domenica, Settembre 26

La febbre dell’oro di Delhi field_506ffb1d3dbe2

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Oro India Dehli

Tra i 500 ed i 700 kg al giorno. A tanto ammonterebbero i record raggiunti dal contrabbando di oro in India, una pratica che negli ultimi anni sarebbe letteralmente esplosa per una serie di concause sia interne che esogene. Tra il 2010 ed il 2013, i casi di sequestro di oro di contrabbando sui confini indiani sono aumentati da 121 a 810, con un oscillazione tra le 100 e le 200 tonnellate annue, mentre l’import ufficiale nazionale non arriva alle 900 tonnellate. Un vero e proprio inabissamento nel sommerso di quasi un quarto del mercato aureo nazionale. Ma perché questo aumento vertiginoso? Le ragioni di questo boom sono di tre ordini; uno di natura storica e culturale, connesso con l’utilizzo dell’oro come veicolo di risparmio e bene rifugio in surrogato dell’ordinario mercato del credito. Poi viene una recrudescenza di legislazioni statali intrusive in materia, ed infine le difficoltà economiche dell’India e le dinamiche dei prezzi del metallo giallo sui mercati internazionali, come il suo crescente uso come bene rifugio da parte delle banche centrali asiatiche.

La prima ragione risiede sia nelle tradizioni indiane che in parte nel sottosviluppo del Paese. Storicamente, l’oro è sempre stato per gli indiani un bene rifugio su cui investire i propri risparmi. L’assenza, in alcune aree del Paese davvero cronica, di un moderno sistema bancario e di circolazione creditizia, spiega il perdurare di questa abitudine. Il prezioso metallo è infatti ancora oggi secondo solo al settore immobiliare come bene di conservazione del risparmio; un’abitudine peraltro non solo riservata ai ricchi, ma anche alla nuova classe media emergente nel Paese. A rincarare la dose vi sono i problemi legati alla sicurezza e criminalità nelle grandi metropoli, ma anche la spropositata quota di economia sommersa presente nel Paese. Nelle megalopoli di Calcutta e Delhi è ritenuto molto più sicuro conservare poco ma discreto oro che molto denaro, sia contro la delinquenza comune che le ispezioni degli uffici del fisco.

Il secondo elemento risiede nel ritorno del governo di Delhi a pratiche limitanti il commercio aureo. I consumi di oro indiani sono infatti così elevati in cifre assolute da contribuire attivamente all’inabissamento della bilancia commerciale nazionale. Per scoraggiare questa dinamica, a fine 2012 il governo di M. Singh ha innalzato le tariffe doganali sull’import aureo dal 4 al 10%. L’impatto di queste misure sembra essere stato particolarmente negativo.

I confini indiani sono molto vulnerabili, e non pare difficile corrompere gli addetti ad un ufficio doganale, specie da parte di chi traffica in lingotti. La presenza di miniere d’oro nel vicino Nepal facilita poi il compito ai contrabbandieri; il risultato è stato che l’innalzamento dei dazi di fronte ad un mercato così vasto ha solo aumentato il volume di contrabbando del metallo prezioso. Anche perché la stretta fiscale sull’import sembra essere stata varata nel peggior momento possibile.

A peggiorare questa evoluzione è stata infatti la congiuntura economica internazionale e soprattutto nazionale. Mentre buona parte del pianeta, soprattutto il mondo industrializzatos convive da anni con il rischio deflazione, nell’ultimo triennio l’India sembra essere andata incontro alle dinamiche opposte. Le politiche di svalutazione monetaria perseguite negli Usa ed in parte dalla UE hanno riversato enormi quantitativi di liquidità sui mercati finanziari e valutari mondiali. Questa liquidità a costo zero altamente speculativa si è quindi diretta verso i Paesi emergenti, apparentemente ancora in crescita e sui quali si sono appuntate le aspettative di proseguimento della crescita globale. 

L’India, a differenza della Cina, il cui mercato finanziario è in larga parte chiuso ai flussi dall’estero, ha sperimentato così prima una ondata speculativa sulla sua moneta, che ha fatto recedere il suo export ed esplodere i prezzi di materie prime all’ingrosso e immobiliare. Quando nel 2013, la politica monetaria ultra-accomodante di Usa ed Europa ha iniziato a restringersi, questa liquidità è uscita bruscamente dal Paese, provocando viceversa una svalutazione monetaria, il rallentamento della crescita ed un rialzo dei prezzi al consumo. L’impennata dell’import energetico e di materie prime ha poi fatto il resto: l’india è oggi l’unica grande economia al mondo a convivere con lo spettro di una stagflazione stile Europa anni ’70. Di fronte alla riduzione delle riserve di valuta estera nazionale ed all’elevata inflazione, i conti correnti bancari indiani non garantiscono spesso alcuna indicizzazione. Il risultato è stata una corsa degli indiani all’0oro come bene rifugio, tanto intensa da aggirare ben presto le nuove tasse con un floridissimo mercato illecito.

Il colpo finale è però l’aumento dei prezzi dell’oro sul mercato mondiale nell’ultimo anno. Dopo anni di crollo dei prezzi dovuto all’acquisto di Buoni del Tesoro come garanzia, l’imminente fine delle politiche monetarie accomodanti ha provocato una uscita degli investitori verso altri beni rifugio, a partire dai metalli preziosi. Per la classe media indiana, accumulatrice di oro nelle casseforti, il mercato nero è stato così anche un modo per aggirare questo rialzo dei prezzi sul mercato. Ma non è tutto. A sua volta, la maggior spiegazione al rialzo dei prezzi aurei sembra essere del tutto particolare, e soprattutto localizzata proprio nel continente asiatico: la Cina.

Sempre meno incline a riempirsi la pancia di un dollaro così a lungo svalutato e titoli del Tesoro Usa resi meno sicuri dai problemi di bilancio pubblico di Washington, Pechino sembra aver iniziato a diversificare le proprie riserve valutarie. A partire dal 2009, tale politiche è stata seguita gradualmente, accumulando però non solo valute, ma anche metalli preziosi. In particolar modo l’oro ha visto una drammatica salita nelle riserve cinesi, con l’import del 2013 che ha totalizzato le 1300 tonnellate.

Le dimensioni della corsa all’oro cinese sono però probabilmente maggiori. Attraverso il porto franco di Hong Kong, l’import aureo di Pechino sembra essere stato ben più consistente, ed il contrabbando indiano ha la sua voce in capitolo. Circa il 20% dell’oro che finisce in India viene poi esportato nuovamente all’estero. È quindi più che verosimile che i contrabbandieri indiani abbiano contribuito a foraggiare questa crescente tesaurizzazione aurea delle riserve 

 

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