lunedì, Aprile 12

La difficile quadra di Renzi

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Quella per il successore di Giorgio Napolitano sarà una partita a carte coperte. Ad arte verranno fatti circolare candidature più o meno illustri, destinate a esserebruciate’, in attesa che venga siglato l’accordoforte’ per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica già nei primi tre scrutini. Le opposizioni interne del Partito Democratico e di Forza Italia annunciano battaglia, cercheranno di sfruttare il voto segreto per raccogliere consensi su nomi autorevoli alternativi.

Gli indizi sono già almeno due, e se non costituiscono una prova, ci si è comunque molto vicini. Il primo indizio è costituito dalla visita del Presidente Giorgio Napolitano, giorni fa a Papa Francesco. Visita che ha tutto il sapore del commiato. Secondo indizio: Napolitano ha comunicato al Presidente del Senato Pietro Grasso, e alla Presidente della Camera Laura Boldrini, che il prossimo 27 gennaio non potrà prendere parte a un’iniziativa di commemorazione delle vittime dell’Olocausto, calendarizzata per quel giorno a Montecitorio. E’ evidente che Napolitano pensa che a fine gennaio non sarà più presidente.

Matteo Renzi, forte della dell’altrui debolezza, ai suoi più stretti collaboratori ora spiega che la partita si gioca, contestuale, su due fronti: quello per il prossimo inquilino al Quirinale, naturalmente; ma non potrà essere disgiunta dall’approvazione della nuova legge elettorale, il cosiddetto ‘Italicum’: «Solo così», ragiona, «subito dopo aver eletto il nuovo Presidente della Repubblica, avremo le mani libere: in caso le Camere siano sciolte, grazie all’Italicum potremo disporre di una maggioranza solida, e molti degli attuali oppositori resteranno a casa, non candidati». Un progetto che, per andare in porto, ha bisogno della stampella costituita da Forza Italia. Per questo Renzi ha fatto sapere che il patto del Nazareno comporta il rispetto degli accordi sulla legge elettorale. Perché qualche ora prima Silvio Berlusconi aveva tentato un ukase: «Visto che sull’Italicum Renzi ha cambiato il patto in corso d’opera chiediamo che prima si sciolga il nodo del Quirinale, poi si chiude l’intesa sull’Italicum e le riforme costituzionali».

In parallelo, ecco levarsi le cortine fumogene: dal quartier generale del Partito Democratico si tendono ami in direzione Movimento 5 Stelle; ma il Movimento di Beppe Grillo, a parte essere in ben altre faccende affacendato, viene utilizzato come nuora perché suocera intenda; e la stessa cosa fa Berlusconi con Matteo Salvini e la Lega. Entrambi, al momento, hanno interesse a enfatizzare i fenomeni, e presentarli come potenziali, pericolosi, concorrenti, così da spaventare e compattare l’elettorato sia di centro sinistra che di centro destra, per nulla vogliosi di avventure revanchiste e demagogiche; al tempo stesso si spuntano le unghie ai dissidenti interni. Un complesso gioco di posizionamento, prima delle mosse, delle trame e degli intrighi decisivi. Renzi, da quanto si coglie a palazzo Chigi, ancora non ha un nome chiaro in testa da giocare. Il metodo, sì: grosso modo lo stesso che ha consentito, senza colpo ferire, la nomina a Ministro degli Esteri di Paolo Gentiloni. Sarà una partita a carte coperte. Ad arte verranno fatti circolare candidature più o meno illustri, destinate a essere ‘bruciate’, in attesa che venga siglato l’accordo ‘forte’ per eleggere il nuovo presidente della Repubblica già nei primi tre scrutini, quelli che richiedono il quorum dei due terzi dei Grandi Elettori.

Vero che si potrebbe attendere tranquillamente il quarto scrutinio, dove basta la maggioranza assoluta. Ma sempre palazzo Chigi per ora scarta questa ipotesi, e per due ragioni. La prima è che le opposizioni non aspettano altro per poter sfruttare il meccanismo del voto segreto e concentrare consensi su nomi autorevoli alternativi che potrebbero anche lievitare al punto di punto da mettere a rischio il candidato del patto del Nazareno. La seconda ragione è che Renzi vuole a tutti i costi evitare il pessimo spettacolo offerto in occasione del voto dei giudici della Corte Costituzionale, quando legioni di franchi tiratori interni hanno impallinato candidati su candidati. Per questo Renzi e il suo entourage sono alla caccia di un nome che da una parte sia garante degli accordi stipulati al Nazareno, dall’altra non sia ostile a uno scioglimento anticipato delle Camere: se il Presidente del Consiglio giura e spergiura che intende procedere fino al naturale esaurimento della legislatura, è pur vero che non fa mistero di voler disporre il prima possibile di una nuova legge elettorale e così poter condizionare il Parlamento. La partita tra ‘renziani’ e ‘non renziani’, all’osso è questa: approvare l’Italicum al Senato entro gennaio, è la parola d’ordine dei ‘rottamatori’; fare di tutto per ritardare il suo iter, quella di chi vede l’ex sindaco di Firenze come fumo negli occhi. Il resto è tattica.

Alessandra Ghisleri, sondaggista di fiducia di Berlusconi, aveva squadernato i suoi sondaggi, precisi al millesimo, molti giorni prima del voto in Calabria e in Emilia Romagna; e il leader di Forza Italia sapeva perfettamente che le cose sarebbero andate come sono andate. Ha pagato la sua ‘collaborazione istituzionale’ difficile da conciliare con l’opposizione politica; il prezzo da pagare per garantirsi il diritto di partecipare alla scelta del prossimo capo dello Stato che si augura sia meno distante dagli ultimi tre. Sulla carta, una tattica con una logica; nei fatti concreti si scontra con i sempre più crescenti malumori interni, rappresentati da Raffaele Fitto: quando Berlusconi fa sapere che accetta la proposta renziana di premiare la lista e non più la coalizione vincente, molti in Forza Italia sono entrati in fibrillazione, temendo di non entrare nel centinaio di collegi vincenti come nominati dal leader. Il cavallo vincente di Berlusconi era il suo saper parlare il linguaggio che i suoi seguaci volevano sentire, la sua indubbia abilità di comunicare alla ‘pancia’ dell’elettorato. Ora ha due temibili concorrenti, entrambi di nome Matteo: Renzi e Salvini; tutti e due demagoghi, buoni comunicatori, spregiudicati, cinici quanto basta. La scelta, al momento e sempre considerando che in politica ‘mai dire mai’ è la regola, è quella tra la padella e la brace.

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