venerdì, Aprile 16

La dimensione sociale e il cuore dell’Europa Il recupero del welfare in una nuova prospettiva: l’Unione sociale europea. Intervista al Prof. Maurizio Ferrera, Ordinario di Scienza Politica all’Università di Milano

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Dalla ‘nave che affonda’ alla ‘casa comune’, dal ‘condominio’ al ‘palazzo che crolla’ per cattiva amministrazione, in un mondo pieno di crepe e muri: le metafore dell’Europa come Istituzione rimandano a visioni contrastanti, eppure non omogenee nella loro distribuzione né sbilanciate in senso negativo, come l’eco mediatica dei nuovi partiti e movimenti anti-europeisti farebbe supporre.

Secondo un sondaggio di opinione condotto, tra settembre e novembre 2016 – a valle del referendum sulla Brexit – , nell’ambito del Progetto di ricerca REScEU, il barometro dell’euroscetticismo ha segnato livelli piuttosto bassi. Dalle risposte, raccolte in 7 Paesi membri dell’Unione (Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Spagna, Polonia e Svezia), emerge chiaramente un’idea, sia pure temperata, di comunanza: se una media del 23,8 % dei cittadini consultati aderisce all’immagine della ‘casa comune’ (in Italia la quota sale al 38%), il 30% intende l’Europa come un ‘condominio’ nel quale, mantenendo ogni Stato il proprio ambito di sovranità, esistono decisioni, momenti di reciprocità e copertura finanziaria comuni per far fronte a gravi criticità ed emergenze. È da notare che una parte consistente del 20% totale di euroscettici si concentra (superando in entrambi i casi il 30%) in Gran Bretagna e, non senza sorpresa, in Francia.

I discorsi ‘a senso unico’ dei populismi recentemente fioriti in tutta Europa sono ritenuti dagli analisti una spia dell’incertezza globale e il sintomo di un dialogo assente sulle questioni fondamentali del tempo presente, che nel nostro contesto regionale hanno a che vedere con le stesse ragioni istitutive dell’UE contenute nei Trattati. Pertanto, il vuoto democratico che si è creato sarebbe capace di attrarre un elettorato perso nel deserto degli ideali e incapace di costruire una nuova ‘fede’ politica. Andando oltre il piano dell’incertezza, nella tensione tra sovranità nazionale e governo unionale, ritroviamo la grande questione della diseguaglianza e delle compressioni imposte al welfare dei diversi Stati durante la recessione.

Nella presentazione del citato Progetto REScEU, di cui il Prof. Maurizio Ferrera, Ordinario di Scienza Politica presso l’Università di Milano, è uno dei principali promotori, leggiamo che «Il Welfare State assolve a funzioni economiche, sociali e politiche fondamentali. (…) In particolare, l’Unione economica e monetaria europea è, a sua volta, essenziale alla crescita e all’occupazione, ma tende a  minacciare le stesse basi del welfare». Con questa premessa, ci si domanda allora «Quando, come e perché l’originaria ‘affinità elettiva’ tra queste due sfere ha iniziato a incrinarsi? Se è possibile una ‘riconciliazione’, in che modo essa dovrà avvenire?».

Nel suo saggio Rotta di collisione. Euro contro welfare? (Laterza, 2016), Ferrera, avvertendo l’urgenza di una riconciliazione tra integrazione economica e modello sociale europeo, propone un ventaglio articolato di proposte realizzabili a partire dall’attuale situazione, proposte in grado di ridurre i rischi e garantire protezione per le fasce più vulnerabili della popolazione europea, soprattutto nei Paesi del Sud come Grecia e Italia : i giovani, i nuovi «poveri» e tutti coloro che sono stati più duramente colpiti dalle misure di austerità e adattamento strutturale adottate dall’UE negli ultimi anni. In proposito, si fa strada l’idea (anticipata dal politologo olandese Frank Vandenbroucke) di una Unione sociale europea  capace di anteporre la ‘Ragion di Stato’ a quella ‘di Mercato’ , la democrazia alla competitività,  intervenendo nella lotta all’esclusione (con incentivi agli investimenti in politiche sociali e del lavoro) e sulla libertà di circolazione delle persone, promuovendo un welfare localizzato e differenziato a livello territoriale sub-nazionale, creando meccanismi o sistemi assicurativi ‘solidali’ in grado di fronteggiare future crisi e recessioni interne ai singoli Stati. Il principio della priorità della dimensione sociale sul mercato, della tutela dei soggetti deboli attraverso un’assistenza e una protezione ancorate alla dignità personale e alla tutela dell’occupazione, è una colonna portante del Trattato di Lisbona. Ciò permetterebbe anche di rispondere efficacemente alla crisi sovrapposta della mobilità migratoria verso l’Europa, aprendo canali legali di ingresso per lavoro.

Abbiamo parlato di questi aspetti trasformativi, e degli ostacoli frapposti alla loro realizzazione,  direttamente con l’Autore, prendendo le mosse dalla questione relativa all’opportunità di abbandonare il metodo intergovernativo a vantaggio di una prospettiva di azione comunitaria.

 

Professor Ferrera, pensando al conflitto distributivo tra Stati all’interno dell’UE, l’obiettivo di una più forte integrazione intergovernativa, nel senso suggerito da Jean-Claude Juncker nella sua recente proposta di riforma dell’UE, sarebbe la strada maestra capace di riabilitare l’Europa come Istituzione? L’ «Unione sociale europea» da Lei configurata non va, piuttosto, verso un modello comunitario nel quale la rinuncia alla sovranità, per ciascun membro, comporta anche un riequilibrio in senso democratico delle gerarchie tra gli Stati?

Ci sono due dimensioni, che occorre tenere distinte. Una è quella specificamente istituzionale; l’altra attiene all’equilibrio tra la dimensione economica e quella sociale.

