venerdì, ottobre 19

La Federal Reserve prosegue la ‘normalizzazione monetaria’ Nonostante le pressioni di Trump, Powell propende per un nuovo rialzo dei tassi

0

La Federal Reserve ha innalzato i tassi sui fondi federali dal 2 al 2,25%, portando per la prima volta dal 2008 i tassi nominali a livelli superiori a quello dell’inflazione; si viene così ad esaurire ufficialmente la politica espansiva inaugurata sotto la direzione di Ben Bernanke con i programmi di quantitative easing. Così facendo, l’attuale presidente Jerome Powell ha tenuto fede agli annunci formulati nei mesi scorsi attraverso i quali si informava il popolo statunitense che la Banca Centrale intendeva puntare a una graduale normalizzazione della ‘politica monetaria’.

Le mosse fin qui effettuate risultano effettivamente in linea con l’obiettivo dichiarato, ma la Fed è stata comunque ben attenta ad evitare che i suoi rialzi varati di volta in volta assumessero un’entità tale da produrre effetti strangolanti sull’attività economica. Lo dimostra il fatto che i livelli di lungo periodo sono rimasti sostanzialmente stabili, come puntualmente rilevato da ‘Il Sole 24 Ore’: «mentre la mediana delle indicazioni dei singoli governatori continua a oscillare, la media in realtà si muove nel corridoio 2,75%-3% ormai dal 2016. Non cambia inoltre il ritmo della stretta: terminerà nel 2020, quando i tassi arriveranno al 3,25-3,5%, livello al quale resteranno anche nel 2021, anno per la prima volta contemplato dalle proiezioni di settembre. La Fed continua quindi a prevedere un altro rialzo nel 2018, con tutta probabilità a dicembre, tre nel 2019 e uno nel 2020».

Il punto è che, nonostante la moderazione e la gradualità con cui Powell e i suoi collaboratori stanno procedendo all’adeguamento della politica monetaria alla realtà economica del Paese, la Federal Reserve ha di fatto disatteso i ‘suggerimenti’ della Casa Bianca, persuasa che il consolidamento della crescita economica dipenda essenzialmente dal mantenimento di tassi di interesse piuttosto bassi. Per la verità, le ‘indicazioni’ fornite da Donald Trump si sono manifestate sotto forma di forti pressioni politiche sulla Banca Centrale, che nella visione del tycoon newyorkese dovrebbe sottostare alla volontà del governo.

Powell non si è tuttavia limitato a rivendicare l’indipendenza dell’istituzione di cui ha assunto recentemente le redini, ma si è spinto a criticare i provvedimenti attraverso i quali il Congresso limitò i poteri della Federal Reserve durante la fase critica della crisi. Nel 2008, la Fed si era infatti avvalsa della sezione 13 per salvare il colosso assicurativo Aig dal fallimento mediante un prestito-lampo da 85 miliardi di dollari e per fornire trilioni di dollari ad altre società finanziarie. Subito dopo, il Congresso ridimensionò le facoltà della Fed di fornire assistenza diretta a imprese statunitensi. In questo modo, Powell si è di fatto schierato a fianco dell’ex presidente della Fed Ben Bernanke, il quale aveva recentemente cofirmato assieme agli ex alti funzionari Timothy Geithner (ex presidente della Federal Reserve di New York ed ex segretario al Tesoro sotto l’amministrazione Obama) ed Henry Paulson (ex segretario al Tesoro) una lettera pubblicata dal ‘New York Times’ in cui si esortava con forza il Congresso a riconferire alla Federal Reserve le vecchie prerogative così da rafforzare la sua capacità d’intervento a sostegno dell’economia.

I rilievi critici di Powell e dei ‘grandi ex’ firmatari dell’appello pubblicato sull’autorevole quotidiano newyorkese lasciano trapelare una certa preoccupazione nei confronti dello stato di salute dell’economia statunitense. Nonostante i dati positivi emersi in questi ultimi tempi, non va infatti dimenticato che, secondo le proiezioni macroeconomiche della stessa Fed, la corsa dell’economia statunitense dovrebbe conoscere una frenata nel triennio 2019-2021, a fronte di un livello di inflazione stabilmente oscillante attorno al 2% e di un tasso di disoccupazione destinato a risalire nel 2021. L’incertezza, specie alla luce del confronto con la Cina e la Germania nell’ambito della politica neo-protezionista varata da Trump, rimane il problema principale, che impedisce di fatto alla Federal Reserve di adottare una strategia di lungo termine in sostituzione della linea tattica mantenuta finora. Una sorta di ‘navigazione a vista’ che vede la Banca Centrale Usa decidere di volta in volta gli interventi da effettuare sulla base delle condizioni economiche del momento.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore