venerdì, Maggio 14

La diaspora coreana Il complesso rapporto delle comunità coreane oltreoceano con la propria terra d’origine

0

south-korea

 

Il ‘Regno Eremita‘. Così l’Occidente aveva definito la penisola coreana prima del declino della secolare Dinastia Joseon (o Choson), terminata nel 1910 con l’annessione da parte del Giappone. Quella che può essere considerata una delle più significative diaspore globali degli ultimi cento anni ha avuto inizio a partire dal tardo Diciannovesimo secolo, con un primo esodo di emigranti coreani diretti principalmente verso la Cina, il Giappone e le Province orientali della Russia; seguito da un ancor più significativo flusso migratorio, avvenuto durante il periodo della dominazione coloniale giapponese (1910-1945). Quest’ultima interessò prevalentemente lavoratori coreani, costretti a un’emigrazione ‘coatta’ verso i campi di lavoro giapponesi, nonché verso la Manciuria e l’isola di Sakhalin. Nello stesso periodo, molti coreani (per lo più provenienti dal nord della penisola) migrarono volontariamente verso la Cina come reazione al dominio coloniale nipponico. Fu solo a partire dagli anni Sessanta che il flusso migratorio coreano assunse il carattere di una volontaria ricerca di migliori condizioni economiche e lavorative, indirizzandosi verso i principali Paesi industrializzati, anche  -e soprattutto-  occidentali.

Da un’indagine svolta dal ‘Korea Joongang Daily’ nel 2013 (che riprende dei dati forniti nel 2011 dal Ministero degli Affari Esteri e del Commercio), è stato possibile dare vita a una ‘mappaturadella presenza dei coreani oltreoceano. Ad oggi si parla di poco più di 7 milioni di individui di origine coreana (ovvero «tutte le persone di origine Coreana, senza riguardo per la loro nazionalità, che risiedono in Paesi stranieri», come recita l’Articolo 2 dello Overseas Koreans Foundation Act) presenti in circa 175 Paesi del mondo.

La più ampia comunità di coreani residenti all’estero si trova in Cina. Il gruppo degli ‘Joseonjok‘, così vengono chiamati dai cinesi, figurano tra le minoranze etniche ufficialmente riconosciute dal Governo della Repubblica Popolare Cinese e conta poco meno di 3 milioni di individui. Nella sola Prefettura autonoma coreana di Yanbian, situata nella provincia di Jilin, nella Cina nordorientale, sono presenti più di 800.000 individui di origine coreana. Si tratta del risultato della migrazione avvenuta nella seconda metà dell’800 e durante il periodo coloniale giapponese. A questo gruppo si aggiunge quello dei sudcoreani emigrati in cerca di migliori opportunità lavorative durante gli anni Novanta, quando la Repubblica di Corea iniziò a elaborare delle vere e proprie politiche per la gestione del fenomeno della diaspora delle comunità coreane all’estero.

Seguono poi gli Stati Uniti, con la presenza di circa 2 milioni di individui di origine coreana, risultato della massiccia ondata migratoria degli anni ’60 (rilevanti anche i dati relativi alla presenza di coreani in Canada, Australia e Regno Unito); e il Giappone, in cui i residenti di origine coreana, detti ‘Zainichi’, ammontano a quasi un milione e costituiscono la più ampia comunità straniera presente in territorio nipponico dopo quella cinese. Anche in questo caso, si tratta in parte del risultato del flusso migratorio avvenuto durante il periodo coloniale e in parte di una più recente tendenza verso la ricerca di migliori opportunità di studio e di lavoro.

Una significativa presenza di immigrati coreani è presente poi anche nei territori delle ex repubbliche sovietiche (come Uzbekistan e Kazakhstan); così come nell’isola di Sakhalin, nelle Filippine, in Vietnam e in Brasile.

Nella mappatura della diaspora coreana rientrano poi anche altri gruppi particolari, come quello dei coreani adottati, che vivono principalmente nei Paesi occidentali più ricchi; o come quello dei ‘vicini’ nordcoreani, un tentativo di categorizzazione all’interno del fenomeno della ‘diaspora’ che non incontra però consenso unanime tra gli stessi sudcoreani, che continuano a considerare il Nord come parte integrante (o che tale dovrebbe ritornare) dell’intera penisola coreana.

È noto che i cittadini di etnia coreana residenti all’estero tendono a mantenere un forte legame identitario con la Corea del Sud, un Paese dal carattere fortemente nazionalista e attento alla questione dell’identità etnica. Ma qual è, oggi, la percezione delle principali comunità coreane all’estero della propria patria d’origine?

