giovedì, Settembre 23

La donna che viveva di mille storie

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Barbara Schiavulli è una giornalista dalla sconfinata passione e dalla volontà d’acciaio.
Una curiosità innata la spinge negli angoli più remoti del Medioriente per raccontare quella realtà che pochi altri hanno la volontà di vedere con i propri occhi.
Da 20 anni la sua carriera vive di incontri, di storie e di viaggi, in onore della Festa della Donna ha acconsentito di raccontarci un po’ della sua vita e del suo lavoro.

 

Barbara Schiavulli ha fatto una scelta molto precisa nella sua vita, quella di lavorare come reporter di guerra. Saprebbe dirci perché ha intrapreso questa strada?
Non penso di poter dare una risposta universalmente riconosciuta, ma penso di aver avuto delle influenze notevoli dalla mia famiglia.
I miei genitori sono sempre stati molto attivi dal punto di vista sociale, hanno sempre combattuto tutte le forme di lotta che riguardavano i diritti, mi hanno un po’ aperto una strada.
Ho deciso da piccola, forse alle scuole elementari, di fare l’inviata di guerra e alla fine mi sono impegnata per farcela.
A fare questo mestiere ti ci devi trovare, non è una cosa che ti nasce dentro a tavolino o che puoi decidere. Penso di essere una persona portata per farlo, ascoltare le storie non è sempre bello e meraviglioso, alcune ti segnano e devi avere la forza di raccontarle ma soprattutto di ascoltarle ugualmente.
Uno dei miei lavori riguarda l’aspetto psicologico dei soldati al fronte, per me un lato interessantissimo, tanto che ne ho scritto un libro.
In Italia si parla di questi ragazzi e ragazze solo quando muoiono oppure quando partono per una missione, meritano che qualcuno indaghi la loro vita prima e dopo essere risaliti alle cronache. Ecco cosa ho voluto fare nella vita, raccontare storie di persone dietro la politica e dietro le vicende giornalistiche.

 

Lei avrà sicuramente sentito molte storie e visitato molti Paesi, quali sono i momenti che più l’hanno segnata in questi vent’anni di carriera?
Penso che sia difficile immaginare una sola storia che mi ha colpito più di tutte, ne ho sentite e raccontato a migliaia e molte mi hanno indubbiamente segnato.
Penso all’uomo che in lacrime mi ha parlato delle violenze subito ad Abu Graim, alla donna afghana cui il marito ha tagliato il naso, ma soprattutto penso alle storie di uomini e donne comuni.
Non sono le voci dei Generali e dei Capi di Stato che fanno la mia carriera, quelle sono voci che mi servono a riempire i pezzi, sono comunicati stampa.
Quello che davvero è importante sono le storie comuni, le storie di gente normale che si apre e che mi concede l’onore di conoscere le loro vite.
E’ un grande privilegio poter ascoltare e vivere le vicissitudini di intere popolazioni per riportarle ad altri, non solo ma è anche una grande responsabilità.

 

E il Paese che più ti ha lasciato senza fiato?
Sicuramente il Paese che più amo in assoluto è l’Afghanistan. Ho iniziato a lavorare su questo Paese appena dopo l’11 Settembre, dunque è almeno 15 anni che seguo la sua evoluzione e le sue storie.
Quando è morto Osama Bin Laden poche ore dopo ero presente sulla scena, pensavo si fosse chiuso un capitolo, invece se ne è aperto un altro una nuova pagina di Afghanistan che aspettava di venire scritta.
Di questo Paese mi ha colpita soprattutto l’ospitalità, la voglia di raccontarsi nonostante le mille difficoltà, sono rimasta sorpresa, mi è rimasto nel cuore.
Il posto che mi ha fatto più paura in assoluto è sicuramente l’Iraq, in quel momento ho davvero compreso cosa significhi paura. I giornalisti erano il bersaglio delle milizie, e io ero una giornalista. Insomma, sentivo il fiato sul collo.

 

Pensi che il lavoro di inviata di guerra sia svolto in modo migliore se si è una donna?
Penso che l’inviato di guerra in realtà sia un lavoro che dipende molto da se stessi prima che dal genere a cui si appartiene.
Ci sono donne più fredde e distaccate e uomini più sensibili, tutto dipende da come si lavora e da cosa si vuole raccontare, ma non penso ci siano differenze nel modo di presentare una vicenda.
Piuttosto, in paesi come l’Afghanistan, dove la differenza di genere è un caposaldo della società una donna occidentale ha più possibilità di parlare con altre donne e di intervistarle mentre agli uomini questi colloqui sarebbero preclusi. Più che davanti ad un modo migliore o diverso di svolgere il nostro lavoro siamo davanti ad un semplice dato di fatto.

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