venerdì, Settembre 17

La difficile sfida della Chiesa ortodossa rumena

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Ma il quarto di secolo trascorso da allora ha portato cambiamenti culturali profondi e messo la Chiesa ortodossa rumena di fronte a una sfida, quella portata dall’ideologia del politicamente corretto, per la quale si vedrà se è attrezzata. Finora essa guardava anche un po’ compiaciuta alla marginalizzazione imposta dal secolarismo occidentale alle comunità protestanti e alla chiesa cattolica e riteneva di poterla evitare. Si spiega solo con una notevole fiducia nella propria forza, ad esempio, l’idea di erigere adesso a Bucarest una chiesa che supererà per grandezza e imponenza tutte le altre del Paese. I lavori per la cattedrale della ‘Redenzione nazionale’ (Mintuirea neamului), cominciati nel 2010, sono ancora lontani dalla fine. Hanno comunque drenato ingenti risorse pubbliche, la cui destinazione è giustificata dalla gerarchia con l’argomento che mentre ospedali e scuole possono essere costruiti anche da privati, solo la chiesa può costruire una cattedrale della nazione (l’importo delle donazioni private non viene reso noto). E a chi obietta che la futura costruzione ricorda, quanto a dimensioni, il palazzo presidenziale di Ceausescu si è risposto che in realtà essa arriverà ai 120 metri e dunque sarà più bassa (ma di poco) di quel palazzo che ora ospita il parlamento, per non parlare della capienza che, per la cattedrale, sarà “solo” di cinquemila persone.

In effetti la Chiesa ortodossa rumena, accanto al suo primario aspetto religioso, si è concepita da qualche secolo a questa parte come l’ipostasi del popolo rumeno nell’atto del credere, fondendosi quasi con lui e assumendo completamente quest’ultimo in sé. Così, ad esempio, domenica prossima, 24 gennaio, si celebra l’Unione fra le province rumene del 1859. Il Patriarca Daniel ha emanato una circolare con cui dispone che i parroci preghino per Alexandru Cuza e «per tutti coloro che hanno reso possibile l’Unione perché essa è il fondamento su cui poggia lo stato rumeno moderno». Certo, il principe Cuza, primo capo di stato rumeno, era un massone, per non tacere dei difetti della sua vita familiare, e da vivo fu aspramente avversato dalla Chiesa per alcune espropriazioni di beni ecclesiastici da lui disposti, ma in nome dello stato si è rivelata possibile la riconciliazione post mortem. Si pregherà per lui nell’erigenda cattedrale, così come si è pregato il mese scorso per ‘gli eroi’ caduti del dicembre 1989 nella lotta al comunismo. In quell’occasione, per la verità, l’allora Patriarca aveva sostenuto che si trattava di ‘banditi’, ma la Romania ha oggi bisogno del loro ricordo e la Chiesa non è solita mancare dove si coltivano valori nazionali. In stile per davvero orientale, è sempre disposta a ricreare una storia che non ha più né scontri né tensioni.

Anche se questo complesso atteggiamento, che è spirituale e culturale insieme, fosse, come si può ammettere, del tutto sincero e benintenzionato, riesce difficile accreditarlo della forza necessaria per fermare il secolarismo che si identifica con la modernità. Se la legislazione rumena verrà cambiata, non lo sarà, probabilmente, nel senso auspicato dall’attuale raccolta di firme.

 

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