venerdì, Settembre 17

La fine di Ma Ying-jeou field_506ffbaa4a8d4

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Dopo la disastrosa sconfitta alle elezioni locali del 29 novembre il Guomindang (Partito Nazionalista Cinese) sta affrontando la sua crisi politica più profonda dall’inizio del nuovo millennio. Il PDP (Partito Democratico Progressista), il maggiore partito di opposizione, ha strappato al Guomindang sette municipalità e contee, conquistando alcune delle regioni più popolose e strategicamente più importanti di Taiwan, fra le quali Taoyuan, Taichung e Chiayi. Il Guomindang ha anche perso Taipei, la capitale taiwanese, che era uno dei suoi baluardi e che tradizionalmente rappresenta un trampolino di lancio per i candidati alle elezioni nazionali. La vittoria nella città è andata a Ke Wenzhe, un politico indipendente il quale ha però ha ricevuto l’appoggio del PDP. Non è un caso che il  ‘Taipei Times’, il più importante quotidiano taiwanese in lingua inglese, abbia definito la disfatta del Guomindang come una vera e propria ‘umiliazione’.

La sconfitta elettorale è stata un duro colpo per la dirigenza del partito, e in particolare per il suo leader, Ma Ying-jeou. Che egli non godesse di grande popolarità era un fatto noto da tempo. Nel maggio di quest’anno, vari sondaggi davano i consensi per il presidente al 18%, un calo di più del 50% rispetto al 2008. Un nuovo sondaggio realizzato da un think tank a inizio dicembre mostrava un ulteriore peggioramento: solo il 9,7% degli intervistati si era detto soddisfatto della presidenza di Ma Ying-jeou. Anche il premier Jiang Yi-huah era impopolare, con percentuali di insoddisfazione simili a quelle di Ma. Secondo gli analisti che hanno effettuato il sondaggio, è stata proprio la performance negativa del presidente e l’avversione di una gran parte della cittadinanza nei suoi confronti ad avere determinato la catastrofe elettorale del partito di cui è stato il leader indiscusso per anni. Egli è particolarmente impopolare presso le giovani generazioni, ed è questo ciò di più preoccupa il Guomindang. Alle ultime elezioni, la partecipazione dei giovani è stata del 74%, una percentuale molto più alta rispetto al 60% delle elezioni precedenti. Questo dato rivela che molti ventenni (secondo la legge taiwanese 20 è l’età minima per votare) potrebbero essersi recati alle urne espressamente per punire il Governo attuale e lanciare un segnale di rinnovamento.  Se il Guomindang non dovesse riuscire ad attirare i voti di più elettori in questa fascia d’età, il suo declino sarebbe inarrestabile.

Già il 29 novembre, dopo che i voti erano stati contati e la disfatta del Guomindang era divenuta apparente, il premier Jiang Yi-huah aveva rassegnato le proprie dimissioni insieme ad altri 80 membri del Governo. Subito dopo si sparse la voce che Ma Ying-jeou avrebbe lasciato la presidenza del partito, cosa che avvenne il 3 dicembre. Inchinandosi davanti ai membri del Guomindang, egli chiese scusa ai suoi sostenitori e si prese la responsabilità del più grande fallimento elettorale nella Storia del partito sin dal 1949. «Voglio chiedere scusa a tutti i nostri sostenitori», dichiarò. «Provo vergogna. Ho deluso tutti. Devo fare un profondo esame di coscienza. Non posso far altro che assumermi la piena responsabilità per la sconfitta elettorale».

Questo è stato il punto più basso della presidenza di Ma Ying-jeou, il quale dopo la sua rielezione nel 2012 non ha fatto che passare da una crisi all’altra. Eppure, vi è stato un tempo in cui egli appariva come un rinnovatore, come il portatore di pace, stabilità, e prosperità.

Ma Ying-jeou era stato eletto segretario del Guomindang nel 2005, in un periodo difficile per il partito. Dopo la fine della dittatura monopartitica dello stesso Guomindang, durata dal 1945 alla fine degli anni ’80, Taiwan iniziò un processo di democratizzazione che portò alle elezioni presidenziali a suffragio universale del 1997. Il Guomindang riuscì ad assicurarsi la vittoria grazie alla leadership di Lee Teng-hui, il quale aveva cominciato la propria carriera da burocrate e da dittatore, ma successivamente divenne il ‘padre’ della democrazia taiwanese. Ma nel 2000, a causa della divisione interna del Guomindang, a vincere le elezioni fu, a sorpresa, Chen Shui-bian, il candidato del PDP, il quale ottenne il 39% dei voti. Chen fu rieletto nel 2004, costringendo così il Guomindang a cercare una nuova identità politica.

