martedì, Ottobre 26

La fame nel mondo: motore e conseguenza di una crisi devastante Crisi alimentare: il problema dalle tante dimensioni. L’analisi dei tre esperti Levi Maxey, Scott Aughenbaugh e Johanna Mendelson Forman.

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Vari problemi assillano il mondo quotidianamente: garantire un alto livello di sicurezza, sventare attacchi terroristici, ottenere o mantenere un determinato livello di stabilità economica ed un ruolo di rilievo. Ma se si squarcia il velo e si passa oltre le questioni che preoccupano giornalmente, ne appare una che dovrebbe attirare ancor più attenzione e che si rivela potenzialmente devastante: l’incertezza che ruota intorno al cibo nel mondo.

Il 2017 appare come uno degli anni peggiori di sempre in termini di crisi alimentare. Tra tanti Paesi, tra i più preoccupanti Somalia, Sudan, Yemen e Nigeria che contano oltre 20 milioni di persone a rischio di insicurezza alimentare. Ma meno di 48 ore fa, i riflettori si sono accesi anche sull’Etiopia. Al termine della visita nel Paese dei capi delle agenzie del polo agroalimentare delle Nazioni Unite, José Graziano da Silva, Direttore Generale della FAO (Food and Agriculture Organization), Gilbert F. Houngbo, Presidente del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD) e David Beasley, Direttore Esecutivo del World Food Programme (WFP), hanno fatto un appello congiunto: aumentare gli investimenti nelle attività a lungo termine per rafforzare la resilienza della popolazioni alla siccità e alle conseguenze degli shock climatici.

Proprio le siccità susseguitesi hanno lasciato, solo in Etiopia, almeno 8.5 milioni di persone bisognose di aiuti alimentari. Ed è il terzo anno consecutivo che non piove nella Regione dei Somali. La morte di molti capi di bestiame ha causato un collasso nei mezzi di sostentamento rurali, contribuendo a peggiorare i livelli di fame e incrementando in modo allarmante i tassi di malnutrizione. Sebbene la risposta del Governo abbia iniziato a stabilizzare la situazione, sono necessarie ulteriori risorse per evitare che le condizioni peggiorino ulteriormente. «È fondamentale investire nella preparazione e nel fornire agli agricoltori e alle comunità rurali gli strumenti per salvaguardare loro stessi e i loro mezzi di sussistenza. Abbiamo visto che salvare i mezzi di sussistenza significa salvare vite; questa è la miglior difesa delle persone contro la siccità», ha affermato Graziano da Silva.

«Non necessariamente una siccità si deve trasformare in un’emergenza», ha detto Houngbo. «Conosciamo quello che serve per evitare che questo accada. Nella Regione dei Somali, dove sono stati effettuati investimenti in sistemi di irrigazione, punti per l’erogazione dell’acqua, istituzioni finanziarie rurali, servizi sanitari e veterinari e altri progetti di sviluppo a lungo termine, le comunità riescono a sostenere meglio loro stesse e il loro bestiame durante la devastante siccità. Dobbiamo lavorare su questo».

Gli appelli delle organizzazioni internazionali si moltiplicano. Servono fondi, e non solo, tecnologie, competenze, ma soprattutto la volontà politica dell’Occidente. Quasi un miliardo di persone non alimentate in modo adeguato, 108 milioni in stato di grave insicurezza alimentare nel 2016 (l’anno prima erano 80 milioni), malnutrizioni severe soprattutto nei bambini, quasi 25 milioni a rischio carestia e circa 300.000 persone in una situazione di dichiarata carestia.

L’intervento umanitario in tutte queste situazioni è fondamentale. «Siamo passati da 5,6 miliardi di aiuti necessari del 2006, a quest’anno in cui parliamo di 23 miliardi a livello globale anche perché la popolazione colpita si è quadruplicata rispetto al 2006 a causa dei tantissimi conflitti e dei cambiamenti climatici. Le risorse disponibili, però, di fatto coprono solo una parte dei fabbisogni, finanziati mediamente per il 30-40%», spiega Luca Russo, analista capo per le crisi alimentari della FAO.

