, Agosto 14

La ‘follia’ di Vladimir Putin: nessuna logica? È per ragioni sbagliate che viene negata ogni rilevanza all’aspetto psicologico, come se il minimo riferimento alla dimensione psichica potesse solo ricondurci a una psicologizzazione dubbia che alla fine porterebbe solo a destoricizzare e depoliticizzare la questione. L’analisi di Marion Bourbon, Université Bordeaux Montaigne

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Follia’, ‘Paranoia’, ‘Isteria patriottica’… tante parole che Vladimir Putin ha saputo confutare dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina.

L’uso di questi termini per descrivere il Presidente russo è stato ben presto contestato: ciò equivarrebbe a psichiatrizzare la questione o, almeno, a psicologizzarla, e il ricorso a questo campo di comprensione non sarebbe qui legittimo.

Tuttavia, è per ragioni sbagliate che le viene negata ogni rilevanza, come se il minimo riferimento alla dimensione psichica potesse solo ricondurci a una psicologizzazione dubbia che alla fine porterebbe solo a destoricizzare e depoliticizzare la questione.

Follia e logica

Il rifiuto categorico di utilizzare questo registro lessicale mutuato dalla psicopatologia si basa, tuttavia, su una curiosa comprensione della follia, assimilata all’irrazionalità, quindi inintelligibile – come sappiamo, in un certo senso accompagna sempre la follia come un tabù. Il presupposto sarebbe il seguente: evocare la ‘follia’ di Putin consisterebbe nel rinunciare a capire, nel considerare le sue azioni totalmente prive di coerenza, imprevedibili e perfino assurde. Insomma: non sarebbe possibile cercare di capirli riesumandone le ragioni, dando loro un senso.

Tuttavia, come è stato più volte sottolineato, Putin è tutt’altro che incoerente. Per gli osservatori della sua politica interna ed estera, questa guerra era in realtà iniziata da tempo: Putin diceva da tempo esattamente quello che stava facendo. Quello a cui abbiamo assistito è molto più di un’accelerazione (certamente sbalorditiva) che di un improvviso cambiamento di strategia geopolitica.

Questa lettura dovrebbe escludere qualsiasi riferimento a tratti psicopatologici? Ci sarebbe, mi sembra, una confusione che la minima attenzione alle patologie della psiche arriva a disfare: il discorso e gli atti del “pazzo” – e in questo caso, poiché è quello che sarebbe, i “paranoici” – sono tutt’altro che irrazionali e assurdi. Sono addirittura, da questo punto di vista, ultra-significativi. Il delirio obbedisce a una logica perfetta, ed è proprio questa assenza di difetti che lo costituisce come delirio, perché segna la sua perfetta impermeabilità alle ragioni dell’altro, costituito come nemico. Il reale non ha effetto sul delirio. Peggio: è rifiutato, negato.

Chiamare Putin pazzo, è insultare le persone con disturbi mentali?

Ma si potrebbe anche considerare che, facendo riferimento a questo tipo di categoria psichiatrica, sarebbe indebito fare diagnosi, praticare una psichiatria ‘selvaggia’ (anche se non rivolta al primo interessato), a dispetto delle regole etiche che definiscono la clinica, e anche a dispetto di questi pazienti con disturbi psichiatrici, che si ritroverebbero loro malgrado identificati con un criminale.

Sarebbe un brutto caso. In primo luogo perché sembra difficile identificare i pazienti che sono il più delle volte estremamente vulnerabili a causa delle loro patologie a un uomo abbastanza responsabile da scegliere di essere colpevoli di crimini di guerra. Che eticamente parlando non possiamo fare una diagnosi a distanza, nessuno lo contesta, ma è di questo che si tratta? Ovviamente no.

Non si tratta di un’accusa (se non considerando che questi termini psichiatrici sono solo anatemi – saremmo ancora lì?), ma di parole che indicano se non una ‘struttura’ psichica, almeno una caratterizzazione della dinamica psichica di un individuo, uno che può far luce su come un sentimento di umiliazione si trasformi in odio, di cui in questo caso, poiché il suo autore è in grado di dichiarare guerra, un intero popolo ne paga il prezzo.

