sabato, Ottobre 23

La diplomazia atomica di Obama

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Il punto è che Truman stava già cercando di concludere la Seconda Guerra Mondiale in modo tale da far sapere al mondo, e in particolare a Stalin, che i rapporti di forza pendevano drasticamente dalla parte degli Stati Uniti. Non è infatti un caso che, dopo aver ricevuto un rapporto in cui si indicava la potenza della bomba testata nel deserto del New Mexico mentre si trovava a Potsdam, Truman cambiò radicalmente il proprio atteggiamento. Da quel momento in poi, come osservò Winston Churchill, cominciò a tenere un atteggiamento superbo nei confronti di Stalin, ostentando una sicurezza che gli derivava della messa a punto delle nuove armi partorite dal Progetto Manhattan, la cui potenza distruttiva sarebbe stata testata pubblicamente contro il Giappone. Secondo i calcoli di Truman, la prospettiva di incorrere nello stesso destino del Giappone avrebbe tenuto a freno le mire sovietiche sull’Europa e sull’estremo oriente e accresciuto il potere negoziale degli Stati Uniti al tavolo delle trattative, mentre veniva messa a punto la teoria del roll-back, teorizzata da John Foster Dulles, finalizzata a ridurre l’influenza sovietica in aree cruciali del pianeta, a partire dalla Corea. Per questa ragione i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki possono essere considerati sia l’epilogo della Seconda Guerra Mondiale che il primo atto della Guerra Fredda, come ha dimostrato in maniera magistrale il brillante storico Gar Alperovitz in un suo vecchio ma assolutamente non datato saggio focalizzato sulla ‘diplomazia atomica’ impiegata da Truman a Potsdam.

Inquadrata da questa angolazione, la decisione di ricorrere alla bomba atomica contro il Giappone assume un significato molto preciso sul piano strategico, che l’establishment Usa continua a considerare come necessario a consolidare il primato degli Stati Uniti in quella delicata fase in cui le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale si accingevano a ridisegnare gli assetti geopolitici globali.

Va comunque rilevato che una visione meno assolutoria del comportamento tenuto dall’amministrazione Truman in quell’occasione sta cominciando a farsi strada nella società Usa. Nel settembre 1945, il 53% degli (840) interpellati per conto di un sondaggio su scala nazionale conveniva sul fatto che gli Stati Uniti «avrebbero dovuto colpire due città giapponesi con ordigni atomici, proprio come hanno fatto». Il 14% riteneva che fosse sufficiente «sganciare una bomba atomica su una regione spopolata come manifestazione di forza agli occhi dei giapponesi». Solo il 4% degli intervistati sostenne che «non avremmo dovuto usare la bomba atomica in ogni caso». Il 23% affermò addirittura che «avremmo dovuto impiegarne di più per costringere il Giappone alla resa moto tempo prima». Nel 2015, la stessa organizzazione che aveva realizzato il sondaggio del 1945 è tornata a chiedere il parere agli americani (sempre 840) nel luglio 2015, in occasione del settantesimo anniversario dei bombardamenti su Hiroshima e Nagasaki. In questo caso, il 15% degli interpellati si è dichiarato contrario ai bombardamenti – a fronte del 4% del 1945 –, appena il 28% del totale si è detto sostanzialmente d’accordo con la decisione di Truman, mentre il 32% avrebbe preferito una semplice azione dimostrativa. Solo il 3% ha risposto che si sarebbero dovute usare altre bombe per mettere in ginocchio il Giappone con mesi d’anticipo.

Le ricostruzioni edulcorate ed minimaliste confezionate dalla storiografia embedded erano evidentemente rivolte a fregiare questo terribile atto di guerra dei crismi morali necessari a convincere l’opinione pubblica dell’inevitabilità del gesto e a conferirgli un’aura di nobiltà di cui gli Usa si sono avvalsi nei decenni successivi per accreditarsi a ‘poliziotti del mondo’. L’ipocrisia è del resto un arma rivelatasi particolarmente efficace soprattutto nei Paesi democratici, dove le decisioni politiche devono esser sottoposte al giudizio degli elettori, cui in un modo o nell’altro i detentori delle redini del potere sono chiamati a rispondere. Un’ipocrisia che emerge in maniera lampante nel momento stesso in cui il leader del Paese che nel 1945 ordinò il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki si reca sul posto per abbracciare i superstiti e richiamare l’attenzione degli ascoltatori sull’imperativo di «costruire un mondo senza armi atomiche» dopo aver varato un programma di ammodernamento dell’arsenale nucleare destinato ad assorbire qualcosa come 1.000 miliardi di dollari nell’arco di dieci anni e aver oltrepassato i vincoli imposti dai trattati sulle forze nucleari siglati con Mosca per innalzare uno ‘scudo anti-missilistico’ volto a consentire agli Usa di lanciare un first strike atomico senza incorrere nella rappresaglia.

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