sabato, Aprile 17

La disperazione tibetana nelle fiamme dei monaci che si immolano Il Tibet è oggetto di un pugno di ferro repressivo da parte delle autorità cinesi. Anche i monaci buddhisti vengono visti come parte di 'organizzazioni separatiste'. Ne parliamo con Tsering Namgyal, Vice Presidente della Comunità Tibetana in Italia

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Che il Tibet sia in ostaggio della Cina è cosa ormai nota ai più. Ma cosa realmente stia accadendo sul tetto del Mondo è difficile a raccontarsi brevemente, perché non si tratta solo di modifiche impattanti all’Ambiente o all’ecosistema a fini di sfruttamento ma anche di elementi indotti a forza nella cultura, nella società e nella Storia del Tibet, fino a snaturarne la sua più intima essenza ed identità.

Dechen Dolkar, che è stata Presidente dell’Associazione Donne Tibetane, riferisce dell’imminente arrivo in Italia di un gruppo di donne tibetane provenienti dall’India: “Come è noto, il Tibet ha recentemente rivisto le proprie richieste restringendole e invocando non più l’indipendenza ma l’autonomia dalla Cina, per bocca dello stesso Dalai Lama che molto si spende per la causa tibetana. Ebbene, la Cina ha risposto negativamente anche a questa richiesta di parte tibetana, afferma sconsolata intervistata per Lindro.

Si consideri quanto riportato ieri dalle maggiori agenzie stampa internazionali come una cartina al tornasole per toccare con mano quanto stia accadendo in quella zona del Pianeta proprio in questi ultimi giorni. Uno dei più autorevoli membri anziani del Partito Comunista Cinese (CPC) ha invocato una rinnovata lotta contro «elementi specifici ed attivisti separatisti» per l’unità etnica e l’armonia religiosa durante la sua visita in territorio tibetano, nella scorsa settimana, in un territorio quindi, che i tibetani considerano ‘occupato’ dai cinesi e certo non di loro pertinenza. Wang Yang, un membro del Politburo Commissione Permanente e Presidente della Conferenza di Consultazione Politica del Popolo Cinese la scorsa domenica ha dichiaratamente chiesto «maggiori sforzi per combattere gli elementi separatisti» all’interno del Tibet. La Agenzia Stampa cinese Xinhua, da ritenersi a tutti gli effetti un organo di informazione governativo, ha riportato che Wang ha chiesto pressantemente alle Autorità ed agli esponenti ufficiali di implementare con attenzione la politica del Partito Comunista Cinese riguardo il governo delle aree tibetane e che debbono prendere piena coscienza della rilevanza del loro operato in quelle zone territoriali. Wang, di fatto il quarto leader in ordine di importanza della Cina, ha anche chiesto un più stretto controllo delle Istituzioni buddhiste e la sua comunità monastica, chiedendo inoltre di «intraprendere tutte le azioni e le precauzioni per la messa in sicurezza in tempi di pericolo» durante la sua visita a Lhasa. Gli attivisti tibetani ma soprattutto gli esuli in terra straniera, affermano che la cosiddetta lotta contro i separatisti, soprattutto nelle aree tibetane, ha visto condurre in arresto e in stato di carcerazione centinaia di tibetani proprio con l‘accusa di «incitazione al separatismo». Più recentemente, un attivista che opera per i diritti del mantenimento della propria Lingua Tashi Wangchuk, il cui appello contro la condanna comminatagli a cinque anni di carcere è stata respinta, è stato messo sotto stato di accusa proprio con lo stesso capo di imputazione. In realtà, Wangchuk unitamente a molti altri tibetani soffre rinchiuso in carcere con sentenze pronunciate da Corti cinesi nel Tibet occupato e sempre all’ombra di quella che viene definita ‘lotta ai separatisti’. Il Governo cinese ha ripetutamente accusato il leader spirituale tibetano Sua Sanità il Dalai Lama bollandolo come ‘separatista’ anch’egli ed ha definito anche il Governo tibetano in esilio così come la stessa Amministrazione Tibetana Centrale come ‘organizzazioni separatiste’ nonostante il proposito dell’approccio della via di mezzo che è volta all’autonomia dalla Cina così come per la stessa Costituzione.

