mercoledì, Aprile 14

La follia assassina dei Khmer rossi image

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khmer rossi

Phnom Penh, mattina del 7 agosto 2014. Il Presidente del ‘Tribunale misto’ (8 giudici internazionali e 11 cambogiani), Nil Nonn, legge con voce leggermente tremante d’emozione il dispositivo di una sentenza attesa da 35 anni e di portata storica per il Paese.  Vengono in effetti sanzionati con dure pene detentive i superstiti dirigenti khmer rossi, accusati di «crimini contro l’umanità, sterminio e atti inumani».

Nuon Chea (il braccio destro di Pol Pot, coordinatore dei centri di detenzione e sterminio) e Khieu Samphan (già Capo di Stato della Kampuchea democratica) rimarranno in prigione per il resto della loro vita. La sentenza segue quella emessa nel febbraio 2012 dallo stesso Tribunale nei confronti di Kaing Kek Iev, alias ‘Deuch’, responsabile della tortura e della morte di 15.000 persone nel terrificante carcere di Tuol Sleng (S-21), pure condannato all’ergastolo.

Si tratta indubbiamente di una significativa -anche se molto tardiva-  tappa per fare piena luce sulle responsabilità di coloro che sono stati i protagonisti di uno degli eventi più drammatici del XX secolo: uno spaventoso genocidio che ha causato la scomparsa di un quarto della popolazione cambogiana, due milioni di persone! In proporzione, è come se in Italia un regime folle causasse la perdita di 15 milioni di cittadini. Impensabile! Eppure è ciò che è avvenuto in Cambogia, sotto lo sguardo distratto e pigro delle grandi Nazioni democratiche, tra il 1975 e il 1979.

Quando, all’alba del 17 aprile 1975, entrano nella capitale cambogiana le prima avanguardie dei khmer rossi, la popolazione pensa che è finalmente finita la terribile guerra civile che ha insanguinato il Paese durante tanti anni. Scopre con l’occasione i giovani guerriglieri di Pol Pot, saltati improvvisamente fuori dalla giungla. Non appaiono poi così minacciosi.  Molti non hanno più di 16 anni, sono vestiti di una sorta di pigiama in tela nera, hanno ai piedi sandali ricavati da pneumatici d’auto, al collo il tipico fazzoletto a quadretti bianchi e neri dei contadini cambogiani. Sono stanchi, sporchi e avanzano senza parlare. Forse, avranno pensato i cittadini che pure affollano i marciapiedi e si lasciano andare a incerti applausi, si torna gradualmente alla normalità. La rivoluzione comunista riporterà almeno pacificazione interna e ripresa economica. Mai previsione si rivelerà più  sbagliata!

Un’immane catastrofe attende il popolo cambogiano: il brutale abbandono della modernità, l’improvviso ritorno al medioevo! In effetti il primo gesto di questi giovani contadini, analfabeti e ignoranti, è quello di saccheggiare la biblioteca nazionale, ammucchiarne tutti i libri sulla strada e darvi fuoco. I locali della biblioteca, viene annunciato, saranno molto più utili per l’allevamento dei maiali. Insomma, il tono della rivoluzione di Pol Pot è dato: libri no, maiali sì!

Ma chi è il fautore  del ritorno alla dimensione ‘agricola’ e antimodernista del Paese? Chi si cela dietro lo strano pseudonimo di Pol Pot? Saloth Sar, questo il suo vero nome, nasce nel 1928 (anche se l’interessato dichiarerà in gioventù di essere nato nel 1925 per apparire più maturo ai suoi compagni di lotta) nella Provincia di Kompong Thom, all’epoca facente parte dell’Indocina francese, che comprendeva il protettorato sui regni di Cambogia e Laos e l’amministrazione coloniale della Cocincina (la parte più meridionale del Vietnam), del Tonkino (la parte settentrionale del Vietnam) e dellAnnan (la fascia costiera orientale del Vietnam), tre regioni riunite da Parigi nel 1949 nello Stato del Vietnam.