Alla fine del suo secondo mandato, però, Chen Shui-bian aveva perso gran parte della sua popolarità. Il debito pubblico era aumentato vertiginosamente, dai 59,000 dollari taiwanesi pro capite nel 2000 ai 169,000 sette anni dopo; la disoccupazione aveva raggiunto il 4%, molte imprese avevano trasferito le proprie fabbriche in Cina, e i salari rimanevano fermi o erano addirittura in calo. Nonostante la performance del PDP non fosse del tutto negativa (ad esempio, nel 2008 l’economia crebbe del 3,8%), molti elettori, abituati agli anni d’oro del miracolo economico taiwanese che, iniziato negli anni ’50, era continuato quasi senza interruzioni fino agli anni ’90, osservavano con preoccupazione alcuni segnali di stagnazione. Inoltre, il Governo di Chen Shui-bian fu travolto da scandali di corruzione che ne danneggiarono l’immagine. Nel 2009, egli fu infine indagato per appropriazione indebita di 12 milioni di dollari e di riciclaggio di denaro all’estero. Nel settembre dello stesso anno fu condannato all’ergastolo.

Anche dal punto di vista della politica estera gli anni del PDP non furono semplici. Chen Shui-bian era un sostenitore dell’indipendentismo taiwanese, cioè della teoria secondo cui Taiwan è una nazione distinta dalla Cina. Il nome ufficiale di Taiwan, però, è Repubblica di Cina (RDC), lo Stato fondato nel 1912 dopo la caduta dei Qing, l’ultima dinastia imperiale cinese. Il Governo della RDC, dominato dal Guomindang, si ritirò a Taiwan nel 1949 dopo essere stato rovesciato dalla rivoluzione comunista di Mao Zedong, il quale proclamò la Repubblica Popolare Cinese (RPC) il 1° ottobre dello stesso anno. Ufficialmente, sia la RDC che la RPC continuano a considerarsi l’unico Governo legittimo di tutta la Cina. Nei primi anni ’90 il Guomindang e il PCC (Partito Comunista Cinese) raggiunsero il cosiddetto ‘consenso del 1992’, secondo il quale entrambe le parti aderiscono al  ‘principio di una sola Cina’, ma danno un’interpretazione diversa del significato della parola ‘Cina’.

Chen Shui-bian, però, rifiutò il consenso del 1992. Nell’ottobre del 2003, egli lo definì «un modo per fare di Taiwan una regione [della Cina]». Egli condannò il principio di una sola Cina e sostenne che Taiwan e la Cina fossero due Paesi indipendenti l’uno dall’altro. Questo divenne noto come il principio di «un Paese a ogni lato [dello Stretto di Taiwan]». In un’intervista allo ‘Spiegel online’ del 2007 Chen Shui-bian criticò duramente il regime del PCC. «Pechino insiste sulla sua politica di una sola Cina, e ci opprime sostenendo che noi siamo solo un Governo regionale. Questo indebolisce la nostra posizione. Ma i 23 milioni di taiwanesi sanno che Taiwan è uno Stato sovrano e che noi in nessun modo facciamo parte della Cina. Più del 70% della popolazione vuole che entriamo a far parte delle Nazioni Unite con il nome Taiwan».

La conseguenza delle politiche di Chen fu un deterioramento dei rapporti sia con la Cina che con gli Stati Uniti. Secondo la Costituzione della RPC Taiwan è parte del “sacro territorio” della RPC e la missione di riunificare la madre patria è un «dovere di tutto il popolo cinese, inclusi i compatrioti di Taiwan». La sfida posta dalle politiche di Chen Shui-bian non fece che irrigidire la posizione nazionalista di Pechino, che nel 2005 promulgò la Legge antisecessione, secondo la quale la RPC può invadere Taiwan se questa dovesse formalmente dichiararsi indipendente, o se tutte le opzioni per una riunificazione pacifica dovessero essere esaurite. Gli Stati Uniti, da parte loro, volevano mantenere lo status quo ed evitare una guerra che avrebbe potuto coinvolgerli.

