lunedì, Maggio 17

La diversità perduta della sinistra field_506ffb1d3dbe2

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La questione morale

«I partiti non fanno più politica, sono soprattutto macchine di potere e di clientela. Idee, ideali, programmi pochi o vaghi. Sentimenti e passione civile zero. Gestiscono interessi senza alcun rapporto con il bene comune. Non sono più organizzatori del popolo, sono più federazioni di correnti e camarille ciascuna con un boss e dei sotto boss. I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai tv, alcuni grandi giornali. Il risultato è drammatico, tutte le operazioni che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste in funzione dell’interesse del partito, della corrente o del clan a cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela. Un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata solo se i beneficiari fanno atto di fedeltà a quel partito che procura quei vantaggi. Anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti. Molti italiani secondo me si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni, ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti) o sperano di ottenerli. La questione morale non si esaurisce nel fatto che essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori bisogna prenderli, denunciarli, metterli in galera. La questione morale nell’Italia di oggi fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti con le loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica di governo di costoro che vanno semplicemente abbandonati e superati».

In queste parole uno stralcio dell’intervista che Enrico Berlinguer rilasciò a Eugenio Scalfari quando era direttore de ‘la Repubblica’. Era il 28 luglio del 1981, un’altra era geologica politicamente parlando, eppure nonostante i trenta e passa anni trascorsi, sembra storia di questi giorni. Nonostante lo scandalo Tangentopoli tra oggi e allora.

Chissà se i componenti della Direzione regionale Pd dell’Emilia Romagna hanno pensato a quell’intervista quando qualche giorno fa hanno votato all’unanimità il ‘generoso’ documento elaborato dalla Segreteria a proposito dello scandalo ‘rimborsopoli’ che ha investito anche l’Assemblea regionale emiliano romagnola? Onorevoli democratici compresi, onorevoli democratici soprattutto.

«Anche se l’indagine sui rimborsi dei gruppi consiliari accerterà la piena correttezza formale, di fronte a spese non consone a uno stile di rigore e sobrietà che deve contraddistinguere i nostri eletti, il partito applicherà le disposizioni previste dal codice etico». Accerterà, applicherà … forse … chissà quando! In pratica nessun provvedimento concreto nei confronti dei “compagni” che avrebbero utilizzato i soldi destinati all’attività politica del gruppo consiliare di appartenenza per cene e viaggi. Per ora parole, soltanto parole, poi si vedrà. Una robusta misura di autotutela per blindare il governo regionale di Vasco Errani e quindi se stessi.

L’Emilia Romagna, la ‘rossa’ (si può ancora dire?) Emilia, è un’altra delle regioni italiane dove anche i compagni (si può ancora dire?) non si sono messi troppi scrupoli nell’utilizzo dei fondi regionali destinati ai gruppi consiliari. Era già accaduto alla Regione Lazio, in Lombardia, in Campania, in Calabria, in Sicilia, in Sardegna, in Abruzzo, in Basilicata. Non solo Lazio quindi, non solo “Batman Fiorito” e non solo costosissimi Suv e vacanzone nei resort della Costa Smeralda. Ma anche nutella e cartucce da caccia, motoseghe, convegni sulla sanità organizzati la sera del 31 dicembre, oggetti preziosi per amanti e fidanzate, spese domestiche, parquet per la propria casa. Ormai anche i rappresentanti di quello che sembrava un partito integerrimo (e nel quale il Greganti di turno sembrava l’eccezione) fanno uso dei soldi pubblici senza alcuno scrupolo o ritegno. E non ci provano ormai quasi più, come facevano in passato, i maggiorenti del partito a spiegare con faciloneria questo disinvolto uso dei soldi pubblici. Rosy Bindi liquidò così la vicenda del deputato Pd Alberto Tedesco (coinvolto nello scandalo della sanità pugliese): «Tedesco è del Pd ma proviene dal Partito socialista». Stessa sbrigativa spiegazione nel caso dell’ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi quando usò milioni di euro di soldi pubblici per interessi personali, un altro esponente di primo piano dei democratici (ex Ds) si apprestò a dire: «Lusi è del Pd ma è un democristiano».

