mercoledì, Aprile 21

La filosofia di Leonardo Sciascia La rilettura di Sciascia con l’occhio del filosofo. Ne parliamo con Francesco Izzo e Aniello Montano

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Sono trascorsi 25 anni dalla morte di Leonardo Sciascia, avvenuta il 20 novembre 1989, e numerose sono le commemorazioni che si stanno susseguendo in tutta la penisola. In particolar modo l’associazione Amici di Leonardo Sciascia, fondata nel 1993, ha dedicato, a Napoli, lo scorso fine settimana, il quinto convegno annuale ‘Leonardo Sciascia Colloquium‘, al tema ‘Sciascia e i suoi filosofi’.

Lo Sciascia scrittore nella struttura classica del discorso ricercava la lucidità e la precisione illuministica unitamente alla denuncia del sistema di connivenze di cui godeva la mafia che coinvolgeva la politica nazionale, alludendo alla diffusione incontenibile della mentalità mafiosa.

La figura del letterato è stata sondata in lungo ed in largo, ma la filosofia che emerge dai sui scritti non è stata, fino ad ora, approfondita. Lo studio dello Sciascia filosofo è stato, dunque, l’obiettivo del Colloquium 2014, cui seguirà il prossimo numero della rivista-libro ‘Todomodo’ edito dalla casa editrice Olsky, che conterrà le pubblicazioni degli studiosi che si sono avvicendati alla rilettura dei testi di Sciascia cogliendone la tramatura filosofica.

Francesco Izzo Segretario e fondatore dell’associazione spiega la natura dei Colloquium : “Questi appuntamenti annuali, mirano a fare il punto delle ricerche su Sciascia. Essi non hanno una funzione celebrativa, anche se si svolgono nella ricorrenza della morte. Il Colloquium è un dialogare e ascoltare, strettamente legato alla rivista ‘Todomodo’ con l’editore fiorentino Olsky, ed ha come motto l’espressione utilizzata da Sciascia nel libro ‘Fuoco all’anima’ che diceva che le riviste sono finite perché è finito il colloquiare e non ci si incontra più. Non ci interessa rendere Sciascia un santino,  l’intento è quello di approfondire con gli interlocutori delle discipline più diverse, dei temi, che possono essere dei libri che vengono rianalizzati e riletti a distanza di tempo, oppure come nel caso del Colloquium di Napoli, una zona ancora poco esplorata che è se Sciascia oltre ad essere un gradissimo scrittore, come viene riconosciuto dalla critica, sia anche un pensatore originale”.

La necessità di non fermarsi all’immagine che si ha dello scrittore, dello stereotipo che lo vuole legato all’opera ‘Il giorno della civetta’ e la sua denuncia dell’incalzante tramatura nel tessuto sociale della mafia sempre più dominante e prevalente, diviene spunto per approfondirne il pensiero ritenuto originale da chi appartiene all’ambito dello studio filosofico.

Il risultato della tipologia della filosofia cui appartenga a Sciascia, spiega Izzo, giungerà al termine degli studi iniziati con il Colloquium di Napoli. “Fino ad oggi questo tema è stato studiato dai letterati, alcuni di loro hanno giudicato ed ipotizzato Sciascia come un potenziale filosofo, ma non è mai capitato, fino ad ora che lo abbia fatto un filosofo. In questi due giorni la maggior parte delle persone che interverranno, provengono dalla filosofia del diritto, dalla filosofia della scienza, dal loro punto di vista guarderanno e si confronteranno su uno Sciascia pensatore originale. Questa non è una domanda retorica ma una riflessione aperta. Noi abbiamo identificato due nodi tematici forti: il Settecento con il tema del razionalismo, con Voltaire, oggetto della prima sessione, ed l’altro tema della seconda sessione, che è quello del Novecento, quindi il grande rapporto con i francesi ed il tema del potere, con Michel Foucault, con Paul Valery. Questa è stata una selezione perché l’opera di Sciascia è disseminata di riferimenti che vanno da Balise Pascal e Montaigne, agli spagnoli come Ortega”.