Ma Ying-jeou seppe sfruttare le debolezze e le tensioni degli anni di Governo di Chen Shui-bian, proponendo una piattaforma incentrata sullo sviluppo pacifico dei rapporti con la Cina e l’integrazione economica fra i due lati dello Stretto. In questo modo, egli rivitalizzò il nazionalismo cinese inerente all’ideologia del Guomindang, e riuscì a farlo accettare ad un elettorato che, sebbene in maggioranza sfavorevole ad una riunificazione con la Cina, era stanco del PDP e dei contini timori di un conflitto armato.

Ma Ying-jeou propose il cosiddetto ‘piano 6-3-3’: far crescere l’economia del 6%, ridurre la disoccupazione al 3% e aumentare il prodotto interno lordo pro capite a 30,000 dollari. La Cina svolgeva un ruolo fondamentale nella sua visione politica. Egli propose, infatti, di liberalizzare il commercio con la Cina per attrarre investimenti e turisti, di stabilire voli diretti fra i due lati dello Stretto, e migliorare i collegamenti postali. Propose inoltre di spendere 130 milioni di dollari per finanziare infrastrutture ed opere pubbliche.

La politica di Ma Ying-jeou era atta a rassicurare Washington, Pechino e l’elettorato taiwanese. Egli diede espressione alla propria strategia di mediazione fra le due forze esterne e il fattore interno attraverso la cosiddetta politica dei ‘tre no’: no alla riunificazione, no all’indipendenza, no all’uso della forza.

Era un programma moderato, basato sul mantenimento dello status quo, sulla liberalizzazione economica, e sulla visione ottimistica che con una politica del compromesso e dell’integrazione fra i due lati dello Stretto si sarebbe determinata una situazione di vantaggio per tutte le parti.

Il 23 marzo del 2008, il Guomindang trionfò. ottenendo il 58,45% dei voti. In pochi mesi, Ma Ying-jeou cominciò a mettere in atto il proprio programma di Governo, cosa che risultò in un immediato miglioramento dei rapporti con la Cina. Già nell’agosto dello stesso anno, egli annunciò con orgoglio alla rivista ‘Time’ che dopo molti anni di tensioni «adesso gli Stati Uniti, il Giappone e il Sudest asiatico possono essere sicuri che ostilità o conflitti nello Stretto di Taiwan sono improbabili».

L’idea fondamentale di Ma Ying-jeou era che con l’integrazione economica, la conoscenza reciproca attraverso scambi studenteschi e turismo, e un clima di cooperazione, non solo Pechino non avrebbe attaccato Taiwan, ma quest’ultima avrebbe avuto un influsso benefico sul regime comunista. «Abbiamo già trasformato Taiwan da una società povera, agricola e relativamente non libera, in un’economia moderna ed una democrazia modello», ha detto in un’intervista al ‘New York Times’. «Questo ha un enorme impatto sulla Cina continentale in un momento in cui anch’essa sta lottando per avere più libertà economiche, e possibilmente anche più libertà politiche».

Uno degli obiettivi del presidente era quello di firmare accordi di libero scambio con la Cina, nella speranza che Pechino avrebbe poi permesso a Taiwan di concludere tali accordi anche con altri Paesi, cosa che il regime comunista fino ad ora ha impedito per paura che essi vengano considerati come un riconoscimento di fatto della sovranità ed dell”indipendenza di Taiwan.

Nel 2010 Pechino e Taipei firmarono l’ECFA (Economic Cooperation Framework Agreement), un accordo di libero scambio che, secondo la visione di Ma, avrebbe dovuto dare un impulso positivo all’economia taiwanese.

Le politiche del Governo del Guomindang sembravano funzionare, e nel 2012 Ma Ying-jeou fu rieletto. Ma mentre durante la sua prima legislatura il riavvicinamento alla Cina era rimasto moderato, nel suo secondo termine egli accelerò il passo, in una maniera tale da alienare l’elettorato e fargli credere che il Guomindang stesse svendendo Taiwan alla Cina. Nel giugno del 2013, la Cina e Taiwan conclusero un nuovo accordo commerciale, il CSSTA (Cross-Strait Service Trade Agreement), che avrebbe portato avanti la liberalizzazione e l’integrazione economica fra le due parti. Questa volta, però, il PDP e vari gruppi della società taiwanese si opposero ferocemente al trattato, che avrebbe dovuto essere ratificato dal parlamento. A ciò si aggiunse il riavvicinamento politico del PCC e del Guomindang, che nel febbraio del 2014 organizzarono il primo incontro ufficiale fra le due parti, che avvenne nella Cina continentale.

