sabato, Maggio 15

La dichiarazione di Guerra negli anni 2000 field_506ffbaa4a8d4

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«Con l’abolizione del Senato dichiarare lo stato di guerra diventerà una prerogativa del governo. Non saranno più le due Camere a deliberare, ma la singola maggioranza parlamentare che conferirà la fiducia al presidente del Consiglio. Insomma basterà il parere dell’esecutivo a trascinare o meno l’Italia in un conflitto militare». Qualche giorno fa sul Blog di Beppe Grillo è apparso questo post. «Lo stato di guerra» è un concetto che sembra decisamente anacronistico. Se nomini la guerra, il ritorno immediato della memoria è ai due conflitti mondiali, e l’articolo 78 della nostra Costituzione, doveroso e necessario, risuona un po’ di “andato”, o meglio non è tra i primi che ci ricordiamo al volo. Oggi come oggi il modus della “guerra contemporanea” (passatemi il concetto) è completamente cambiato. Ha assunto dei connotati diversi rispetto al passato.

Questa discussione, che trova la sua collocazione nella Riforma Costituzionale del Governo Renzi, appare anche tra le pagine del Fatto Quotidiano in un articolo di Toni De Marchi. La questione curiosa è che se ne sa davvero poco. Nella seduta del 4 dicembre della Commissione Difesa si legge: «passando ai profili di interesse della Commissione difesa, osserva che l’articolo 17 modifica l’articolo 78 della Costituzione che disciplina la deliberazione dello stato di guerra, attribuendo alla sola Camera dei deputati la competenza ad assumere tale deliberazione ed a conferire al Governo i poteri necessari». Tale disposizione caratterizza il nuovo bicameralismo differenziato previsto dalla riforma in esame sancendo in Costituzione la necessità di collaborazione unicamente tra l’organo legislativo e l’Esecutivo collegati dal rapporto di fiducia. Resta immutata invece, la previsione di cui all’articolo 11 della Costituzione, in base alla quale l’Italia «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Poiché, essendo prossimi alla Riforma, cambierà (per forza di causa maggiore) anche questo art. 78. La conclusione dell’articolo sul blog di Grillo risuona come un monito «le cicatrici la segneranno per sempre in modo indelebile, e gli effetti di questa devastazione si ripercuoteranno per anni sulle future generazioni. Un buon Governo che abbia come intento quello di tutelare i propri cittadini ed il futuro del proprio paese ha il dovere di preservare ciò che sono i cardini dei diritti di pace lasciati ai posteri dai nostri Padri costituenti».

Ora poiché ci sarà una sola Camera che conferirà al Governo i poteri necessari, vuol dire spostare anche l’asse e soprattutto il peso decisionale? “In tutti i sistemi monocamerali, che sono la maggioranza, c’è un’unica camera che è legittimata ad agire in questo senso. Non è che se ci sono due Camere è più legittimo, e quando c’è ne è una è meno legittimo. Il problema della legittimità dell’azione militare rientra nei paradigmi della Costituzione esattamente nello stesso modo. L’Italia continua a ripudiare la guerra per risolvere le controversie internazionali. Da questo punto di vista qualsiasi Parlamento bicamerale, monocamerale deve attenersi a questa norma che è di indirizzo complessivo dell’azione dei governi”, ha sottolineato Alberto De Bernardi, professore di Storia Contemporanea presso l’Università di Bologna. “Il fatto che, in questo caso specifico, lo decida una camera invece che due non cambia la sostanza giuridica della norma. Non c’è un restringimento, da questo punto di vista, delle prerogative né parlamentari né un’implementazione delle prerogative governative” – continua- “Il superamento del bicameralismo paritario fa assumere ad una sola camera questo onere, ma questo onere rientra nelle norme fissate dalla Costituzione. Non si restringe nessun potere di controllo né tantomeno il potere di verifica dei rappresentanti eletti in materia di impegno militare”. Ma, come abbiamo accennato prima, è cambiato il modo di fare la guerra “ è puramente illusorio” -soprattutto di fronte alla guerra economica-“tracciare un confine netto e radicale tra pace e guerra. Nel contesto realistico la pace non è altro che   una momentanea assenza di guerra” ci spiega Giuseppe Gagliano, presidente del Centro Studi Strategici “Carlo De Cristoforis”.