Studente mediocre, Saloth non riesce a conseguire il diploma di maturità e si iscrive a una scuola tecnica per diventare…falegname! Nel 1949 arriva la svolta decisiva  della sua vita. Ottiene una borsa di studio (dovuta più ai buoni contatti della famiglia e meno ai suoi risultati scolastici!) per proseguire la sua formazione professionale in Francia, dove è destinato alla Scuola Elettronica e Informatica di Parigi. Ma Saloth, più che i corsi scolastici, frequenterà gli ambienti comunisti della capitale, impregnandosi totalmente degli ideali marxisti-leninisti. E lo fa con totale entusiasmo, senza alcun filtro culturale, senza remore sociali. Pensa già a un comunismo ‘assoluto’, a una società senza classi, all’uguaglianza perfetta, alla felicità assicurata per decreto a tutti i cittadini.

Se il futuro Pol Pot si conferma studente mediocre e poco attento, comincia invece a imporsi come grande affabulatore che incanta, quasi ipnotizza la platea, non tanto per ciò che dice, ma per ‘come’ lo dice. La usa oratoria in effetti è suadente, convincente, sorridente, non aggressiva, coinvolgente. Un’oratoria che avrà conseguenze drammatiche nell’indottrinamento dei suoi giovani seguaci. Nel 1952 Saloth rientra in patria senza diplomi né qualificazioni professionali, ma con un’idea ben precisa in testa: spargere a piene mani i semi della rivoluzione comunista nel suo Paese.

Per realizzare i suoi vietati obiettivi si dà alla clandestinità, nascondendosi  con i suoi primi guerriglieri in zone inaccessibili del paese. E’ qui che cambia nome: diventa Pol Pot. Uno pseudonimo che inventa lui stesso, ispirandosi a una popolazione khmer discendente da un’antica tribù, i ‘Pol’, e completandolo con un comune monosillabo eufonico cambogiano, Pot. Sarà per la storia il nome di uno dei criminali più efferati che il genere umano abbia mai prodotto.   

Nel Paese in totale disfacimento, tra l’imprevedibilità del principe Siahnouk, uomo per tutte le stagioni, le pressioni del Vietnam del Nord, che vuole usare la pista Ho-Chi-Minh attraverso la Cambogia (il famoso ‘becco d’anatra’) e la reazione degli americani, che nel 1970 decidono di invadere il Paese per bloccare i vietcong, i Khmer rossi diventano fatalmente l’unico punto di riferimento per tutti coloro che protestano contro il degrado politico, civile e sociale generalizzato.

Preso il potere nell’aprile 1975, Pol Pot manifesta immediatamente la sua lucida follia, dichiarando che è sua ferma intenzione di cambiare totalmente la società cambogiana, distruggendone l’eredità storica, annullandone le tradizioni, cancellandone le istituzioni e ricominciando tutto da zero. Il 1975 è l’anno zero della nuova Cambogia! Primo imperioso ordine: evacuare immediatamente e a tutti i costi le città. Chi si rifiuta viene giustiziato sul posto. La città, per Pol Pot, è il luogo dove si concentrano il denaro, il commercio, gli affari, la corruzione, insomma l’odiato capitalismo. Ritornando alla campagna, dedicandosi alla coltivazione del riso, l’uomo riapprende i veri valori della vita e si purifica. Ed è più facilmente controllabile dalla politica politica…

Quindi non solo svuotare le città, ma eliminarne anche ‘i simboli’: mobili, televisori, frigoriferi, ventilatori, radio, moto, cucine, medicine. Tutto ciò che ricorda insomma la vecchia Cambogia deve essere distrutto. Appena pochi giorni dopo il suo arrivo a Phnom Penh, Pol Pot, il dittatore invisibile (nessuno sa da dove viene, né dove risiede) fissa gli 11 punti del suo neonato Governo. Obiettivi semplici, chiari e… del tutto folli: evacuazione di tutte le città; soppressione della moneta e ricorso al baratto; secolarizzazione di tutti i monaci buddisti che saranno inviati in campagna a coltivare il riso; dopo i militari, eliminazione (fisica) di tutti i dirigenti politici e civili del passato regime; creazione in tutto il Paese di mense comunitarie; espulsione dal Paese di tutta la popolazione vietnamita; invio di truppe alla frontiera col Vietnam (il nemico di sempre); chiusura di tutti gli ospedali; chiusura di tutte le scuole e le Università (retaggi del capitalismo corrotto); eliminazione radicale di tutte le spie.