L’impatto che il cibo ha sul globo è incontrovertibile e lo rende allo stesso tempo, provocazione e conseguenza di conflitti. Basta pensare alla Corea del Nord o alla Siria che monopolizzano il controllo del cibo strumentalizzandolo per il loro potere o ai gruppi militari che reclutano gli affamati con la promessa di dare loro un pasto. Il cibo è potere. Come sottolinea Levi Maxey, analista presso il ‘The Cipher Brief’, siamo di fronte ad un problema «multidimensionale che si prevede peggiorerà, al pari del cambiamento climatico, della crescita della popolazione e delle migrazioni dalle aree rurali alle città».

Il problema dell’insicurezza alimentare è certamente in relazione con i Paesi più colpiti dalle guerre. Come ha evidenziato qualche mese fa Stephen O’Brien, sottosegretario ONU per gli Affari Umanitari, «già all’inizio dell’anno, ci siamo trovati dinanzi alla crisi umanitaria più grande dalla creazione delle Nazioni Unite. Ad oggi, più di 20 milioni di persone in quattro Nazioni affrontano fame e carestia». Parliamo di Yemen, Nigeria, Sud Sudan e Somalia, tutte nel dramma di guerre tremende, senza tralasciare la migrazione di massa da Iraq e Siria. In Yemen 18.8 milioni di persone tra i 27.4 della popolazione totale sono in stato di emergenza e circa 7 milioni al limite della fame più nera. Nel nord-est della Nigeria, la scarsità di cibo è da sempre un problema, ma ad oggi causa rivolte devastanti e coinvolge 5.1 milioni di persone. Condizioni pessime anche in Somalia dove, dopo la siccità del 2011 in cui hanno perso la vita 250.000 persone, 5.5 milioni necessitano urgentemente di cibo. La fame è affrontata anche da 5.5 milioni di sud sudanesi, come affermano le Nazioni Unite.

Il focus dell’assistenza umanitaria si sta spostando sempre più dal fornire aiuto alle vittime di disastri naturali all’assistere quelle di conflitti devastanti. Le conseguenze sono evidenti: le persone scappano, i Governi di frantumano insieme alle città, ai mercati, alle infrastrutture.

Scott Aughenbaugh, ricercatore presso il Center for Technology and National Security Policy, sottolinea il legame stretto tra la fame e l’instabilità politica. Le guerre e la siccità in Somalia, Sud Sudan, Yemen e Nigeria hanno trascinato 20 milioni di persone sul ciglio del baratro. E terroristi e criminali approfittano della vulnerabilità e dell’emergenza causando ancor più violenza e caos. Queste emergenze non solo sono crisi umanitarie ma anche una minaccia per la sicurezza nazionale americana, scrive Aughenbaugh. Gli esperti militari e non solo hanno osservato la «correlazione tra l’insicurezza delle risorse, il fermento politico e la violenza estremista». L’uso di tecnologie innovative come soluzione per il problema alimentare potrebbe essere una strategia efficace anche per ridurre l’instabilità politica.

E con Donald Trump che si erge a paladino degli USA per risollevare le industrie agricole e commerciali americane, la proposta di tagli più consistenti ai programmi di assistenza alimentare, rende incerto il ruolo assistenziale futuro del Paese. A proposito della strategia in Afghanistan, lo scorso mese Trump ha affermato «non ricostruiremo la Nazione di nuovo. Stiamo uccidendo i terroristi». Ma come sottolinea Maxey, «ignorando i fattori che perpetuano il conflitto, si fa ben poco». Distruggere le cellule terroristiche richiede altro ed un’emergenza alimentare prolungata non farà che scatenare altra violenza, reazioni della popolazione resa sempre più vulnerabile.

