mercoledì, dicembre 19

La East Africa Community arranca Integrazione economica piena di ostacoli, ma le divergenze tra Stati sono su tutta la linea, anche sulla politica estera. Si rischia il fallimento del progetto

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La Regione dei Grandi Laghi (East Africa)  è una tra le più strategiche aree del Continente, ricca di minerali, petrolio, gas naturale e con una popolazione giovane e laboriosa. Dopo un passato coloniale, fatto di schiavitù e genocidi (il Belgio nel Congo nei primi trent’anni di colonialismo sterminò 20 milioni di persone per consolidare il suo impero), un periodo post coloniale, tumultuoso caratterizzato da continui colpi di Stato, guerre tribali, guerre regionali e dittature e l’ultimo genocidio del Ventesimo secolo (Rwanda 1994), dal 2006 la Regione dei Grandi Laghi inizia a stabilizzarsi, e il processo di integrazione economica viene accelerato tramite il rafforzamento della East African Community (la Comunità Economica dell’Africa Orientale) grazie all’iniziativa di Kenya, Tanzania e Uganda. Nel 2011 entrano a far parte della comunità il Burundi e il Rwanda. Solo nel 2017 il Sud Sudan devastato dalla guerra civile.

La East African Community (EAC) è l’esperimento più avanzato di un progetto di integrazione regionale in Africa ed estremamente pericoloso per l’Occidente. Osservando il percorso dell’Unione Europea, e analizzando tutti gli errori commessi e i limiti di una unione impostata su interessi finanziari che non è stata in grado di assopire i nazionalismi e i contrasti tra nazioni, i Capi di Stato della Regione dei Grandi Laghi hanno deciso di creare la EAC percorrendo il cammino opposto dell’Europa. Partendo da un punto di partenza in comune: l’unione doganale, la EAC punta ora sull’unione politica, la formazione di un esercito comune, un piano armonizzato di industrializzazione, un Parlamento con reali poteri, una rotazione della Presidenza tra gli Stati Membri. La moneta unica, a differenza della devastante esperienza in Europa dell’Euro, è l’ultimo degli obiettivi.

La EAC intende nascere su basi di sviluppo sociale e industriale e non sullo sviluppo finanziario. La East African Community è il miglior antidoto alla perenne conflittualità tra Stati che ha caratterizzato la storia post coloniale della Regione. Nel processo di integrazione economica regionale si tenta di coinvolgere anche la Repubblica Democratica del Congo. La metà del Paese, l’est, per la sua posizione geografica e la composizione delle sue popolazioni, è di fatto parte della EAC avendo la quasi totalità degli scambi commerciali con Uganda, Rwanda, Kenya, Burundi e condividendo culture simili e compatibili.

L’esperimento della EAC è fonte di grosse preoccupazioni per l’Unione Europea e gli Stati Uniti. La regione è stracolma di oro, diamanti, petrolio, gas naturale, minerali. Nell’est del Congo vi è la maggior concentrazione di coltan al mondo. L’unione economica ideata dalla EAC si sta indirizzando verso politiche nazionalistiche per lo sfruttamento delle proprie materie prime. Il pioniere di questo nazionalismo economico è stato il Presidente ugandese Yoweri Kaguta Museveni. Già nel 1987, un anno dopo aver preso il potere, Museveni promise agli ugandesi che le risorse petrolifere sarebbero servite per lo sviluppo del Paese e non per arricchire i Wasungu (i bianchi). Una promessa mantenuta durante la fase di esplorazione delle risorse petrolifere (2004 – 2014) e l’attuale fase preparatoria per l’avvio dell’industria petrolifera, iniziata nel 2015. La politica autoctona delle risorse petrolifere riconfermata da Museveni è stato un duro colpo per le multinazionali occidentali.