Questi termini hanno quindi una funzione euristica: cercano di suggerire ciò che proprio resiste a una certa comprensione (questa famosa ‘razionalità’ putiniana o addirittura russa che la ‘razionalità’ occidentale farebbe fatica a cogliere).

Follia e ideologia

Al di là della geopolitica di Putin, si tratta anche di produrre senso di fronte alle scene dell’orrore a cui stiamo assistendo: ‘giustificare’ ciò che non può essere. Ci troviamo infatti di fronte a un problema filosoficamente molto classico, quello della razionalizzazione del male. E non bisogna concludere troppo in fretta che si tratterebbe di psicologizzare la questione o, peggio, di ‘fare moralità’. Tutto si ripete qui come se scegliere di far luce su ciò che nella psiche e nei suoi meandri può, in circostanze storiche e politiche ben definite, creare un dittatore e un criminale, equivalesse a ridurre la violenza genocida allo status di atto isolato da un ‘pazzo’. Come se un ‘pazzo’ non avesse logica, non avesse logica.

Questo tipo di obiezione porta stranamente a dissociare la follia dall’ideologia, a rifiutarsi di mettere in discussione come l’’intellettuale’ si alimenti sempre dell’affettivo. Tuttavia bisogna ammettere che i nostri atti ammettono molle psichiche che impegnano anche, se non primariamente, dinamiche psichiche, alcuni direbbero esistenziali. Perché bisogna pensare anche alla forza dell’ideologia, quella che porta l’uomo a fare la scelta del falso e quella dell’odio, come ha sottolineato Sartre a proposito dell’antisemita, in un testo di formidabile attualità.

Mi sembra in questo senso che sia urgente uscire dalla monomania delle indagini: la guerra ucraina che ancora oggi ci fronteggia e nonostante la nostra storia, con l’impensabile, pone all’uomo che siamo una domanda che non è riducibile a un’analisi geopolitica, né a quella della permanenza del mito zarista della Grande Russia: ci obbliga anche a pensare proprio a ciò che opera per questo eterno ritorno del dramma della Storia, che dell’umano rende sempre possibile e probabile. Ci costringe a pensare a questa ‘passione per il male’ che abita Putin, ma anche a quella che porta (molto) giovani alla barbarie, come dimostrano gli abusi commessi in Ucraina.

Pensare non solo alla guerra, ma alla violenza e alla crudeltà, sulla scala di un uomo, su quella di un esercito. A questo proposito, se la Arendt probabilmente si era persa prendendo un po’ troppo la parola Eichmann che sosteneva di non aver agito “per ideologia”, tuttavia indicava un problema essenziale che resta mutatis mutandis oggi: al di là del condizionamento della propaganda, cosa porta gli uomini a smettere di pensare, a credere alla menzogna, persino a commettere crimini in suo nome?

Lo psichico e il politico

Il risentimento, l’odio, la vendetta e il modo in cui sono plasmati da una storia individuale non sono quindi schermi che ci condannerebbero a non pensare ‘seriamente’ alle radici della guerra. Al contrario, è solo imbrigliandoci all’umano in tutte le sue dimensioni che potremo dare un senso alla Storia: in questo senso, lo psichico è già politico. È quanto riesce a mostrare il notevole documentario di Antoine Vitkine ‘Putin’s Revenge’, che ricostruisce la temporalità di questo implacabile bisogno individuale appassionato fino al tragico episodio che il popolo ucraino sta vivendo oggi (questo documentario era stato originariamente prodotto nel 2018, e in questo rispetto non si può non rimanere colpiti dal suo tenore profetico…).

Cercare di comprendere la psiche umana per pensare al rischio costitutivo della barbarie è anche perseguire questo compito infinito di cultura e di diritto per cui dobbiamo tenere a distanza la violenza che risiede in ognuno di noi, un processo sempre da ripetere che, come ha fatto notare Castoriadis dopo Freud in tempi già travagliati, è ogni volta un miracolo.

Mantenere a tutti i costi la validità essenziale di questa divisione tra cultura e violenza significa sfuggire a quella che Arendt aveva chiamato la ‘banalità del male’, questo regime psichico dove questo confine non ha più senso. In questo senso, senza offesa per chi si rifiuta di evocare “valori”, Putin fa guerra anche alla democrazia, questo regime dove l’istituzione si pone come presidio contro le fantasie di onnipotenza.

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