domenica, Aprile 11

La dignità dei Bronzi Gli scatti non autorizzati diffusi da Dagospia

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Che la moda sia uno dei settori che in Italia non conoscono crisi, anzi, che rappresenti uno di quei comparti su cui puntare per far riprendere la nostra economia non giustifica i mezzi. Il blitz si è compiuto lo scorso inverno nel museo archeologico di Reggio Calabria, ma non è stato reso noto che poco tempo fa, quando le pagine del noto portale “Dagospia” hanno reso pubblica la cosa: il fotografo Gerald Bruneau, allievo di Andy Warhol, ha addobbato le statue dei bronzi con oggetti a dir poco kitsch e poi le ha immortalate.

Gli scatti sarebbero dovuto rimanere segreti, dal momento che dal museo fanno sapere che non erano assolutamente stati autorizzati, invece da qualche giorno impazzano su tutti i quotidiani immagini dei noti bronzi ornati con tanga leopardati, veli da sposa e boa di struzzo dai colori elettrici.

Dal museo si difendono facendo sapere appunto che si tratta di scatti non autorizzati e polemizzando sul fatto che le immagini, nonostante siano datate, vengano alla luce proprio ora che si sta discutendo nuovamente sull’opportunità che i bronzi rimangano in quel museo o debbano essere trasferiti in luogo più adatto.

Ma come è possibile che quegli scatti siano stati fatti, se non autorizzati? Perché inizialmente l’autorizzazione c’era eccome, come ammette la soprintendente Simonetta Bonomi: “La vicenda risale ai primi dello scorso mese di febbraio, quando la Regione ha organizzato una kermesse di fotografi internazionali per promuovere i Bronzi all’estero. In quella occasione c’era tanti fotografi, tra i quali Bruneau, per realizzare un servizio per alcune testate tedesche ed inglesi. Mi mostrò la foto di Paolina Borghese avvolta in un drappo rosso e la trovai bellissima. Quindi mi propose di fare uno scatto ad una statua con alle spalle un tulle bianco. Avendo visto la foto di Paolina e conoscendolo come un ottimo fotografo, gli dissi di sì. Infatti mi fece vedere uno scatto con la statua A con dietro il tulle bianco ed era molto bella. Poi, a mia insaputa, ha scattato le altre immagini, che sono terribili. Quando i custodi se ne sono accorti sono intervenuti e lo hanno bloccato, ma evidentemente era già riuscito a fare alcuni scatti”.

Il fotografo infatti non è nuovo ad eventi di questo genere. C’è chi ironizza sul fatto che siano stati i tanga e i boa di struzzo a creare problemi, abbigliamento tipicamente femminile sui corpi decisamente maschili delle statue e non il fatto che siano state agghindate in sé. Come se a turbare fosse la velata (e nemmeno tanto) omosessualità degli scatti.

Più che l’orientamento sessuale dei bronzi, mi preoccupa la necessità di fare arte ridicolizzando quello che si artistico esiste già. L’arte dovrebbe essere creazione di nuovo, rottura con il precedente, andare oltre i confini che qualcun altro ha già tracciato. Ridicolizzando anche il lavoro di coloro che sono venuti prima (perché no?), ma solo in vista di una crescita.

Guardando l’opera d’arte ci si dovrebbe chiedere “perché cavolo nessuno ci ha pensato prima?” o “ma come cavolo gli sarà venuto in mente?”, ma sarebbe anche sufficiente rimanere paralizzati in uno sbalordito “wow”. Questo dovrebbe fare l’artista: prendere le persone e stupirle con effetti speciali, aprire le loro menti e farle guardare più in là del proprio naso.

L’artista che possa veramente dirsi tale fa tutto questo utilizzando la farina del proprio sacco. Ha un punto di partenza, che deriva dalla tradizione alla quale non può dirsi mai del tutto estraneo a meno di non dimostrare di essere cresciuto su Marte, ma se ne deve staccare per cercare il proprio posto nel mondo.

Può a questo punto dirsi artista colui che per rendere merito a se stesso deve mettere in ridicolo o (se proprio non vogliamo essere giudicati dei “bacchettoni”) utilizzare come base di partenza il lavoro di qualcun altro? L’autore dei bronzi è ignoto, è vero, e fin qui nessuna violazione di diritto d’autore, ma si tratta di opere universalmente riconosciute e chiunque è in grado di immaginare lo scalpore che qualsiasi cosiddetta “opera d’arte” che coinvolgesse i bronzi avrebbe la stessa rilevanza mediatica.

Questo per chiedere: è davvero tutto merito del fotografo Gerald Bruneau se la sua “opera” sui bronzi ha avuto tutto questo “successo” o si tratta piuttosto di un successo attribuibile ancora una volta alla bellezza dei bronzi stessi, che non si è lasciata nascondere da tanga di dubbio gusto e boa di struzzo fucsia da grande magazzino?

Se fossi Mister Bruneau io questo dubbio ce l’avrei. Mi chiederei se veramente ho fatto qualcosa di importante o se qualsiasi graffittaro avesse preso di mira i bronzi avrebbe avuto la mia stessa popolarità. O forse per gli artisti va bene così: si sparli, purchè si parli.

 

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