A questo punto, molti taiwanesi iniziarono a temere che la ‘détente’ di Ma Ying-jeou si stesse trasformando in una corsa a tappe forzate verso la riunificazione con lo Stato comunista, un’opzione alla quale il 64% della popolazione di Taiwan era opposto. Ad aggravare la situazione del Guomindang vi era l’insoddisfazione dei cittadini nei confronti della performance economica del Paese. Benché Taiwan abbia reagito meglio di molte altre economie sviluppate alla crisi finanziaria del 2008, il Governo non è riuscito a risolvere importanti questioni quali la stagnazione dei salari, la disuguaglianza sociale (il reddito del 5% dei taiwanesi più ricchi è cresciuto di 100 volte rispetto a quello del 5% dei più poveri, e il coefficiente Gini è salito dallo 0,277 nel 1980 allo 0,342 nel 2011), e l’aumento dei prezzi degli immobili.

Mentre Ma Ying-jeou investiva le sue energie nel migliorare i rapporti con Pechino e aumentare l’interdipendenza fra le due economie, la popolazione taiwanese diveniva sempre più sospettosa e frustrata. Già nel 2013 la rabbia dei cittadini nei confronti del presidente era diventata evidente. Nel marzo del 2014, infine, la paura che il Guomindang stesse dando via libera a Pechino per inglobare Taiwan sfociarono nel Movimento dei Girasoli, durante il quale studenti e attivisti occuparono il parlamento per bloccare la ratifica del CSSTA.

Il sentimento popolare è stato ben espresso in un saggio pubblicato su Facebook da un avvocato taiwanese. «Sappiamo tutti che la Cina ci ‘ama’», scrisse. «Vogliono che ritorniamo nel grembo della ‘madre patria’ il più presto possibile. Ma prima devono impossessarsi delle arterie vitali della nostra economia … La verità è che le aziende taiwanesi che possono permettersi di aprire sedi in Cina sono i grandi conglomerati, e i taiwanesi che beneficiano del CSSTA sono i magnati e le loro famiglie, non la vostra o la mia famiglia». Insomma, molti taiwanesi temevano che la Cina volesse soggiogare Taiwan trasformandola in un’economia-satellite, e che i guadagni degli investimenti in Cina andassero ad una cerchia ristretta di grandi imprenditori.

L’odio nei confronti del CSSTA era tale che Ma Ying-jeou fu costretto ad accettare le richieste dei manifestanti. Eppure, egli rimase misteriosamente lontano dalla realtà, incapace di vedere quanto il suo riavvicinamento alla Cina stesse estraniando l’elettorato. Ancora a fine ottobre ripeté il mantra che gli accordi commerciali con la Cina erano necessari. «[L’opposizione] non vuole che concludiamo accordi commerciali con la Cina continentale», lamentava il presidente. «Ciò, però, danneggerà lo sviluppo di Taiwan. Il numero di Paesi che hanno firmato accordi di libero scambio con noi sono limitati, cosa che nuoce alla nostra competitività. Per di più, il settore terziario della Cina continentale è meno sviluppato del nostro, ed entrare nel mercato cinese conferirebbe grandi opportunità alla nostra industria dei servizi».

La batosta elettorale del 29 novembre è stata una chiara bocciatura della politica di riavvicinamento di Ma Ying-jeou alla Cina. In un Paese dove solo una minoranza si considera cinese e desidera divenire parte della RPC, cercare rapporti sempre più stretti con un regime che minaccia di invadere Taiwan è una mossa che può solo culminare nel suicidio politico. Resta da vedere se e come il Guomindang, che tante volte è stato dato per spacciato, ma ha sempre saputo risollevarsi dalle macerie, saprà rinnovarsi e formulare un programma alternativo sia a quello di Ma Ying-jeou che a quello del PDP.

 

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