Durante la crisi in UE si sono estremizzati, fino ad esplodere, due conflitti che erano sempre rimasti latenti, soprattutto fino all’allargamento a Est. Da un lato, il conflitto distributivo Nord / Sud , tra Paesi cosiddetti ‘core’, più ricchi, e Paesi della periferia, Italia compresa; dall’altro, il conflitto distributivo fra i Paesi dell’allargamento – i Paesi dell’Est – , con costi del lavoro più bassi ma anche con meno opportunità di impiego, e i Paesi più ricchi dell’Ovest.

Il primo conflitto ha per oggetto la solidarietà tra Paesi attraverso misure di aiuto finanziario o, semplicemente, il problema dell’incognita nel caso in cui uno di questi Paesi rischi l’attacco dei mercati e la sostenibilità della propria situazione debitoria vacilli – è quanto è accaduto alla Grecia.

Il secondo conflitto ha, invece, a che fare con la libertà di movimento. Pensiamo all’insofferenza crescente che, in alcuni Stati come l’Inghilterra, si prova nei confronti dei lavoratori del Centro e dell’Est Europa, ai quali si rimprovera di sottrarre i posti di lavoro, di usare opportunisticamente il welfare, ecc.

Quando è avvenuta la svolta intergovernativa?

Durante la crisi, con il conseguente potenziamento della Commissione e il rafforzamento del Consiglio europeo al punto che – mi riferisco in primis al «Fiscal Compact» – i governi hanno siglato un trattato intergovernativo al di fuori del quadro dei Trattati UE.

Tale svolta non ha fatto bene all’Europa; o, meglio, ha consentito scelte più rapide che erano, forse, indispensabili in quella situazione di crisi, ma ha anche implicato logiche di interesse nazionale. Non è un caso che i conflitti si siano manifestati soprattutto nell’arena intergovernativa, quindi nel Consiglio, man mano che i problemi si facevano più acuti. Il rafforzamento dell’Unione Europea non può avvenire attraverso la strada intergovernativa perché si tratta di una strada divisiva. Naturalmente, non potrà neanche avvenire – nemmeno nel breve periodo – per il tramite di una comunitarizzazione totale, perché non ci sono le condizioni politiche per farlo.

Nondimeno, su alcune aree crucali, i Paesi che mostrano propensione all’integrazione, magari con lo strumento delle cooperazioni rafforzate, dovrebbero fare proprio questo: integrarsi di più, ma attraverso un metodo comunitario, e quindi con l’assistenza di un budget dell’UE e di un Ministro delle Finanze, che potrebbe essere lo stesso Commissario oppure qualcuno che ricopra questa funzione, ma sia contemporaneamente anche membro della Commissione così come è avvenuto per l’Alto Rappresentante della Politica Estera, che prima era una figura separata e ora invece è anche Vicepresidente della Commissione. Questo per quanto riguarda l’aspetto istituzionale.

Rispetto, invece, all’equilibrio tra dimensione economica e dimensione sociale, propongo che l’Unione Europea  istituisca una Unione sociale europea, la quale però sarebbe cosa diversa dalla Unione economica e monetaria, che prevede un’integrazione totale, addirittura la fusione tra le valute nazionali e la centralizzazione dei poteri verso la BCE. Non penso a una cosa di questo genere. Penso, piuttosto, a un quadro di architettura che riconosca che il welfare nazionale gioca un ruolo importante: esso, cioè, non può sicuramente essere smantellato e ricostruito a livello europeo e svolge funzioni insostituibili di integrazione sociale oltre che di correzione – là dove vada corretto – del mercato.

Quindi, l’Unione sociale europea dovrebbe essere, come l’ho chiamata, una ‘architettura’ che conserva, naturalmente stimolandone la modernizzazione, i sistemi nazionali  di protezione sociale, ma gestisce e contrasta, da un lato, le esternalità che il mercato interno produce sui sistemi nazionali di protezione sociale e , dall’altro, le esternalità che ciascun sistema di protezione nazionale genera e trasmette all’altro. Per esempio, bisognerà, sotto questo profilo, riformare il sistema di coordinamento della sicurezza sociale dei lavoratori migranti perché, in effetti, a volte succede davvero ciò che lamentano alcuni critici, vale a dire il generarsi di effetti perversi – intenzionali e non.

La nuova realtà istituzionale di cui parlo è qualcosa di diverso dall’Unione economica e monetaria, ma è simbolicamente altrettanto importante. Sarei personalmente soddisfatto se questa operazione avvenisse in congiunzione con quel rafforzamento dell’Unione politica, come dicevo, non intergovernativo, ma comunitario: l’Unione sociale europea potrebbe anche nascere attraverso una cooperazione rafforzata.

Invece quello che ha proposto Juncker nella nuova Agenda andrebbe, a Suo parere, nella prima direzione?

È un po’ confuso. Cercando, come sempre succede in questi discorsi, di non scontentare nessuno, non chiarisce fino in fondo che cosa ha in mente.

Juncker parla di istituire un Ministro europeo delle Finanze…

Certo, ma fa la differenza sta tutta nelle prerogative conferite a questo Ministro, nel suo status: è un organo del Consiglio oppure della Commissione o, ancora, del Consiglio e della Commissione. Bisogna capire bene come sarebbe configurato, dove sarebbe collocato questo Ministro, a chi risponderebbe, e anche il ruolo del Parlamento in proposito. S come si prefigura, il nuovo Ministro sarebbe anche Vicepresidente della Commissione, tenendo conto della sua responsabilità nei confronti del Parlamento, bisognerebbe capire, in questo caso, quali sarebbero esattamente i suoi poteri rispetto ai Commissari che hanno già competenza su Economia e Finanze.

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