Tsering Namgyal, Vice Presidente della Comunità Tibetana in Italia (il Presidente è Chodup Tsering, attualmente è in India) sottolinea gli aspetti relativi allo snaturamento della cultura e dell’Economia del suo Paese. “Le grandi opere avviate dalla Cina rappresentano un vero pericolo per la intera fragile regione himalayana, una montante minaccia alla sicurezza dell’Ambiente tibetano che si inserisce nel più ampio quadro della attuazione della Nuova Via della Seta intrapresa dalla Cina. Il ciclo idrogeologico himalayano, ad esempio, che coinvolge anche una più vasta area che va dal Myanmar all’Hindu Kush, oggi esplica effetti sempre più vistosi sui cambiamenti climatici ed è sempre più difficile riuscire a prevedere cosa possa accadere nel medio e lungo periodo con l’introduzione di tutte queste variabili all’ecosistema locale, senza considerare la potenza esplicata dalle stagioni monsoniche che -non a caso- tutti stiamo verificando essere sempre più potenti e devastanti in tutta l’area che va dall’Asia Centrale fino al Sud Est Asia“. Per la costruzione di grandi dighe a fini di ottenimento di energia ma persino di acqua per una delle più grandi industrie dell’imbottigliamento d’acqua al Mondo -ovvero la Cina stessa- interi paesi vengono demoliti, vengono deviati corsi d’acqua, spostate intere popolazioni. Per la creazione di parchi religiosi dove i turisti asiatici, soprattutto cinesi, possono andare in Tibet in visita quasi si trattasse di un immenso museo a cielo aperto, sono in atto trasformazioni territoriali molto impattanti.

Anche in ambito strettamente religioso la repressione cinese è durissima, costante ed asfissiante. Il Buddhismo, infatti, non caratterizza il solo ambito mistico-religioso nazionale ma è consustanziato con la Cultura stessa dei luoghi e del popolo tibetano. Poiché la visione delle Autorità cinesi è quella di minare alla base tutto ciò che è connesso con una identità separata dall’egemonia cinese, tagliando la testa al toro, anche il Buddhismo tibetano per i cinesi è parte strettamente connessa alle ‘organizzazioni separatiste’ tecnicamente intese. Ogni anno, a Marzo, il Tibet ricorda la rivolta del 1959, sedata nel sangue e causa di morte per 65.000 persone. In quello scorcio di tempo drammatico, il Dalai Lama fu costretto all’esilio. Tutto ciò si rinnova non solo nella Repubblica Autonoma del Tibet (RAT) ma anche lì dove la comunità tibetana s’è diffusa ed insediata dopo la fuga dalla repressione cinese. La ONG Freedom House ha recentemente posizionato il Tibet al secondo posto tra gli Stati con meno libertà in assoluto al Mondo, dopo la Siria. Con la Presidenza di Xi Jiping, la stretta cinese sui movimenti religiosi tibetani, in specie il Buddhismo, è diventata ancora più forte. Viene citata -a mò di esempio- l’introduzione nel 2012 della pena di morte per chiunque dia assistenza a quei monaci che si danno fuoco per protestare contro il Governo di Pechino. Pure il Dipartimento di Stato USA, nel suo Report annuale sui Diritti Umani, riconosce che la Cina attua un ferreo pugno duro in Tibet: «La repressione nel Paese della libertà di parola, di religione, di movimento, di associazione e di riunione dei tibetani nella Regione Autonoma del Tibet (RAT) e in altre zone tibetane è più grave che in altre aree».

La civiltà tibetana non era certo il Paradiso in terra, soprattutto dal punto di vista materiale” -afferma Tsering Namgyal intervistato da Lindro- “ma riscuoteva grande rispetto per la sua profonda ricerca filosofica. Tutto, però, è profondamente cambiato a causa della invasione cinese degli Anni ’50, in specie durante la cosiddetta Rivoluzione Culturale: si è sistematicamente tentato di annullare quel mondo tibetano arcaico portandolo fin quasi verso la soglia della sua estinzione totale. Negli ultimi trent’anni molte cose sono cambiate anche in Cina in ambito politico ed i tibetani stanno strenuamente tentando di mantenere in vita un barlume della loro cultura ed essenza di popolo, di fede. Le autoimmolazioni col fuoco che almeno da quattro anni costellano i cieli disperati del Tibet, dimostrano quali siano le effettive condizioni nelle quali sono costretti oggi a vivere i tibetani nel loro stesso Paese. Centoquarantadue persone appartenenti ad ogni settore della civiltà tibetana, monaci e laici, adolescenti e anziani, donne e uomini, che scelgono di protestare attraverso il più atroce dei sacrifici, spiegano al Mondo cosa è oggi il Tibet più di qualsiasi discorso, approfondimento o analisi sociale».

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