Il dittatore Milton Obote, prima di essere rovesciato da Museveni, aveva già promesso alle compagnie multinazionali europee e americane la maggior parte del petrolio ugandese. Una volta giunto la potere, Museveni rifiutò di continuare i negoziati capestro con le multinazionali occidentali, inviando del personale tecnico per essere formato in tecnologia petrolifera presso le università in Algeri e Svezia. «Voglio negoziare in una posizione di forza invece di negoziare con delle multinazionali afferrate nella materia mentre noi abbiamo solo il monopolio dell’ignoranza», affermò, nell’ottobre del 1998, Museveni, chiarendo che la futura industria petrolifera non sarebbe stata venduta agli stranieri.

I giacimenti ugandesi ammontano a 6,5 miliardi di barili (3,5 milioni nella sola area del lago Alberto). Solo il 40% di questa manna di oro nero verrà destinata alla esportazione verso mercati extra continentali. L’Europa dovrà dividere questa percentuale con la Cina.  Il 60% della produzione verrà destinata ai mercati interno e regionale. Sulla produzione giornaliera prevista di 200.000 barili solo 80.000 saranno destinati ai mercati europei e asiatici. Altri 60.000 verranno raffinati in Uganda per il mercato interno e altri 60.000 saranno dirottati verso il mercato regionale. Per realizzare la politica nazionalistica, Museveni sta costruendo una mega raffineria ad Hoima dalla iniziale capacità giornaliera di 20.000 barili che raggiungerà in quattro anni i 60.000 barili. Visto che l’Uganda è un Paese chiuso lo sbocco sul mare è stato assicurato tramite un oleodotto che passerà dalla Tanzania.

Solo tre multinazionali hanno ricevuto al momento il permesso di operare nella futura industria petrolifera ugandese: la  britannica Tullow, la francese Total e la cinese CNOCC. Nel 2007 il Governo ugandese bloccò ENI non firmando all’ultimo minuto gli accordi per le attività di esplorazione. I motivi furono principalmente due. ENI aveva nascosto al Governo la compartecipazione del Colonnello Muammar Gheddafi (all’epoca nemico dell’Uganda) e si era dimostrata restia alla politica autoctona.  Da allora i rapporti tra Uganda e Italia si sono deteriorati con grave perdita per le aziende italiane che non accedono ai florido mercato ugandese.

La politica autoctona ha costretto le multinazionali straniere presenti in Uganda ad assoggettarsi alle strategie nazionali, che sono assai severe. Nel luglio 2014 la Corte d’Appello ugandese ha condannato la Tullow per frode fiscale, obbligandola a pagare 400 milioni di dollari. Lo scorso aprile il Governo ugandese ha bloccato il tentativo di Total di assicurarsi una posizione di quasi monopolio acquistando le quote che sta vendendo la Tullow. Intervento concordato con Pechino per difendere gli interessi nazionali e cinesi che vede le quote Tullow equamente divise tra Total e CNOCC.

La politica autoctona ugandese è divenuta un modello da seguire non solo per la East African Community ma anche per l’intero Continente. L’Uganda è tra le principali promotrici di una politica economica continentale tesa a interrompere l’economia coloniale dell’Occidente a favore di ben più proficue collaborazioni economiche con il Paesi del BRICS, tese a utilizzare le materie prime africane per l’industrializzazione e lo sviluppo continentale.  Ad Addis Abeba, Etiopia, nell’aprile 2015 l’Unione Africana ha deciso di rivendicare la sovranità delle risorse naturali e di usarle per lo sviluppo sociale ed industriale dei singoli Paesi membri. La posizione di tutti i Paesi africani è di avviare con urgenza una collaborazione regionale tesa a rafforzare il processo di nazionalizzazione delle risorse petrolifere e minerarie nei Paesi dove l’operazione è già in atto e stimolare iniziative simili nei Paesi che ancora non hanno affrontato l’argomento. Il leader di questa rivoluzione è il Presidente Museveni, appoggiato da Paul Kagame, dal Primo Ministro etiope Ato Hliemariam Dessalegne e dal Segretario Esecutivo della Commissione Economica Africana Carlos Lopes.

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