Inoltre, in questi Paesi, le infrastrutture inesistenti (o quasi) e le minacce perpetrate rendono la sfida umanitaria alquanto difficile. In Sud Sudan almeno 79 operatori umanitari sono stati uccisi nel marasma della guerra civile iniziata 4 anni fa. In Nigeria, la mano armata dei militari, unitamente alle restrizioni sui civili hanno reso fruibile l’assistenza solo per 1.9 dei 5.1 milioni di bisognosi.

Se non si comincerà ad indirizzare l’attenzione su queste problematiche, l’emergenza causerà altri conflitti i quali, a loro volta produrranno altre crisi umanitarie. Questo secolo, come afferma Johanna Mendelson Forman, analista dello Stimson Center, sarà ricordato per due cose: come saremo capaci di affrontare il cambiamento climatico e l’aumento delle megalopoli come Dacca, Lagos, Nigeria e Città del Messico. La diminuzione di risorse ed il peggioramento delle condizioni ambientali, causeranno ancor più problemi legati al procacciamento del cibo, all’acqua pulita e ad un ambiente malsano. Se non ci preoccuperemo di come dar da mangiare a 9 bilioni di persone, ciò che ci aspetta saranno le nuove «guerre urbane del cibo». «Nei prossimi 20 anni, la popolazione urbana globale crescerà da 3.5 a 5 bilioni».

Ormai si migra sempre di più dalle zone rurali alle grandi aree urbane e questo rende relativamente nuovo il problema dell’insicurezza alimentare nelle megalopoli, un problema che viene solitamente associato alle conseguenze del cambiamento climatico nelle aree agricole. Certo è che ciò che rende così problematiche alcune zone, come l’Africa sub-Sahariana, sono la siccità, le guerre, la mancanza di infrastrutture che consentano agli agricoltori di vendere i loro prodotti sul mercato. Ma tutto è connesso; è proprio l’insieme di tutte queste cose che porta alle migrazioni nelle aree urbane e poi all’emergenza dei giorni nostri. «Nel 2030 le aree urbane triplicheranno di misura e ciò avrà un significativo impatto sull’agricoltura nelle fattorie che saranno costrette ad alimentare le megalopoli», afferma la Forman.

Con un dilagante aumento della popolazione, dei migranti climatici e delle aree di conflitto, alcuni studiosi prospettano la necessità di utilizzare la tecnologia dei droni (e non solo) per aiutare l’agricoltura a ripartire, a produrre, immagazzinare e fornire il cibo di cui la popolazione ha bisogno. Ma ciò di cui queste zone hanno bisogno è anche di un Governo forte, capace di supportare i propri cittadini, di garantire loro il cibo, capace di ottenere assistenza dalle ONG e dai Governi stranieri capaci di supportarli.

Specie nell’Africa sub-Sahariana e nel Sud-Est asiatico i conflitti continuano e le problematiche si ripetono e aumentano in un ciclo senza fine. Questo rende difficili anche che attori esterni decidano di investire in queste aree, come delinea la Soreman. Al peggio, insomma, non c’è mai fine.

Nel 2016, un grosso peggioramento della situazione e i dati ci mostrano che il 2017 andrà ancora peggio. Quali, quindi, le cause? «La più importante sono i molti conflitti che ci sono al mondo, poi i cambiamenti climatici, da El Nino fino a situazioni di siccità ricorrenti, la fragilità stessa di alcuni Stati, situazioni di sottosviluppo. Se non c’è pace è molto difficile risolvere i problemi di sicurezza alimentare» osserva Russo, analista della FAO. Occorrerà lavorare sulla stabilizzazione di questi Paesi, investire nel settore agricolo. «Al momento, ci sono nel mondo oltre 60 milioni di persone che hanno dovuto lasciare il loro luogo di residenza, sfollati nel loro stesso Paese o all’estero come rifugiati, una cifra seconda solo a quanto accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale».

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