Ne abbiamo parlato con Daniel Jong Schwekendiek, della Sungkyunkwan University di Seoul, autore del testo ‘Korean Migration to the Wealthy West’ (2012).
La maggior parte dei coreani americani percepiscono gli Stati Uniti come loro vera patria e come un luogo migliore dove vivere rispetto alla Corea” ci spiega Schwekendiek. “Stando a un sondaggio del 2009, solo il 3% degli intervistati ha affermato di avere intenzione di ritornare in Corea nel breve periodo, e il 13% nel lungo termine (riferendosi solitamente al periodo successivo al pensionamento). Circa 8 individui su 10 affermano di voler rimanere negli Stati Uniti, il che indica che percepiscono il loro Paese di accoglienza come la loro nuova ‘Patria’. Pur in mancanza di statistiche precise per quello che riguarda i coreani presenti in Germania, dai dati raccolti risulta che la maggioranza di essi desideri prolungare la propria permanenza. Per quanto riguarda gli individui di origine coreana adottati negli Stati Uniti, circa un 76% ha affermato di essere orgoglioso di essere ‘americano’, rispetto a un 72% che ha sostenuto di essere orgoglioso di essere ‘coreano’. Queste cifre indicano che la maggior parte di essi percepiscono tanto il Paese ospitante che il proprio Paese di origine in modo positivo, ma una percentuale leggermente più grande (di circa 4 punti) è più spesso orgogliosa della propria identità occidentale piuttosto che di quella orientale. Tuttavia, si dovrebbe nel complesso anche notare che i coreani adottati si sentono generalmente meno fieri di essere americani rispetto all’americano medio (il 95% degli americani rispetto al 76% dei coreani adottati)“.

Il Governo sudcoreano offre diversi programmi a sostegno dei coreani residenti all’estero che desiderino mantenere i contatti con le proprie radici culturali, come borse di studio e visti speciali di studio o di lavoro in Corea del Sud.

Le politiche attuate dalla Repubblica di Corea nei confronti dei propri cittadini «di origine coreana» dislocati oltreoceano, che riguardano tanto la gestione dei rimpatri quanto il mantenimento di una rete di connessioni con le comunità della diaspora, rispondono però a una serie criteri che evidenziano la non omogeneità nel trattamento di alcuni gruppi di individui rispetto ad altri. Viene privilegiata, ad esempio, la concessione del diritto di cittadinanza ai cittadini coreani più anziani rispetto a quelli più giovani; viene inoltre incoraggiato il rimpatrio nei confronti dei soggetti che abbiano mantenuto un più forte legame culturale e identitario con la madrepatria, valutando il livello di maggiore o minore assimilazione culturale nei confronti dei diversi Paesi ‘ospitanti’ come discrimine per considerare un’eventuale ‘ri-accoglienza’, secondo un vero e proprio principio di gerarchia etnica‘.

Alcuni coreani cresciuti in Occidente hanno sperimentato crisi di identità“, prosegue Schwekendiek. “Tuttavia, il fenomeno varia a seconda dei singoli gruppi. A mio parere, gruppi di carattere ‘ben definito’, come quelli appartenenti alla prima generazione di coreani (cioè i genitori), così come la seconda generazione (cioè i loro figli nati in Occidente), comunemente hanno meno problemi nell’optare per una identità nazionale piuttosto che l’altra. I gruppi intermedi‘, come i coreani adottati o i coreani emigrati da bambini nei Paesi occidentali, apparentemente hanno più spesso problemi nel definire la propria identità. I bambini coreani adottati vengono per lo più allevati in famiglie occidentali di bianchi, pensando di essere completamente occidentali, ma in seguito può capitare che il loro ambiente li faccia sentire esclusi a causa della loro razza. Questo provoca un problema di identità, al punto che statisticamente 8 individui su 10 affermano di aver sperimentato almeno una crisi di identità nel corso della loro vita, come emerso da un sondaggio del 2008. Lo stesso problema è stato riscontrato nei coreani emigrati da bambini. Nel corso del loro periodo di formazione essi vengono esposti a un doppio stress culturale, e a volte presentano problemi di padronanza tanto della lingua coreana che di quella occidentale. Bisogna però notare che sono certamente presenti anche esempi positivi in questi gruppi intermedi. Alcune dei coreani residenti all’estero di maggior successo sono proprio i coreani immigrati in età infantile e i coreani adottati.”

Ma per la Repubblica di Corea la valenza della diaspora coreana non è solo di carattere identitario e culturale. Il ruolo delle comunità coreane oltreoceano investe anche il contesto geopolitico ed economico, arrivando in qualche modo a influenzare la qualità delle relazioni bilaterali  -e in particolare le relazioni commerciali-  tra la Corea del Sud e i Paesi che ospitano comunità coreane. Data la tendenza da parte delle comunità coreane oltreoceano nel mantenere abitudini e costumi della terra d’origine, specialmente dal punto di vista alimentare, è stato riscontrato che l’esportazione di prodotti provenienti dalla Corea del Sud verso i Paesi che ospitano una presenza significativa di comunità coreane è decisamente incentivato.

Altri fenomeni legati alla diaspora che presentano un forte impatto sull’economia sudcoreana sono il trasferimento di fondi (un’altra forma di mantenimento dei legami con i propri familiari rimasti in patria) e la presenza di una manodopera a basso costo composta da lavoratori di origine coreana rimpatriati, caso davvero peculiare nell’ambito del fenomeno globale delle diaspore. La presenza di forza lavoro a basso costo proveniente dall’estero, ma di origine coreana, serve infatti a soddisfare una richiesta che verrebbe altrimenti inevitabilmente coperta dalla manodopera straniera.

Un fenomeno, quest’ultimo -così come anche il principio di ‘gerarchia etnica’ adottato nell’ambito della politica dei rimpatri- che diventa dunque comprensibile se analizzato dal punto di vista dell’ideologia etno-nazionalista, fondata sulla preservazione della propria identità etnica, che da sempre permea la cultura coreana tradizionale così come quella contemporanea.

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->