Nel suo Governo occupano posizioni di primaria responsabilità i futuri imputati del Tribunale straordinario di Phnom Penh: Khieu Samphan (capo di Stato della Kampuchea) e Nuon Chea (Ministro della propaganda, coordinatore dei centri di sterminio). C’è anche Yeng Sary (Ministro degli esteri, amico e  cognato di Pol Pot), morto peraltro nel 2013, prima di essere definitivamente giudicato.

Con l’avvento della Kampuchea democratica (la nuova Cambogia) l’Amministrazione statale precedente crolla, le istituzioni svaniscono, il tessuto economico-sociale si disgrega.
Presto nel Paese voluto dal Pol Pot non ci sarà più niente. Non ci saranno più aerei, né treni funzionanti, spariscono anche autobus, taxi, automobili. Chiuse tutte le facoltà, scuole, istituti e licei (l’istruzione pubblica sarà curata dal partito). Superati anche ospedali, cliniche e laboratori di analisi (è sufficiente curarsi con la medicina tradizionale). Sono vietati persino occhiali, orologi e penne, simboli dell’odiato capitalismo. A possederne si rischia grosso, si diventa subito sospetti nel clima surreale creato dal regime Khmer rosso. Naturalmente vengono abolite anche pagode, moschee e chiese. Per i Khmer rossi la sola religione ammessa non può che essere quella del partito comunista!

Ogni forma di protesta contro la nuova organizzazione è considerata un atto controrivoluzionario e di conseguenza repressa nel sangue. Il monito dei rivoluzionari è arrogante, terrificante, demenziale: «Non si istaura una dittatura per fare una rivoluzione, ma si fa una rivoluzione per istaurare una dittatura».

Per imporre il nuovo mondo di Pol Pot, non bastano evidentemente slogan e proclami. E’ necessario organizzare un adeguato sistema repressivo e creare un clima di terrore che non ha eguali nella storia. Una cieca e insensata  volontà di sterminio che porterà alla scomparsa di 2.000.000 di persone, un vero genocidio. Cifra internazionalmente accettata e che comprende sia i cambogiani morti per gli assurdi stenti e privazioni dovuti alla follia khmer (evacuazioni in massa dalle città, lavori forzati nelle Comuni agricole, penurie e carestie di vario tipo, assenza di medici e medicine), sia le vittime della sistematica eliminazione fisica di tutti i presunti nemici della Rivoluzione nei ‘killing fields’  sparsi in tutto il Paese, sia, infine, i martiri delle sadiche vendette dei capi delle Comuni e gerarchi locali, cui tutto sembra essere permesso.

Cifra del resto confermata da uno degli studi più accurati realizzati in materia. I ricercatori dell’Università di Yale, nell’ambito del ‘Cambodia genocide program, hanno localizzato, aiutati da esperti cartografi locali, 221 carnai, in 81 dei 179 distretti del Paese. Hanno quindi calcolato che tali carnai contengono 9138 fosse comuni, dove sono state ritrovate centinaia di migliaia di scheletri. Solo tenendo conto dei cadaveri sotterrati, si arriva facilmente alla cifra di un milione. Aggiungendo poi le vittime indirette dei Khmer rossi (carestie, malattie, stenti), il dato statistico per calcolare il genocidio cambogiano si attesta sul 1.800.000/2.000.000 unità. Come detto, un quarto dell’intera popolazione!

Si comincia con l’epurazione di Stato, affidata ad un organismo centrale chiamato Santebal, alla cui testa viene messo un cambogiano-cinese di nome Kaing Kek Iev detto ‘Deuch. Un fanatico assassino, cieco seguace di Pol Pot, che, come abbiamo visto, finirà condannato all’ergastolo dal tribunale di Phnom Penh  nel 2012. 

Deuch installa il suo quartiere generale in un ex liceo chiamato Tuol Sleng, che diventerà tristemente famoso, un luogo dove circa 15.000 cambogiani saranno orrendamente torturati e quindi uccisi nei vicini campi della morte. Un luogo che è stato anche teatro di insensati e inumani esperimenti medici e chirurgici. Un luogo che oggi, molto opportunamente, ospita il Museo del genocidio a perenne ricordo delle indicibili sofferenze del popolo cambogiano e come incancellabile monito affinché aberrazioni del genere non si riproducano in futuro.

