venerdì, Luglio 23

La 'disruptive innovation' di cui non siamo capaci .1

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Parliamo di ‘disruptive innovation’. ‘Disruptive’ significa, sostanzialmente, dirompente. Ma anche di disturbo, perturbatore (o perturbatrice, dipende dal termine cui è associato). E quindi, nello specifico, ‘disruptive innovation’ sta per ‘innovazione dirompente e perturbatrice’. Il concetto venne introdotto dal Professor Clayton Christensen (assieme a Joseph Bower) giusto venti anni fa, nel 1995, con il suo articolo ‘Disruptive Technologies: Catching the Wave‘, apparso sulla prestigiosa Harvard Business Review. Così sistematizzata ‘disruptive innovation’ sta a significare  la riflessione sul perché le aziende, anche di successo, investano sì massicciamente in tecnologie che soddisfano i propri clienti ‘attuali’, ma contemporaneamente non siano in grado di guardare ai nuovi mercati che i futuri clienti esploreranno.

Andrea Paraboschi, nel suo Blog Disruptive innovations! parte dall’assurto che se il concetto di innovazione è piuttosto diffuso, quello di disruptive innovation risulta abbastanza oscuro e relativamente recente. I due ‘padri’ del concetto sottolineano ripetutamente “che i mutamenti tecnologici disruptive, capaci di danneggiare in modo considerevole le aziende consolidate, non sono solitamente particolarmente innovativi o complessi da un punto di vista tecnologico”. Possiedono infatti due importanti caratteristiche. 1. Presentano una serie di attributi che inizialmente non sono valutati dai clienti esistenti. 2. Evolvono in modo talmente rapido da invadere i mercati consolidati. Le aziende che operano in mercati maturi preferiscono focalizzarsi su sustaining innovations, innovazioni incrementali. Nell’ottica di un investimento da pianificare, il rischio di puntare ripetutamente su un miglioramento graduale del prodotto di successo è decisamente minore rispetto a quello di progettare un prodotto o un servizio ex-novo. Per questo motivo si procede aggiornando i prodotti ed introducendo funzionalità aggiuntive, o migliorandone alcuni attributi per cui il cliente possa percepire una variazione di valore. Per fare degli esempi. L’aumento della velocità del processore o della risoluzione dello schermo per un personal computer, l’introduzione di nuovi allestimenti per un modello di automobile, l’aumento della risoluzione del sensore di una fotocamera… Tutti step importanti, ma che non mutano la natura stessa del prodotto in questione.

In modo diametralmente opposto, le disruptive innovations introducono un insieme di funzionalità completamente nuove e spesso lontane da quelle richieste e valutate dal mercato. Innovazioni di questo tipo portano ad una ridefinizione del prodotto (o servizio, o modello di business) proposto al cliente nella direzione di una maggior semplificazione e democratizzazione dell’innovazione (aumento dell’accessibilità e riduzione del costo). L’esempio classico proposto da Christensen è quello dell’evoluzione dell’industria informatica. Negli anni ‘60 le aziende produttrici di hardware erano focalizzate sulla realizzazione di mainframe computer, macchine che occupavano interi piani di edifici e costavano milioni di dollari, accessibili solo dai più importanti centri di ricerca. Con il tempo il concetto di computer si è evoluto verso una miniaturizzazione dei dispositivi, l’aumento della potenza di calcolo e l’abbassamento dei costi. Consentendo in questo modo la diffusione di massa della tecnologia, fino all’avvento degli smartphone che hanno condotto alla convergenza dell’industria informatica con quella delle telecomunicazioni, portando le funzionalità del computer nelle tasche di ciascuno di noi.

«Per la loro portata disruptive, perturbatrice, innovazioni di questo tipo ridefiniscono radicalmente l’’ecosistema’ imprenditoriale ed il ruolo stesso delle imprese nell’ecosistema produttivo, il concetto di valore per il cliente, i modelli di business delle aziende stesse. Si pensi all’effetto di servizi di messaggistica come WhatsApp o Facebook Messenger nel mondo delle telecomunicazioni o all’impatto del modello di business ‘No frills’ di Ryanair nell’industria del trasporto aereo. Non stiamo parlando di innovazioni più evolute dal punto di vista tecnologico, ma di veri e propri cambi di paradigma capaci di aprire nuovi mercati ed impattare in modo significativo sulla società», dice ancora Paraboschi.

Abbiamo esaminato nel dettaglio il concetto di ‘disruptive innovation’, proprio per prenderlo come inedito parametro di riflessione sulla politica, il sociale, il macrosistema economico. Con particolare riguardo all’Italia, iniziando in questo modo un ‘viaggio’ di lunga portata. In tutti i sensi.

Tra le applicazioni del concetto merita intanto di essere segnalata quella di Riccardo Ruggeri, già dirigente Fiat di alto livello ed editore con Grantorino Libri. Che nella sua rubrica Il cameo sul quotidiano economico Italia Oggi del 15 Luglio 2015 utilizza la disruptive innovation per l’analisi del comportamento di Jorge Mario Bergoglio, titolando ‘So che a molti scoccia ma scegliendo Bergoglio, lo Spirito Santo (aiutato, certo, da Benedetto XVI) ha scelto meglio della curia’. Spicca per originalità e consequenzialità di considerazioni, e da qui ripartiremo. Per provare ad andare oltre.

  1. Continua

 

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