mercoledì, Maggio 12

La figlia del Generale Ritratto della neo-Presidente sudcoreana Park Geun-hye, la 'Thatcher' asiatica

0

Park-Geun-Hye_2491647b

Viene definita la ‘iron lady’ della Corea del Sud. Eppure agli occhi dei suoi connazionali, Park Guen-hye, la prima Presidente donna della Repubblica di Corea, con la pacata e sorridente compostezza che la contraddistingue, rievoca piuttosto la memoria dell’amatissima first lady Yuk Young-soo, madre della Presidente Park, nonché ‘madre della Nazione’, così come era  conosciuta dallo stesso popolo sudcoreano. Sessantenne, nubile e senza figli, la leader del partito conservatore ha ottenuto la vittoria, seppur con un margine minimo, nel corso delle elezioni presidenziali del dicembre 2012 (in cui è stato possibile registrare una delle affluenze più elevate di sempre), ottenendo il 51,6% dei voti contro il 48,1% del candidato dell’opposizione Moon Jae-In, rappresentante del partito democratico.

L’elezione della Park porta con sé una ‘ventata di novità’ all’interno di quella realtà ancora fortemente patriarcale che caratterizza le istituzioni politiche e l’economia del Paese; ma rivela anche una profonda spaccatura nell’elettorato sudcoreano, oltre che una vera e propria divisione generazionale e sociale: la nuova Presidente sudcoreana ha raccolto infatti la maggioranza dei consensi tra i cittadini al di sopra dei 40 anni e di sesso femminile; mentre il democratico Moon ha ottenuto maggiori preferenze tra le nuove generazioni.

Impossibile per chiunque, poi, ignorare i retroscena delle drammatiche vicende che hanno interessato Park e la sua famiglia; un vissuto che si intreccia inesorabilmente con una delle pagine più buie della storia recente della Corea del Sud. Il padre di Park Geun-hye, il Generale Park Chung-hee, ottenne il potere nel 1961 attraverso un colpo di stato, instaurando una dittatura militare che durò fino al 1979, quando fu assassinato dal responsabile del suo stesso servizio di sicurezza, Kim Jae-gyu, anche capo del National Intelligence Service sudcoreano, che affermò poi di aver agito in nome del patriottismo e della democrazia. Il Generale Park guidò il Paese con il pugno di ferro per diciotto anni, conducendo la Corea del Sud verso un rapido e prodigioso sviluppo economico per il quale viene tutt’oggi presa a modello di riferimento dalle altre Nazioni asiatiche; adottando al contempo, sul piano politico, un autoritarismo repressivo e accentratore.

Nonostante non abbia mancato di manifestare più volte il proprio cordoglio per le vittime del regime militare imposto dal padre, Park Geun-hye lo ha altresì definito una decisione «inevitabile, e la miglior scelta possibile» per il bene del Paese. Le voci critiche insistono sul fatto che la neo-Presidente conservatrice non sia stata in grado di prendere sufficientemente le distanze dalla controversa eredità paterna. Ma l’eredità che Park Geun-hye sembra aver intenzione di raccogliere e portare avanti sembra essere piuttosto quella della madre, nota e apprezzata dalla gente comune per la sua filantropia e le sue opere caritatevoli nei confronti dei bisognosi, anch’essa morta assassinata cinque anni prima del marito per mano di un attivista filo-nordcoreano.

Sono tre i punti principali evidenziati dalla Presidente Park durante la presentazione del suo programma di governo: prosperità economica, felicità dei cittadini e grandi stimoli alla cultura. Un’agenda – almeno apparentemente – dai caratteri estremamente generici, che sottolinea la volontà di portare avanti la visione di una società più equa e orientata al benessere collettivo. «Era il sogno di mia madre, ed ora il suo sogno è anche il mio», ha affermato Park Geun-hye durante il memoriale dedicato alla madre Yuk Young-soo (la cui casa natale si è trasformata in una sorta di santuario, meta di pellegrinaggio per centinaia di persone ogni giorno).

