giovedì, Ottobre 21

La Difesa italiana e il nuovo Mediterraneo field_506ffb1d3dbe2

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Negli ultimi anni, i vari sconvolgimenti politici dei Paesi del Mediterraneo meridionale e orientale hanno contribuito a riportare alla luce il dibattito circa la questione della sicurezza dell’area.

A partire dal 2011, il progressivo sfaldamento del tessuto sociale e istituzionale di Paesi prima considerati stabili ha contribuito a innalzare il livello di guardia relativo alla recrudescenza di fenomeni quali il narcotraffico, l’immigrazione clandestina e il radicalismo di matrice religiosa.

La stessa minaccia terroristica, troppo spesso confusa dai media tradizionali quale fattore indipendente dalle dinamiche socio economiche dei Paesi dell’area, risulta a tutti gli effetti essere la conseguenza più evidente delle varie problematiche sociali ed economiche che interessano la regione, e costituisce di fatto solo una delle varie forme di canalizzazione su base identitaria del malcontento sociale.

L’intero scenario, di difficile comprensione per gli stessi analisti del settore, sembra generare maggiori confusioni proprio tra le classi politiche chiamate a disegnare un quadro di sviluppo della propria politica estera nell’area. L’inasprimento della situazione della sicurezza, infatti, appare del tutto slegata da fattori ordinanti quali la polarizzazione ideologica o strategica di lungo corso, che ne garantirebbero una chiave d’interpretazione chiara e univoca.

Allo stesso tempo, il momento di maggiore incertezza nel Mediterraneo dal dopoguerra a oggi coincide quasi perfettamente con il progressivo sfaldamento dell’idea europeista su base funzionalista, deteriorata, nell’area del Mediterraneo, dai diversi interessi energetici dei Paesi europei. La crisi finanziaria del 2009, inoltre, ha portato questi ultimi a riscoprire velleità protezionistiche, indebolendo al contempo il peso politico degli attori dell’Europa meridionale, maggiormente esposti alle intemperie mediterranee per posizione geografica e interessi economici.

È in questo contesto che l’Italia si ritrova ad affrontare le sfide offerte dagli sviluppi di una situazione che, dal 2011 ad oggi, sembra mutare forma con una rapidità sconosciuta.

L’esempio più lampante in tal senso è offerto dall’evoluzione della crisi libica, che ha generato un effetto destabilizzatore su molti altri Paesi del Maghreb e del Sahel. Inoltre, la caduta del regime di Muʿammar Gheddafi prima, e il rapido collasso delle neonate istituzioni poi, hanno dato origine in pochi mesi ad una vera e propria crisi umanitaria al largo dello Stretto di Sicilia.

Proprio per fare fronte all’eccezionale afflusso di migranti in fuga dai vari conflitti nell’area nordafricana, mediorientale e del Sahel, il 18 ottobre del 2013 il Governo italiano ha varato l’Operazione Mare Nostrum, consistente nel dispiegamento di un dispositivo che ha riguardato l’impiego di circa 10 mila militari e 33 unità navali, fornite dalla Marina Militare, dall’Aeronautica, dalla Capitaneria di Porto e dai corpi di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza.

Le unità dell’Operazione Mare Nostrum hanno affiancato i dispositivi europei del Frontex e dell’Eurosur, il primo preposto al monitoraggio marittimo e all’implementazione degli accordi tra Paesi europei e del Maghreb per la riammissione dei migranti, il secondo alla sorveglianza delle frontiere europee tramite l’impiego di velivoli a pilotaggio remoto.

Se per quanto riguarda le cifre disponibili  -circa 140 mila naufraghi soccorsi, 298 scafisti arrestati, varie navi madre sequestrate-  l’operazione a guida nazionale può essere considerata un successo, lo stesso non può dirsi per quanto riguarda l’analisi politica dei dati offerti dall’operazione.

Un dato che sembra sfuggire alla comprensione politica è quello relativo all’origine dei migranti, al 70% provenienti dall’Eritrea, con solo il 15% di essi procedenti da Stati rivieraschi, come la Siria e l’Egitto.

Proprio l’Eritrea costituisce l’esempio più lampante del limite delle operazioni italiane di gestione del fenomeno migratorio. In tale Paese, l’Italia mantiene viva una fitta rete di interessi e di interscambi, principalmente nel settore metallifero e dei macchinari, e legami politici pluridecennali. Le aziende italiane operanti nel Paese, tuttavia, sono per lo più lasciate a se stesse, senza una direzione strategica a livello politico che sappia coniugare gli investimenti economici, in particolare nel redditizio settore portuale, con il supporto allo sviluppo sociale e delle istituzioni del Paese africano.

Il successo della gestione dell’emergenza nel Mediterraneo, dunque, è inficiato dalla mancanza di una visione sinottica delle varie questioni sociali, economiche e politiche che interessano le zone d’origine del fenomeno migratorio.

È in questo vuoto politico che il mondo della Difesa italiano si ritrova spiazzato, aggravato dalle proprie problematiche interne, come il costante aumento delle spese legate al personale a discapito di quelle per l’esercizio e l’investimento, e da varie polemiche che non colgono la vera natura del problema mediterraneo.

L’ambito militare è per sua natura basato su una ramificazione che crea varie ridondanze a tutti i livelli, in maniera di slegare l’efficacia operativa all’immediata disponibilità delle singole unità. C’è un livello, tuttavia, nel quale è impossibile creare ridondanze, ed è quello della direzione strategica. Lo strumento militare risulta completamente asservito alla logica politica, e in assenza di un indirizzo da parte di una classe politica, entra in uno stallo in cui è incapacitato ad operare. Anche iniziative degne di nota, come il DIISM (Dispositivo Interministeriale Integrato di Sorveglianza Marittima), progetto interministeriale varato nel 2007 e preposto alla gestione delle sinergie in ambito di controllo marittimo, risultano bloccate da tutta una serie di veti incrociati che non ne permettono l’avviamento.

Nell’incapacità di fare i conti con se stessa, gran parte dell’opinione pubblica e della classe politica preferisce concentrarsi sulla denuncia dello scarso supporto offerto dall’Unione europea all’emergenza umanitaria. I critici di Bruxelles trovano una facile sponda nella previsione dell’elargizione di fondi europei verso l’Italia di circa 315 milioni tra il 2014 e il 2020, pari a meno della metà della spesa necessaria alla sola gestione del personale dell’Operazione Mare Nostrum e di gran lunga inferiore ai fondi garantiti per il quinquennio precedente, pari a circa 500 milioni di euro. L’inaugurazione della nuova agenzia Frontex Plus/Triton a partire da novembre, inoltre, non sostituirà l’Operazione Mare Nostrum, ma continuerà nel solco della parziale collaborazione tra i due dispositivi.

A fronte di tali polemiche, bisogna rimarcare come il problema maggiore sia quello di una sempre più urgente riforma dello strumento militare, utile a individuarne un modello funzionale e più utile alla politica del Paese. La concentrazione delle risorse nelle capacità di proiezione a medio raggio, come quelle richieste dallo scenario mediterraneo, permetterebbe senza dubbio di svolgere al meglio il compito al quale si è chiamati per posizione geografica e interessi strategici.

La mancanza di una visione di lungo corso, tuttavia, che ne dovrebbe indirizzare lo sviluppo, continua a inficiare ogni processo relativo alla gestione delle crisi mediterranee.

Mentre l’Europa assiste impotente alla recrudescenza dei conflitti mediterranei, dunque, l’Italia si ritrova in prima fila, a combattere contro i suoi stessi mulini a vento.

 

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