Repressione, penuria, esecuzioni, terrore, queste sono, insomma, le caratteristiche della rivoluzione di Pol Pot. Un incredibile fervore distruttivo che passa anche attraverso la cancellazione della vecchia cultura professionale (vengono abolite le professioni ‘borghesi’), in una sorta di epurazione permanente nel tentativo di creare una società  senza passato e senza alternative. Non intuendo che una simile società non avrebbe avuto nemmeno un futuro. Che futuro, in effetti, può avere una società dove vengono chiusi 796 ospedali, 5.857 scuole, 1987 pagode, 108 moschee, dove scompare la quasi totalità dei medici, l’80% dei farmacisti, il 50% degli infermieri? Nessuno, evidentemente.

Nel dicembre del 1978 il Governo di Hanoi, stanco della politica farneticante e ferocemente antivietnamita di Pol Pot, dà l’ordine di invadere la Cambogia. Invasione che è anche la conseguenza di una sorta di ‘guerra fredda comunista’, combattuta tra Mosca e Pechino per interposti Paesi. Poche settimane dopo i Bo Doi entrano a Phnom Penh e mettono fine al folle regime di Pol Pot. Il mondo prende allora coscienza della portata delle atrocità commesse dal ‘Fratello n.1’ (così si faceva chiamare Pol Pot nella rigida e anonima a gerarchia stabilita i dirigenti Khmer rossi) in nome di un’ideologia disperata.  I vietnamiti resteranno nel Paese 10 anni.  Partendo lasciano al potere a Hun Sen che, pur se tra alti e bassi, rimarrà il grande protagonista della nuova fase politica. E’ tuttora Primo Ministro del Paese, dove ora regna il figlio di Sihanouk, Norodom Sihamoni.

La lentezza con cui è stato attivato il Tribunale straordinario, reso operativo solo nel 2007, testimonia delle difficoltà di garantire gli imperativi della giustizia universale senza tuttavia rimettere in discussione il processo di riconciliazione nazionale. La stessa ‘natura’ del Tribunale straordinario  comprova chiaramente l’esistenza di esigenze per alcuni versi contrastanti. Non si tratta, in effetti, né di un Tribunale simile alla CPI (la Corte Penale Internazionale, istituita in ambito ONU), né è paragonabile al Tribunale di Norimberga (giustizia amministrata dai ‘vincitori’), né assimilabile a un Tribunale esclusivamente nazionale, anche se sui complessivi 19 giudici, 11 (cioè la maggioranza) sono cambogiani e solo 8 internazionali. E’ in realtà una sorta di ‘ibrido giudiziario’ denominato ‘Camere Straordinarie in seno ai tribunali cambogiani’, dove si è cercato appunto di contemperare il rispetto della civiltà giuridica interna e l’esigenza universale di giustizia per crimini imprescrittibili, di cui si fa carico la comunità internazionale attraverso l’ONU.

Attualmente nel Paese guidato da Hun Sen (lui stesso un ex khmer rosso!) prevale piuttosto l’esigenza di riconciliazione nazionale in vista della ricostruzione materiale e morale del Paese. Sen si è detto, infatti, contrario a sottoporre nuovi accusati al Tribunale straordinario in una prospettiva di pacificazione, rinascita e sviluppo economico, volendo evitare il rischio di riaccendere odi oramai sopiti e di rievocare i vecchi spettri della guerra civile. 

Ma aver condannato solo alcuni personaggi-simbolo del passato regime, colpevole di uno spaventoso genocidio, può risponde agli imperativi della giustizia universale? L’evidente lentezza, se non reticenza, nell’avviare le Camere straordinarie non è stata dovuta piuttosto al timore di molti ex khmer rossi riciclati di finire sul banco degli imputati? O anche a inconfessabili omertà, a fenomeni di corruzione, a gravi sfasamenti burocratici? Dubbi e perplessità legittimi ma che svaniscono di fronte alla determinazione delle nuove autorità di guardare avanti, di andare verso il futuro e di dare tutte le possibilità alle nuove generazioni che, per loro fortuna, non hanno conosciuto l’inferno rosso  di Pol Pot.

Posizione comprensibile, a condizione tuttavia che le necessità della pacificazione nazionale non intacchi in alcun modo il dovere della memoria, affinché i giovani sappiano, gli anziani ricordino, nessuno dimentichi l’abisso assassino in cui i khmer rossi avevano precipitato  il Paese durante 3 anni, 8 mesi e venti giorni. Il peggior periodo della storia della Cambogia.

 

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