lunedì, Settembre 20

La famiglia è profana field_506ffb1d3dbe2

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family in the child's hands

Vi sono autori e idee che stanno a dimostrare in che misura le strade dell’editoria e della critica non convergano in nessun punto. E’ il caso di Aldo Naouri, almeno cinque libri tradotti in italiano, altrettante bombe sul sistema famiglia e sulle pedagogie facili. Eppure i suoi scritti non sono stati al centro di polemiche o di dispute intellettuali, quasi a dare l’impressione che il nostro provinciale bel pensiero preferisse evitarli. Di famiglia ebrea residente in Libia, Aldo Naouri nasce nel 1937 a Bengasi; appena cinquenne è un esule, prima in Algeria, poi a Besançon, per approdare infine a Parigi, dove si laurea in medicina.

Oggi è uno dei pediatri più famosi d’Europa, anche perché le sue opinioni risultano  parecchio indigeste al “nuovo ordine famigliare”, quello che soltanto a discuterlo minimamente si incassa ogni sorta d’improperio, da ritirare in un bel pacco infiocchettato con disprezzo. Le ragioni? Varie ed eventuali. Naouri è anzitutto un ricercatore di confine, tra la pediatria e la psicoanalisi, per cui non è chiaro se i suoi veri pazienti siano i bimbi bronchitici o i loro genitori ansiolitici, che il dottore redarguisce con qualche asprezza. E sin qui ci siamo, ciò appartiene alle dinamiche della nevrosi genitoriali. Ma la questione si complica all’atto di scombinare le gerarchie famigliari, quelle di più recente instaurazione, che dagli anni Ottanta appaiono di dominio pubblico, intangibili, inattaccabili. Al centro di questa cellula organizzata vi sarebbe infatti la madre, attorno alla quale ogni cosa gira e rigira. Potete ben credere che Naouri non azzardi alcun accenno a una banale ridiscussione dei ruoli.

Non è ovviamente questione di rivendicare il tempo in cui c’era lui (il papà), cara lei… No di certo, sono altre le preoccupazioni del pediatra francese, a cominciare dall’intervento pesantissimo che, a suo avviso, la madre opera sulla coscienza del tempo del bambino, una attitudine che Naouri definisce “insensata”, appiattita su certi frusti messaggi sociali e volta a proteggere i figli, negando loro ogni forma di rilevante autonomia. Ora, pur riferendoci a manifestazioni educative di carattere generale e fatte salve quelle mirabolanti eccezioni di madri libere e libertarie, questo rifiuto di concedere all’infante l’umana dimensione del tempo e dell’angoscia si impianta su un triplice dogma materno: quello della certezza di un “preesistente” sistema di regole; quello della sicurezza materiale e quotidiana; quello dell’efficienza totale. Scrive Naouri in ‘Padri e madri’.

L’ordine dei ruoli in famiglia: «Tutto si deve svolgere, a livello sociale, esattamente come avviene per le madri, preoccupate solo dell’istante, con obiettivi a brevissimo termine, scanditi da appuntamenti elettorali che non lasciano il minimo spazio a progetti di più ampio respiro». Fondamentale, del resto, è che ogni ingranaggio funzioni da par suo, tale da consentire al meccanismo di procedere… Verso dove e perché non è dato sapere, per il semplice motivo che è la madre per prima a ignorare il fine assoluto di ogni sua singola determinazione. In effetti, sebbene detti legge, ella non dà origine ad alcun codice sentimentale un po’ coerente, bensì decreta il proprio universo possibile comma dopo comma, mescolando valori acquisiti a mode, atti di puro conformismo a improvvise ribellioni contro poteri ormai non più cogenti da decenni. Trascinati in questa confusione di riferimenti senza arte né parte, i figli non fanno che assumere comportamenti difensivi, i medesimi che Anna Freud ben descrisse nel suo ‘L’io e i meccanismi di difesa’, con evidente riferimento alla cosiddetta identificazione con l’aggressore che il bimbo pone in essere dinanzi a qualsiasi soggetto invadente o preponderante.