Sembra ormai estinta quella diversità morale che faceva parte, a tutti i livelli, del DNA del politico di sinistra. Quali possono essere le cause di questo cambio di atteggiamento nel rapporto tra questi esponenti politici e la gestione dei soldi pubblici? Cosa può averli portati a perdere quella diversità morale che, escluso eccezioni, li ha sempre contraddistinti dai rappresentanti degli altri partiti?

Forse è proprio il DNA politico che nel frattempo si è “geneticamente modificato”. E a questa metamorfosi hanno sicuramente contribuito le tante trasformazioni che dal vecchio Pci hanno portato al Partito democratico. Durante il Pci e il Pds raramente un compagno ha dovuto fare i conti con la giustizia a causa di una cattiva gestione della cosa pubblica. Nel periodo Ds e Pd oltre agli onorevoli democratici coinvolti negli scandali per i fondi ai gruppi regionali e per i rimborsi elettorali ai partiti, sono parecchi gli esponenti di primo piano pizzicati dalla magistratura a causa di una cattiva condotta nell’incarico istituzionale: Ottaviano Del Turco ex presidente della regione Abruzzo, Filippo Penati ex presidente della Provincia di Milano, Renato Soru e Giacomo Spissu rispettivamente ex presidenti di Giunta e Consiglio regionale della Sardegna, Claudio Burlando presidente della Regione Liguria ed ex ministro, Antonio Bassolino ex presidente della Regione Campania ed ex ministro, Leonardo Dominici ex sindaco di Firenze, Flavio Delbono ex sindaco di Bologna. È vero che nei “contenitori” più recenti (Democratici di sinistra e Partito democratico) hanno trovato posto esponenti politici con abitudini più “disinvolte” nella gestione della cosa pubblica (ex socialisti, ex socialdemocratici, ex democristiani, ex repubblicani). Ma anche compagni “tutto ad un pezzo” come Burlando, Bassolino, Del Bono e Penati si sono in questi ultimi anni distinti in condotte non proprio integerrime. E le vicende che hanno coinvolto questo o quel compagno hanno tolto credibilità al personale politico del Pd. Hanno fatto maturare la convinzione che i suoi esponenti ormai “sono come tutti gli altri”. Non sono più né quelli più capaci, né quelli più onesti.

La sbrigativa spiegazione del caso Tedesco propinata da Rosy Bindi quindi non basta. Forse aveva ragione Achille Occhetto quando in piena Tangentopoli affermò candidamente che “se molti esponenti comunisti si fossero ritrovati a ricoprire gli stessi ruoli di responsabilità di molti democristiani e socialisti, probabilmente il Pci sarebbe stato maggiormente coinvolto in quello scandalo”. Come dire: l’occasione fa l’uomo ladro.

Adesso tocca a Matteo Renzi, da domenica nuovo segretario nazionale del Pd, riprendere in mano il tema sulla questione morale affrontato da Berlinguer. E cercare di risolverlo soprattutto mettendo in pratica le indicazioni del vecchio segretario. Iniziando a rendere meno ingombrante la presenza del suo partito in molte istituzioni (la Rai, le banche, gli ospedali) ma anche bonificando il partito da personaggi di dubbia fama. Torni Renzi, anche attraverso una legge elettorale maggioritaria con collegi uninominali (Mattarellum), a selezionare il personale politico non solo in funzione dei voti e delle tessere in dotazione ma anche in base alle capacità dimostrate amministrando un Comune o svolgendo il proprio ruolo nella cosiddetta società civile. Come capitava un tempo, quando era la politica a indirizzare i suoi voti verso i meritevoli, invece (come fa ora) di chiedere i voti ai “capibastone” locali senza arte ne parte. Questa sì sarebbe una grande riforma, sicuramente la prima e la più importante da promuovere, che contribuirebbe forse a recuperare almeno in parte la diversità perduta.

 

 

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