Alcune volte viene definita liquida, con un “neologismo, costruito sulla falsariga di quello sociologico di Zigmunt Bauman  di modernità  liquida” – continua Gagliano – “è certamente nato per indicare il superamento dei conflitti tradizionali ma non contribuisce a chiarire la diversità dei conflitti in corso. Non c’è dubbio che la modifica costituzionale in corso nasca dall’esigenza di affrontare in modo più adeguato i cambiamenti in corso degli scenari politici attuali. Dobbiamo prendere atto che il nostro paese non si è limitato a partecipare a missione di pace ma ha preso parte a situazioni che hanno comportato e comportano l’uso della forza. Sia con la guerra del Golfo sia soprattutto con la crisi del Kosovo e quella dell’Afghanistan è sorta progressivamente la consapevolezza che è necessario legittimare il ricorso allo jus ad  bellum. In altri termini non solo si è verificato un superamento della esigenza formale della dichiarazione di guerra ma anche un superamento dell’articolo 87 collegato come è noto all’articolo 78 della nostra costituzione” . Ne consegue che “tutta questa logica della guerra contemporanea è filtrata attraverso un’ideologia secondo la quale noi stiamo soltanto difendendo la nostra civiltà. Il punto più complesso, è che sono tutte guerre fatte in nome della pace, questa è una contraddizione talmente radicale che è anche difficile da immaginare”.

Come afferma Pierandrea Amato, ricercatore presso il Dipartimento delle Civiltà Antiche e Moderne dell’Università di Messina. “La limitazione ad una Camera, va vista nell’ottica che il voto parlamentare è diventato irrilevante, noi non andremo mai più in guerra perché già ci siamo”, continua Amato. “Il precedente disposto costituzionale prevedeva che ci fosse l’approvazione da entrambe le Camere, e adesso prevedrebbe l’approvazione da parte di una sola Camera. Non essendoci più un sistema bicamerale non mi sembra che il gioco delle architetture dei pesi e contrappesi venga sbilanciato, l’importante è che resti in vigore l’art11 della Costituzione, un divieto assoluto a partecipare a qualsiasi forma di guerra. L’elemento della guerra è utilizzato a seconda dei colori politici. La dichiarazione di guerra è uno strumento vetusto, nel 48 viene inserito nella nostra Costituzione a causa dei recenti eventi storici. L’avvenimento scatenante della guerra è la contromisura armata, che sono vietate dal diritto internazionale, e allora si chiamano legittima difesa”. Anche Gabriele Della Morte, professore Associato di Diritto Internazionale all’Università Cattolica di Milano, non ha dubbi sul fatto che, costituzionalmente parlando, non ci dovrebbe essere nessun sbilanciamento di poteri a livello decisionale. Però “questo non significa che di guerra non ce ne sia più. Non c’è un anno che non è segnato da conflitti, ma sono periferici. Oppure sono conflitti economici, guerre civili”, come ci spiega Amato.

Quindi che tipo di guerre stiamo vivendo? “Esiste tuttavia un approccio interpretativo ai nuovi conflitti di grande interesse” – continua Gagliano – “ed è quello di Arquilla e Ronfeldt analisti della Rand Corporation che nel 1996 usarono il concetto di netwar da intendersi come una modalità di conflitto in cui i soggetti usano forme di organizzazione a rete e dottrine ,strategie e tecnologie a esse connesse  in sintonia con l’era della informazione. Questi soggetti sono costituiti da soldati, terroristi, ong che si organizzano secondo una rete a forma di catena,una rete a forma di stella e infine una rete distribuita”. Amato aggiunge che “per la guerra contemporanea il problema sia molto complesso. Per esempio, quando è stata attaccata Falluja, da parte degli americani, si combatteva contro il terrorismo. Chiunque era in quella città era un terrorista. Nella guerra al terrorismo non esiste differenza tra civili e militari e non”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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