Quanto alla sicurezza e all’efficienza, esse appartengono a un’economia della vita che rinnega il dispendio in nome dell’edificazione di una casa che, nelle attese, non dovrebbe mai vacillare, sebbene i suoi abitanti vi sopravvivano da terremotati se non quando arrangiandosi in uno stato di giornaliera emergenza. E tutto ciò a dispetto del pensare a un concreto futuro dei pargoli, che viene recepito come un fastidioso parlare al conducente, come un disturbo nei confronti del manovratore. In questo vascello alla deriva la figura paterna di perde nelle brume, o meglio svanisce definitivamente il suo archetipo più miserabile, quello degli istinti e delle pulsioni primarie. Fosse questo, ci sarebbe poco da piangerci su. E però la mistificazione risiede proprio nella sostanziale insussistenza di queste specie sub-umane, che ormai sono più estinte del grifone del Bengala…

Il segnale di crisi – e di cambiamento, va da sé – sta invece nel progressivo imporsi di un padre completamente altro rispetto al genitore alieno che fino agli anni Sessanta aveva dominato il desco italiano. Ma l’affermarsi del genitore moderno portava con sé altri pericoli, che Naouri evidenzierà assai bene: «Premuroso e maternamente dedito al figlio, il nuovo padre non si è limitato ad applaudire la fabbricazione, da parte della compagna, di un utero virtuale, ma si è preoccupato di verificarne la tenuta, se non addirittura di aggiungere un ulteriore strato. Il bambino, allontanato da qualsiasi esperienza del tempo, soddisfatto fino alla nausea, è diventato il tiranno che sappiamo. E quando la coppia – che ha logicamente creduto, in un contesto simile, di doversi costruire sulla base del tanto tossico modello dell’amore romantico – si disfa, il padre va a reclamare i propri diritti…»

E’ un orizzonte di rovine che tenderanno a tracimare sull’elemento di genere maschile, su colui che alcune madri, con infinita stoltezza e nessuna lungimiranza, sin dall’inizio avevano considerato quello superfluo in seno al sistema, con ciò architettando nella testa dei figli una graduatoria affettiva che si era primariamente basata sul dato di natura: della madre nutrice e lenitrice loro non potranno fare a meno, del padre forse sì, o comunque si vedrà… Il più delle volte, paventa Naouri, si finisce a carte in tribunale, in una lotta per l’affidamento di creature che hanno soprattutto condiviso l’insipienza di un progetto irrealizzabile, il cui difetto stava nel manico. L’indescrivibile caos che alberga nelle menti delle mamme stile “se non ora quando” (a occhio direi mai…), insomma delle paladine della “maternità responsabile”, le aveva indotte a confondere in piena malafede due sistemi per nulla sovrapponibili: della coppia e della famiglia. La madre di tutte le tempeste è infatti sempre la stessa, allorquando la consorte, stanca di una funzione che non sopporta né fisicamente né mentalmente, porrà il più falso emendamento ideologico, e al coniuge toccherà ascoltarlo senza poter urlare il proprio sgomento (in genere perché i figli stanno dormendo di là). La ben nota sentenza fraudolenta – “Prima viene la coppia, poi la famiglia!” – in realtà cela l’apertura di una fase dilaniante, in cui il coniuge cercherà di arroccarsi sulla sua resistenza di padre, a nulla valendo qualsiasi argomentazione di carattere logico, essendo in sé la frase mal costruita: semmai “prima è venuta la coppia, poi la famiglia!” Ma a nulla potrà l’evidenza di un elemento nuovo del nucleo, di quel padre che per anni aveva cercato di incarnare una presenza sensibile ma non matriarcalizzata, portando con sé la prima dote del suo genere, non proprio reietto, di maschio e di genitore: la trasmissione ai figli delle ferite del mondo e, con essa, il tentativo di rappresentare, per loro, un tempo reale e irripetibile, se possibile vissuto nella libertà.               

 

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