«È mia convinzione politica che io debba adoperarmi per raggiungere un ‘secondo miracolo sul fiume Han’, per fondare la nostra economia su una solida base e inaugurare un’era di felicità per il popolo, e ritengo sia mio dovere farlo», così ha dichiarato Park Geun-hye nel suo Piano triennale per l’innovazione economica, annunciato alla fine dello scorso febbraio, alludendo alla volontà di replicare l’ascesa economica che il Paese sperimentò nella seconda metà del Novecento (descritta appunto dall’espressione ‘miracolo sul fiume Han’, il fiume che attraversa la capitale Seoul).

I fantasmi del passato infestano anche i rapporti con il leader conservatore Abe Shinzo, Primo Ministro giapponese, al centro di numerose polemiche per le sue posizioni ‘revisioniste’ riguardo alle responsabilità del Giappone all’epoca dell’occupazione coloniale e durante il periodo delle due guerre mondiali. Le visite di diverse personalità politiche giapponesi (tra cui lo stesso Abe) al sacrario Yasukuni,dove vengono onorati i caduti in guerra per la causa del Giappone imperiale; le gaffe di alcuni fedelissimi di Abe sulle ‘comfort women’, donne (in prevalenza cinesi e coreane) costrette a lavorare nei bordelli militari giapponesi durante la seconda guerra mondiale; vecchi contenziosi territoriali e nuove tensioni xenofobe anti-coreane striscianti, hanno generato un clima di reciproca tensione tra la Corea del Sud e quello che rappresenta (o perlomeno dovrebbe rappresentare) il suo principale alleato politico nella regione.

Tensione che è emersa chiaramente nel corso del meeting trilaterale dello scorso 26 marzo tra Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti, a margine del summit sulla sicurezza nucleare all’Aja. Il Presidente americano Barack Obama (interessato a portare avanti il programma di ribilanciamento dell’influenza cinese nell’Asia-Pacifico) insiste da tempo affinché i due ‘alleati-rivali’ accantonino le questioni storiche a favore di una più salda e proficua cooperazione bilaterale.

Il meeting trilaterale dell’Aja (il cui svolgimento era rimasto in forse fino all’ultimo, a causa dell’ennesimo attrito diplomatico tra Tokyo e Seoul), fortemente voluto da Obama, avrebbe dovuto svolgere una funzione di ‘pressione diplomatica’ nei confronti del Primo Ministro Abe e della Presidente Park. Nel corso dell’incontro, infatti, non sono emerse le tematiche più ‘calde’, come le questioni storiche o le dispute territoriali che rischiano di minare i rapporti tra Giappone e Corea del Sud. È stata invece ampiamente affrontata la questione della minaccia nucleare nordcoreana, pressoché unico punto di convergenza tra tutti e tre gli interlocutori.

In materia di alleanze, tolto il gelo diplomatico con Tokyo, la Presidente Park si è dimostrata orientata verso un ancor maggiore consolidamento dell’alleanza con Washington, nonché verso un riavvicinamento nei confronti della Cina e della Corea del Nord, differenziandosi così nettamente dal suo predecessore, l’ex Presidente Lee Myung-bak. Park ha espresso chiaramente la volontà di avviare una ‘TrustPolitik’ nei confronti della Corea del Nord; ovvero una linea meno dura che preveda un graduale riavvicinamento, anche attraverso un programma di scambi e di cooperazione, arrivando persino a parlare di riunificazione. Nonostante abbia definito la minaccia nucleare e le provocazioni nordcoreane «inaccettabili», dichiarando pubblicamente che «se il Nord dovesse tentare una qualsiasi provocazione contro il nostro popolo e contro il Paese, si renderà necessario rispondere con la forza», la Park si è subito affrettata a chiarire che non intendeva collegare la situazione politica tra le due Coree con l’aiuto umanitario che il Governo di Seoul avrebbe continuato a fornire alla popolazione della Corea del Nord e con la prospettiva di un riavvicinamento.

La maggior parte degli esperti rimane scettica su questo punto, soprattutto considerata la crescente assertività di Pyongyang e la necessità primaria per Seoul di rafforzare le relazioni con l’alleato americano. La sfida della ‘Lady di ferro’ asiatica, su cui grava adesso la responsabilità di guidare una Nazione dal peso economico e politico sempre più rilevante per gli equilibri regionali e globali, è appena cominciata.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->