domenica, Agosto 1

La difficile Asia di Obama Visita in Oriente, Pechino osserva. Storico accordo Hamas-OLP

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Obamacare

È iniziato oggi il viaggio che porterà il Presidente statunitense Barack Obama a visitare quattro Paesi asiatici (GiapponeCorea del SudMalaysia e Filippine) per consolidare i rispettivi partenariati e, più in generale, confermare l’interesse degli Stati Uniti per quella regione. La partenza, in realtà, era prevista per lo scorso ottobre: il blocco delle attività amministrative ha fatto sì che solo oggi il Presidente potesse scendere la scaletta dell’Air Force One su territorio giapponese. Nei tre giorni che trascorrerà in Giappone, Obama ed il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe discuteranno di vari temi, dal Partenariato Transpacifico alle dispute territoriali nell’area. Negli ultimi tempi, il primo ha subito infatti un rallentamento a causa di controversie fra Tokyo Seul, rendendo necessario l’intervento di Washington, che dovrà muoversi invece con maggior cautela sul secondo punto. La dichiarazione per cui il tema delle isole Senkaku/Diaoyu sarebbe stato discusso nel corso della visita ha infatti sollevato l’attenzione di Pechino, il cui Ministero degli Esteri ha invitato Obama a non prendere posizione sulle dispute territoriali. Ma la Cina non è l’unica a guardare con sospetto il viaggio del Presidente: oggi un centinaio di attivisti di sinistra ha infatti protestato davanti all’Ambasciata statunitense di Manila contro un patto tra il Governo locale e quello di Washington volto a rafforzare il contingente americano nelle Filippine. Quest’ultimo, oltre ad avere funzioni di supporto in caso di disastri naturali, avrebbe anche funzioni di ‘contenimento’ verso il peso strategico cinese.

Obama, però, arriverà nelle Filippine solo lunedì prossimo. Nel frattempo, come anticipato, si recherà anche a Seul. Oltre ai già preventivati temi relativi al Partenariato Transpacifico, è probabile che all’agenda si aggiunga anche la denuncia di Seul riguardo ai preparativi già effettuati da Pyongyang per condurre il suo quarto test nucleare. Anche in quest’ottica, l’equilibrio nei temi riguardanti la Cina sarà fondamentale, vista l’influenza di quest’ultima sul Governo della Corea del Nord.

Intanto, Washington dovrà conservare un fragile equilibrio anche in un altro Est, quello europeo. In Ucraina la situazione rimane tesa, ripetendo un copione di cui ancora non è chiaro il finale. In effetti, oggi il Segretario di Stato statunitense John Kerry si è lamentato col proprio omologo russo, Sergej Lavrov, a causa del rifiuto di Mosca a compiere passi concreti per una conciliazione nel Paese confinante. Per contro, Lavrov ha accusato Washington di essere dietro alle decisioni di Kiev ed ha minacciato interventi come quello effettuato in Georgia nel 2008. L’Unione Europea, infine, ha richiesto il rispetto degli accordi di Ginevra sulla situazione ucraina e, sull’onda dell’omicidio del politico Volodymyr Rybak – vicino al Presidente Oleksandr Turčinov – ha sollecitato il Cremlino e far cessare rapimenti ed uccisioni nell’Ucraina orientale. Già domani, fra l’altro, delegati di Bruxelles e Mosca potrebbero ritrovarsi a Bratislava per discutere della crisi del gas nel Paese.

Ma il Presidente russo Vladimir Putin potrebbe attirarsi nuovi strali anche in materia di politica interna. L’adozione di un pacchetto di leggi contro il terrorismo da parte della Duma, seguito agli attentati di Volgograd dello scorso dicembre, porterà ad un rafforzamento del controllo su internet che potrebbe colpire anche società statunitensi quali GoogleFacebook e MicrosoftQueste sarebbero infatti obbligate a conservare tutti i messaggi degli utenti dei propri servizi di messaggistica online per sei mesi. Secondo i consulenti di Putin, il semplice fatto di non avere i server in Russia limiterebbe l’impatto della legge su quei colossi. Tuttavia, rimangono i dubbi per quanto riguarda la libertà di cittadini e conglomerati russi presenti in rete.

