lunedì, Maggio 17

La disoccupazione delle 'primavere' field_506ffb1d3dbe2

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Amman
– Tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, le rivoluzioni dellaprimavera araba‘, partite dal primo focolaio in Tunisia, con un effetto domino, si sono propagate in vari Paesi come la Libia, lo Yemen, l’Egitto e infine la Siria. Le parole d’ordine sbocciate nella maggior parte di queste manifestazioni erano ‘giustizia’, ‘migliori condizioni di vita’ e ‘uguaglianza’, scandite al ritmo del famoso slogan ‘il popolo vuole la caduta del regime‘.

Queste rivolte hanno sortito l’effetto di ampliare la portata delle rivendicazioni in tutto il mondo arabo e i manifestanti, sia che avessero un lavoro o che fossero disoccupati, hanno iniziato a parlare dei loro bisogni e dei loro diritti: la ‘primavera araba’ è riuscita a creare un’ampia zona di fiducia e di coscienza diffusa tra tutti gli arabi.

Anche il Regno di Giordania è stato interessato sia dall’ondata di manifestazioni, sia dai raduni pacifisti organizzati sotto la bandiera delle richiestemigliori condizioni di vita‘ o della ‘fine della corruzione‘ nelle istituzioni governative; le città e le campagne della Giordania, inoltre, hanno accolto ondate di rifugiati siriani.
Nel contempo, tra la popolazione, i livelli di disoccupazione sono aumentati, con l’incremento dei lavoratori stranieri e, secondo il Ministero del Lavoro giordano, le statistiche confermano che la forza lavoro importata ha raggiunto entro la fine del 2011 le 280.263 unità dotate dipermesso di lavoro‘, mentre il numero complessivo di stranieri con o senza permesso di lavoro è arrivato a 400.000. Dall’altra parte, il numero di giordani disoccupati in età da lavoro sono diventati 1.400.805, dunque ci si chiede se la vera causa di queste cifre sia stato lo sfruttamento dei lavoratori stranieri o la mancanza di competenze dei lavoratori locali.

Negli anni Settanta dello scorso secolo, la gran parte della forza lavoro qualificata della Giordania si è principalmente diretta verso i Paesi del Golfo arabo, alla ricerca di migliori opportunità, giacché i Paesi del Golfo in quanto ‘esportatori di petrolio’ erano in grado di offrire salari elevati e migliori condizioni di vita; così, in Giordania, la densità della popolazione è diminuita e i posti di lavoro sono diventati vacanti, di conseguenza il mercato del lavoro ha aperto le porte a una forza lavoro d’importazione.
A complicare la situazione, bisogna aggiungere che un monitoraggio delle cifre dei lavoratori immigrati è difficile fintanto che il Ministero della Sanità, il Ministero del Lavoro, gli uffici di collocamento e le organizzazioni a livello di comunità sono incaricati di fornire dati sulla forza lavoro straniera, il che rende difficile fare valutazioni precise. Per esempio: il Ministero della Sanità ha parlato di un milione e mezzo di lavoratori immigrati illegalmente, mentre il Ministero del Lavoro ne conta 800.000, la maggior parte dei quali sarebbe proveniente dall’Egitto.

Secondo il ‘Labor-Watch’, il mercato del lavoro in Giordania sta attraversando una situazione caotica, con 267.000 lavoratori in regola e migliaia di non iscritti alle liste del Governo giordano. Per quanto riguarda i lavoratori siriani che hanno lasciato il loro Paese per cercare in Giordania un ambiente più sicuro, hanno iniziato a occuparsi in settori non organizzati come l’edilizia, l’agricoltura e i ristoranti, con cifre che variano tra 40.000 e le 50.000, mentre i lavoratori più interessati dal fenomeno sono stati gli egiziani che costituiscono il 70% della forza lavoro proveniente dall’estero.

La presenza massiccia di lavoratori stranieri non in regola  -oltre al fatto che sempre più siriani sono pronti a cogliere qualsiasi opportunità di lavoro-   ha generato un’ulteriore serie di violazioni dei diritti. I lavoratori giordani, intanto, sono costretti ad affrontare una competizione decisamente impari nel mercato del lavoro, a fronte di salari sempre più bassi. Tutto ciò ha generato tensioni tra giordani e stranieri che accettano di lavorare in condizioni inique

Shereen Mazen, un ricercatore su questioni del mondo del lavoro, ha provato a combinare le cause della disoccupazione tra i lavoratori giordani con diversi fattori socio-economici; Mazen sostiene che «le cause per cui i giordani rifiutano o lasciano il lavoro possono essere attribuite a diversi aspetti: le violazioni dei diritti dei lavoratori, che iniziano con la riduzione dei salari, l’allungamento della giornata lavorativa, il tutto senza la contropartita di una previdenza sociale o di un’assicurazione contro le malattie». Shereen aggiunge che gli imprenditori o i manager, di fronte alla riluttanza dei giordani ad accettare giornate lunghe e salari ridotti, considerano i lavoratori stranieri come persone costrette a sopportare tutte le condizioni di lavoro, quindi accolgono ben volentieri la forza lavoro esterna.

Nel 2011, in Giordania si sono registrate 829 proteste da parte dei lavoratori, mentre nel 2012 se ne sono contate 901, e 890 nel 2013. La maggior parte delle rivendicazioni portate avanti dai lavoratori lo scorso anno riguardava l’incremento dei salari e dei pagamenti, accanto ad altre richieste come la riduzione dell’orario di lavoro o la possibilità di migliorare le qualifiche professionali. Nell’ultimo trimestre dell’anno 2013 la percentuale di disoccupazione in Giordania era dell’11% mentre nel primo trimestre del 2014 la percentuale è stata dell’11.8%.

Secondo il Ministero giordano della Pianificazione esistono attualmente due zone franche (libere da imposte) in Giordania: Aqaba, nella parte meridionale del Paese, e Zarqa. Unico porto marittimo della Giordania, Aqaba, dove è presente una zona franca dal 2001, in grado di attrarre molti investimenti e progetti, caratterizzata da uno sviluppo multi-settoriale a bassa pressione fiscale, offre opportunità di investire nel turismo, nell’industria pesante e leggera, nei servizi di logistica commerciale, magazzini e imprese di trasporti, educazione, sanità e ambiente; tuttavia Aqaba è dominata da una massiccia presenza di lavoratori stranieri, e secondo l’Aqaba Special Economic Zone Authority (ASEZA), i lavoratori immigrati sono ormai più di 10.000 e provengono da 62 Paesi diversi, con oltre 6.000 lavoratori dal solo Egitto. Persone di varie nazionalità sono impiegate in vari campi e attività: fornai, tecnici, barbieri, cuochi, distributori di giornali e perfino Imam nelle moschee.

La zona franca meridionale potrebbe essere considerata un compendio esemplificativo degli ostacoli cui devono far fronte i lavoratori giordani, dai salari o dagli stipendi bassi alle lunghe giornate lavorative, dalle condizioni di lavoro inadeguate alla concorrenza della forza lavoro importata dall’estero, da imprenditori poco fiduciosi nelle risorse nazionali al crescente caos che caratterizza il locale mercato del lavoro.

(Traduzione Marco Barberi)

 

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