sabato, Ottobre 16

La destra è morta, condoglianze field_506ffb1d3dbe2

0

La destra è morta quando ha rinunciato al pensiero dei suoi intellettuali migliori, quali erano e sono Franco Cardini, Giano Accame, Marco Tarchi, Massimo Fini, ossia coloro a cui non poteva essere appiccicata l’etichetta di una fazione politica di cui i medesimi quattro dichiaravano insussistenza .

La destra è morta quando Gianfranco Fini e i suoi fidi scudieri la svendettero per assaporare l’ebbrezza di un ministero, di un sottosegretariato, di un’auto blu, di un privilegio micragnoso, di una verifica di governo, insomma di una sensazione di cui non avrebbero mai colto la transitorietà.

La destra è morta quando ha spregiudicatamente abbracciato la peggior causa garantista dell’umanità, in favore di un capo dispensatore di prebende, di soldini e di ninfette. Di un indifendibile che lì si trovava per avventura – un’ultima avventura poi divenuta perpetua – e che tuonava contro una giustizia a orologeria che soltanto a babbo morto sarebbe suonata. Dopo che la destra si era dimostrata capace di votazioni indegne di sé.

La destra è morta quando ha cominciato a baloccarsi in una comicità che mai le era appartenuta, occupando in pianta stabile il Bagaglino, che pure vantava una tradizione eccellente di non conformismo ma che ormai si era ridotto a una palestra di giullari pronti a tutto pur di rendersi innocui dinanzi al re.

La destra è morta nonostante i suoi pionieri migliori, che questo decesso avevano saputo annunciarlo con ben altro spessore rispetto al crollo morale e civile in atto: da Zeev Sternell a Carl Schmitt, a George Mosse, ad Armin Mohler, a Julius Evola. Nomi orecchiati da una classe dirigente incolta, presuntuosa e battutista che di questi giganti non aveva letto nemmeno un paragrafo.

La destra è morta nonostante il Novecento letterario di Pierre Drieu La Rochelle, di Ferdinand Céline, di Knut Hamsun, di Ernst Junger, di Jorge Luis Borges, tutti Autori di genio che avevano mostrato di saper narrare il mondo al di là delle loro stesse idee e di descriverne la decadenza: «L’uomo che a poco a poco si apre alla banalità si arrende come una fortezza in cui, una volta incrinate le fondamenta, non si troveranno più né forza né mistero.»

La destra è morta quando ha perduto Friedrich Nietzsche, tanto per l’irrinunciabile tara mentale del superomismo quanto per le proprie malattie razziali. E perché oltrettutto non ha avuto né la forza né la fantasia di farne un filosofo di riferimento, così perdendo ogni diritto sulla Nietzsche-Renaissance francese di cui Alain de Benoist avrebbe saputo essere brillante epigono.

La destra è morta per lo scadimento morale, politico e progettuale della sua rappresentanza parlamentare degli anni Novanta, una squadra di panchinari e di mezze calzette che da un decennio affollava gli spogliatoi e che nel 2001 si è ritrovata tutta quanta miracolata, in Camera e in Senato.

La destra è morta quando ha tacciato di tradimento gli eretici di ‘Futuro e Libertà’, unica via d’uscita dalla tracimazione di fanghiglia che appena dopo si sarebbe portata via le briciole della politica rimaste attaccate alla poltrona. E questo linciaggio l’aveva organizzato salendo su pulpiti inverosimili, con Gianni Alemanno a fingersi leader di quella destra sociale che per anni aveva disprezzato molto missinamente.

La destra è morta quando Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri divennero personalità eminenti di quel povero mondo, invece di rimanere un po’ nascosti, come sarebbe stato il caso, per opportunità, per pudore o per un vago senso del bello e del talento.

La destra è morta quando ha fallito l’ultimo aggancio al mondo giovanile hobbit e a certi validi ragazzi che lo animavano, tant’era il loro desiderio di mutare in altro l’universo simbolico del saloismo, aprendosi alla curiosità del più incerto avvenire.

La destra è morta quando i suoi ‘intellettuali’ di riferimento sono diventati macchiette televisive e giornalistiche, servendo i loro padroni al di là di ogni ragionevolezza, facendo eco al frastuono delle liti e degli insulti, di volta in volta acclamando un nuovo ducetto, oppure tornando all’ovile in regime di incertezza.

La destra è morta quando la sua rappresentanza femminile si è ridotta alla triade popolar-borghesotta Mussolini-Carfagna- Santanché, nulla a che vedere con una moderna idea di genere e tutto a che fare con gli stereotipi del peggior femminile, spietato, arrogante e livoroso.

La destra è morta quando Giorgio Almirante si trasformò definitivamente in un attore drammatico e, come tale, venne applaudito da platea e galleria, concedendo sempre il bis più prevedibile nonché un commiato abbastanza mesto, considerata l’evidenza dei successori.

La destra è morta quando ha defenestrato Indro Montanelli, le cui opinioni sarebbero state, di fatto, oscurate dal pensiero unico di una destra malata, che nel più brutto imitatore, Vittorio Feltri, riscopriva il suo piglio polemico, bava e bile alla bocca comprese.

La destra è morta perché abbandonò al suo destino Paolo Signorelli, il quale a tutt’oggi detiene il record nazionale di carcerazione preventiva: dieci anni. Accusato di tutto, condannato sul nulla fino a tre ergastoli e poi assolto da ogni imputazione, a vita spezzata e rinunciando a qualsiasi risarcimento parlamentare.

La destra è morta quando mise la parola rivoluzione in mano a dei pistoleri disperatissimi, che sparsero a vanvera lutti e dolori, dimenticato persino il furore originario che andava animando le loro orribili imprese.

La destra è morta oggi che invoca, come in un rito apocrifo, gli avventi di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni a capo di un’accozzaglia di sbandati e in rappresentanza della parte più meschina e più volgare del paese.

La destra è morta com’è morta la sinistra, con la differenza che la seconda se n’è accorta, e pure se ogni tanto si agita, sa bene che il suo tempo è passato.

La destra è morta, basta palle.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->