Mossa a sorpresa, invece, per un altro leader politico notoriamente ai ferri corti col web: il Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdoğanper la prima volta nella storia del Paeseha presentato le proprie condoglianze al popolo armeno in occasione dell’anniversario del massacro del 1915. «È un dovere umano capire e condividere la volontà degli armeni di commemorare le loro sofferenze durante quel periodo», sono le parole che, pur non impedendo ad Ankara di continuare a non riconoscere che si sia trattato di un genocidio, rappresentano comunque una svolta rilevante. Non è questa, però, l’opinione di molte associazioni armene, come il Comitato Nazionale Armeno in America, per cui «Ankara sta riconfezionando le sue negazioni del genocidio… Come dimostra chiaramente questa recita cinica e spietata, la Turchia sta incrementando il proprio misconoscimento della verità e ostacolando la giustizia per il genocidio armeno».

È una riconciliazione difficile anche quella che sta avendo luogo in Palestina, dove Hamas ed OLP si sono stretti la mano a sette anni dalla conquista di Gaza da parte del movimento islamico. L’annuncio è stato dato dal Primo Ministro di Hamas, Ismail Haniyeh, nel corso di una conferenza stampa congiunta in cui è stata anche comunicata l’intenzione di formare un Governo unitario entro cinque settimane e di puntare ad elezioni nazionali sei mesi dopo un voto di fiducia da parte del Parlamento palestinese. Ciò che rende l’evento doppiamente rilevante è che la decisione è stata presa nonostante l’avvertimento del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu per cui Abu Mazen avrebbe dovuto scegliere tra la pace con Israele e l’alleanza con Hamas: un aut-aut sottolineato dal Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, per cui un accordo con Hamas sarebbe equivalso a «sottoscrivere la fine dei negoziati tra Israele e l’Autorità Palestinese».

Di sicuro non cessano gli scontri a sud del confine israeliano: l’Egitto continua a vivere una quotidianità di attentati e violenze. Il Ministero degli Interni riporta infatti che sono state due gli eventi sanguinosi nel Paese oggi, per un totale di tre morti. Un ordigno sistemato sotto la sua vettura ha ucciso al Cairo il Generale Ahmed Zaki, tra i responsabili delle repressioni ai sostenitori dei Fratelli Musulmani. A Borg El Arab, a sud-ovest di Alessandria, un’irruzione della polizia in un nascondiglio di militanti islamisti è stata seguita da una sparatoria che ha avuto una vittima da entrambe le parti. Il Governo, che fronteggia un continuo emergere di nuovi gruppi armati, potrebbe presto ricevere il supporto degli Stati Uniti, il cui Segretario alla Difesa Chuck Hagel ha confermato alle proprie controparti egiziane la consegna di 10 elicotteri Apache da usare in operazioni antiterrorismo nella Penisola del Sinai. Il gesto segna un’apertura rispetto al blocco dei rapporti seguito alla destituzione di Mohamed Morsi.

Si rafforzano invece altri gruppi terroristici a sud di Bāb el-Mandeb: il movimento islamista al-Shabaab conferma la persistenza del proprio controllo sul territorio, dirottando un veicolo delle Nazioni Unite al confine col Kenya e sfidando così una volta di più le promesse del Presidente Hassan Sheikh Mohamud. Dopo l’omicidio di due giorni fa di un parlamentare, Isak Mohamed, avvenuto per mezzo di un’autobomba a Mogadiscio, questa volta è stato il turno del Commissario di Distretto keniota Geoffrey Taragon, il cui veicolo è stato sequestrato da tre militanti armati e da questi condotto al di là del confine somalo.

Alta tensione, infine, a Rio de Janeiro. A cinquanta giorni dall’inizio dei Mondiali di calcio, la situazione in Brasile rimane molto complessa. Dopo gli scioperi della Polizia Militare, che hanno portato all’invio dell’esercito nello stato di Bahia, e le proteste nello stato di San Paolo contro i costi eccessivi dell’evento, l’ultimo episodio di violenza è avvenuto nella favela di Pavão-Pavãozinho, dove l’uccisione di un noto ballerino da parte della polizia ha causato la violenta reazione degli abitanti. Il giovane di 25 anni sarebbe morto mentre sfuggiva ad uno scontro a fuoco tra polizia e narcotrafficanti, e l’omicidio ha messo in moto una serie di scontri ulteriori da cui non è uscita indenne neanche la sede locale dell’Unità di Polizia Pacificatrice, istituita insieme ad altre 37 simili nella città carioca proprio per rendere quest’ultima più sicura in vista dei Mondiali.

 

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