Il pessimismo di Sciascia, che si rifaceva a Tomasi di Lampedusa, Luigi Pirandello, suscita l’interrogativo se il suo pensiero corra su questo tema, portando a chiedersi quale sia la filosofia che ne scaturisce. A tal riguardo Izzo prende spunto dal diario pubblico dal titolo ‘Nero su nero’ commentando: “Il nero inchiostro sulla nera realtà sta ad indicare che sebbene la realtà sia pessima, Sciascia è una persona che termina la sua vita ispirandosi alla scommessa di Pascal alla convenienza di credere in Dio. Questo traducendolo in modo dozzinale, pur rimarcando una considerazione che egli consegna alle carte e cioè che nonostante tutto che questa vita merita attenzione e l’impegnarsi per renderla migliore. Pensiamo al tema della giustizia che lo ha ossessionato per tutta la vita, lui ha continuato come Durrenmatt a dire che doveva esplorare le residue opportunità che rimanevano alla giustizia. Credo che questo sia un modo corretto di vedere questo autore. Il nostro desiderio è di stimolare alla lettura dell’opera, noi pensiamo che di Sciascia si conosca ancora poco”.

La rilettura di Sciascia con l’occhio del filosofo è stata, per il professor Aniello Montano, storico della filosofia, una bellissima avventura, perchè “Sciascia maneggia la letteratura filosofica dalla più antica alla più moderna, ma credo che ne faccia un uso molto sapiente. Credo che ispiri molte delle sue attività di scrittore ad alcune categorie filosofiche”.

L’interrogativo su come si potrebbe riassumere la filosofia di Sciascia, appare sempre più importante, ma Montano risponde che “se volessimo rintracciare un elemento filosofico forte possiamo farlo sfioccandolo in due direzioni. Una prima direzione è l’uso di alcuni filosofi che servono a Sciascia per fare la diagnosi sulla condizione umana nella storia, un altro filone è quello che serve a Sciascia per dare una sorta di possibile risposta a questa condizione umana. Le due direzioni sono di carattere diagnostica l’una, mentre l’altra è di carattere terapeutica”.

Ne scaturisce il dubbio se l’elemento filosofico presente in Sciascia possa portare ad affermare che lo Sciascia filosofo sia una realtà.  Credo, dice Montano “che  definire Sciascia filosofo non sia corretto. Che Sciascia si muova  utilizzando categorie filosofiche è certo. La prima categoria filosofica che utilizza è per la diagnosi della condizione umana, e si serve fondamentalmente di alcuni filosofi, che partono da coloro che dall’antichità ai tempi più moderni ne hanno analizzato la condizione, come Arnobbio di Sicca un filosofo che ispira Sant’Agostino ed in una certa misura anche Blaise Pascal e Michel Eyquem de Montaigne. Sono quei filosofi che fanno una diagnosi pessimistica sull’uomo. L’uomo ha il libero arbitrio, proprio per questo produce all’interno della storia il male, che poi affligge l’uomo e la storia, per cui il male nel mondo deve essere imputato a questa libera capacità dell’uomo di operare. L’uomo è stretto tra questo libero arbitrio e la grazia che Dio concede, non per meriti ma esclusivamente per una sua imperscrutabile volontà. Per cui è come se l’uomo avesse nella storia questo ruolo di agire producendo il male e sperare poi in una grazia salvificante che non è collegata ai suoi meriti. Questa è la diagnosi. La parte terapeutica abbandona questo filone, che potremmo dire sotto il segno del pessimismo e si ispira ad un altro filone complesso e lungo. A mio avviso parte dalle letture giovanili, da studente magistrale trova un professore che gli indica delle letture tra le quali un autore che in quel momento era un irregolare, uno che il fascismo aveva sospeso dalla cattedra ben due volte, che si chiama Giuseppe Rensi. Sciascia legge Rensi da ragazzo, e dice di non averlo mai più abbandonato, divenendo una lettura permanente. Questa lo porta ad un filone culturale e filosofico di estrema razionalità, un razionalismo molto affilato che lo fa arrivare poi all’illuminismo. Anche qua c’è una scoperta che questo filone illuministico, critico, ironico e sarcastico ha sulla realtà, con antecedenti nell’antichità a partire da un altro autore che si chiama Luciano di Samosata fino ad arrivare a Voltaire ed a Denis Diderot”.

 

 

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