domenica, Agosto 14

La Fed e l’asino di Buridano L’uso spregiudicato del capitalismo finanziario, dopo avere spolpato l’economia reale, ha gettato gli Usa ed il mondo nel turbine della tempesta monetaria, con una stampa infinita di moneta fiat, cioè senza sottostante reale

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La Fed, a fronte delle scelte che ieri doveva fare, ha rappresentato il paradosso dell’asino di Buridano, che, incapace di scegliere tra due mucchi di fieno uguali, accompagnati dalla stessa quantità di acqua, finisce per morire di fame e di sete. Il paradosso rappresenta il dilemma a cui si trovava difronte la Fed, perché qualunque decisione prendesse, o fosse in grado di prendere -alzare o mantenere invariati i tassi sul debito o aprire alla recessione probabile- il problema di un rischio sistemico di default finanziario non sarebbe stato risolto, ma solo differito.

La Fedieri, ha dato il via libera al rialzo dei tassi di interesse dello 0,75%. L’azione sui tassi più aggressiva che la banca abbia intrapreso dal 1994, sottolineano tutte le cronache. Come sottolinea, però, Allison Morrow, caporedattore del ‘CNN‘ Affari, «L’inflazione è negativa. Stiamo facendo del nostro meglioNessuno sa davvero cosa diavolo sta succedendo». E vedi un po’ come titola Allison!: ‘Even the Fed isn’t sure it can avoid a recession anymore‘ (‘Anche la Fed non è più sicura di poter evitare una recessione’).
Qui il dilemma cornuto della FED/ Buridano:ridurre l’inflazione o avviare la recessione?

Il pensiero unico monetarista, eretto a verità incontrovertibile grazie ad un sistema di relazioni tossiche tra accademia, politica e finanza, ha finito per divorare se stesso, esattamente come Saturno divorava i propri figli, inondando di una liquidità senza un controvalore reale il mondo della finanza, separandola totalmente dall’economia reale, a cui dovrebbe, invece, sottostare.
Dal momento in cui la moneta è stata separata dalla convertibilità in oro, nel 1971, il mondo della finanza ha seguito un suo percorso di sviluppo astrale ma funzionale a sostenere interessi sovraordinati al mondo reale, assumendo un ruolo di governo funzionale all’esercizio di una forma di macrousurageopolitica.
La Fed in tutto questo ha avuto gravissime responsabilità, delle quali dovrebbe essere chiamata a rispondere, per l’uso spregiudicato del capitalismo finanziario che, dopo avere spolpato l’economia reale, ha gettato gli Usa ed il mondo nel turbine della tempesta monetaria, con una stampa infinita di moneta fiat, cioè senza sottostante reale.

Dopo la crisi del settembre 2008, l’unica soluzione è stata affidata alla trappola mortale del Quantitative easing (Qe), che ha aumentato la massa monetaria, ma non ha prodotto effetti sulla reale crescita del Paese, che in mancanza di una vera attività manifatturiera delocalizzata è diventato ostaggio degli indici finanziari e della moneta in una logica di breve tempo che distrugge ma non costruisce, tipico della sindrome della locusta. L’avere aiutato le cinque banche dal default, too big, too fail, ha di fatto cancellato tutte le norme contro il monopolio, aprendo la strada all’infinita finanza.

I risultati della finanza deregolamentata si riflettono in una situazione di rischio default socioculturale senza precedenti espressi dai seguenti fatti:
1) finanziarizzazione dell’economia reale e concentrazione della ricchezza sempre più polarizzata verso l’alto, crollo della classe media che è il lievito delle civiltà occidentali; per la prima volta da un secolo le famiglie della classe media non sono più la maggioranza del Paese. Amplificazione fuori controllo di una povertà senza sistemi di welfare (il 18 per cento del Pil rispetto alla media europea del 30 per cento);
2) crollo dell’occupazione manifatturiera (11 per cento del Pil) a favore di quella dei servizi (23 per cento del Pil), conseguente crescita della disoccupazione mascherata con la sottoccupazione che manifesta un progressivo crollo delle rendite delle famiglie (la caduta dei salari fino all’80 per cento), un conseguente calo dei consumi e un crescente disagio sociale represso con violenza.
3) esplosioni di strumenti non regolati come i derivati e gli OTC il cui volume sembra superare un milione di miliardi che manipolano il mercato ed oggi condizionino i prezzi delle materie prime;
4) cultura della liquidità a breve e massimizzazione dei valori finanziari tramite una sistematica manipolazione dei dati. La crescita del Dow Jones è determinata dal buy-back delle multinazionali che comprano con i profitti (circa il 95 per cento degli stessi secondo ‘Bloomberg‘) ed a debito con tassi infimi le loro azioni, alterandone il vero valore ed aumentando la massa di liquidità a debito che sostiene il gioco speculativo. L’aumento del valore delle azioni e l’illusione fittizia della crescita è stato determinato almeno per il 50 per cento dalle operazioni di buy-back (fonte: Morgan Stanley).

Siamo di fronte ad una trappola mortale, perché la ricerca della scelta sembra difficile tanto da sollevare dubbi profondi sulle scelte della Fed legate all’idea di tenere sotto controllo l’inflazione, che dipende solo in parte dalla domanda, ma in gran parte dall’esplosiva quantità di carta moneta che ha inondato senza limiti i mercati finanziari; per contro, si solleva il rischio della recessione. A parere di chi scrive, i due fenomeni sono legati e non esiste una sola via di fuga quando il sistema nel suo complesso sta collassando. La Fed sembra sempre più l’asino di Buridano e si trova alle prese con un dilemmacornuto‘, perché qualsiasi decisione non modifica l’entropia del sistema che hanno generato.

Un direttore di Hedge Fund, Nick Hanauer, ha chiaramente detto: «Se non facciamo nulla per risolvere le evidenti ingiustizie economiche,verranno a cercarci con i forconi. Nessuna società può sostenere questa crescente disuguaglianza, non c’è nessun esempio nella storia dell’uomo in cui sia stata accumulata ricchezza a questo modo ed alla fine non siano arrivati i forconi».

È proprio vero, perché nella storia dell’uomo le società sono sempre e solo crollate per guerra o per classe, e gli Usa sono l’unico Paese occidentale che non ha vissuto una vera rivoluzione sociale.
Alla luce delle precedenti considerazioni, non è casuale che molti ritornino a studiare il ‘plusvalore’ di Marx ed il buon senso di Keynes, così, oggi, l’asino di Buridano/Fed rischia davvero di morire incapace più che di decideredi capire «cosa diavolo sta succedendo», perché la verità sta in un altro campo.

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Sull'autore

Fabrizio Pezzani è professore ordinario di Economia Aziendale presso l’Università L.Bocconi di Milano e distinguished professor presso la SDA Bocconi School of Management. Ha insegnato nelle Università di Parma, di Trento e di Brescia; è membro del comitato scientifico della Fondazione 'Centesimus Annus pro Pontifice' e di svariati Editorial Board di riviste internazionali di economia; è stato fino al 24 febbraio 2013 presidente del collegio dei revisori di Milano. E’ autore di contributi importanti sia a livello nazionale che internazionale sui temi dell’economia aziendale italiana fondata sulla realizzazione del bene comune, la sua lettura è ampia ed estesa ad altre scienze sociali. L’economia, in questa visione, è e rimane una scienza sociale e non una scienza esatta come oggi viene intesa.

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