mercoledì, Giugno 23

La deriva autoritaria della Tunisia field_506ffbaa4a8d4

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Già a marzo, all’indomani dell’attentato del Bardo, le autorità hanno interpretato la questione come un cancro da estirpare chirurgicamente con ladozione di rigidi controlli e misure di sicurezza. C’era la necessità di rassicurare sia una popolazione sconvolta che un’opinione pubblica estera per la quale la Tunisia non poteva più essere considerata una meta turistica sicura, ma c’era anche il velato intento di sorvolare sulle cause del problema, interrogandosi perché i giovani tunisini decidano di intraprendere la via del jihad.
In seguito all’attentato di Sousse, le misure di sicurezza si sono inasprite. Il Governo ha annunciato la chiusura di circa 80 moschee, lo stato di zone militari chiuse per le aree di montagna dove si si sospetta siano nascosti i terroristi, la dotazione di armi alla polizia turistica all’interno di hotel e spiagge, la modifica – in senso più restrittivo – della legge sulle associazioni e il possibile scioglimento di enti e partiti sospettati di non rispettare la Costituzione. Inoltre, da diversi mesi, inoltre, i giovani sotto i 35 anni sono oggetto di arbitrari divieti a lasciare il Paese, specialmente se diretti verso mete dove si ritiene siano ubicati i principali campi di addestramento per aspiranti combattenti, a cominciare da Algeria e Libia. Proprio per ‘sigillare’ il confine con Tripoli, noto per la sua permeabilità e attraverso il quale si registra un continuo transito armi e combattenti, l’esercito tunisino costruirà una barriera di sabbia lunga 168 chilometri. Il 4 luglio è stato introdotto lo stato di emergenza per 30 giorni, poi esteso per altri due mesi il 31 luglio. Lo stato d’emergenza nel Paese nordafricano, disciplinato con un decreto legislativo del 1987, era stato dichiarato l’ultima volta fra il gennaio del 2011 e il marzo del 2014, dopo la cosiddetta ‘rivoluzione dei gelsomini’ che aveva portato alla deposizione dell’ex Presidente Ben Ali. Grazie all’estensione del provvedimento, considerato necessario in ragione della ‘persistenza della minaccia terrorista’, le forze dellordine godono di poteri speciali che consentono loro l’adozione di misure sommarie e su diversi aspetti della vita civile, come il divieto di scioperi e manifestazioni che siano ritenute ‘causa di instabilità’ o la possibilità di esercitare un ampio controllo sulla stampa.
Inoltre, l’attività di contrasto al terrorismo ha prodotto unondata di arresti e perquisizioni quanto meno controversi. Tutte azioni, almeno stando a quelle rese note ufficialmente, che fanno pensare ad un fenomeno di organizzazioni terroristiche nel Paese piuttosto vasto, i cui tentacoli si estendono ben al di là dei confini del Paese. In effetti, secondo Scotland Yard gli attentati terroristici del museo del Bardo e di Sousse sono legati tra loro: lo ha affermato il capo della cellula antiterrorismo della polizia britannica, Richard Welton in un comunicato in cui gli investigatori del Regno Unito confermano l’esistenza di relazioni tra i due attentati. Un collegamento già confermato dalla polizia tunisina nei giorni successivi alla strage del resort del 26 giugno scorso nel corso di una conferenza stampa tenuta dal segretario di Stato Rafik Chelli e più volte ribadito dai vertici della sicurezza nazionale. E’ stato provato tra l’altro che il killer di Sousse Seifeddine Rezgui conobbe i due attentatori del Bardo nel campo di addestramento jihadista di Sabrata nella vicina Libia. Sull’altro versante, nella regione montuosa tra Khanchela e Tebessa, vicino al confine con la Tunisia, da settimane gli uomini dell’esercito algerino stanno svolgendo una grande grande operazione per scovare i terroristi. Nell’ambito di quest’azione lo scorso 17 agosto l’esercito ha bloccato un gruppo di 40 terroristi legati ad Al Qaeda nel Maghreb (Aqmi), fra cui, sostengono alcune fonti, il leader Abdelmalek Droukdel alias Abou Mosaab Abdel Woudoud.
Molti osservatori hanno iniziato ad interrogarsi sul perché questo lavoro non sia stato fatto prima dell’inizio della stagione turistica e, soprattutto, se le azioni sin qui compiute dalle autorità siano state legittime e opportune. Gli arresti stanno ponendo un serio conflitto tra la magistratura e gli organi di polizia. In agosto il ministero dell’Interno ha reso noto che una cellula terroristica di stampo jihadista di 7 persone è stata smantellata a Ben Arous, città costiera non lontana dalla capitale. I sette fermati, accusati di pianificare attentati terroristici, sono stati messi a disposizione dell’autorità giudiziaria. Tuttavia il giudice del tribunale di Tunisi ha deciso di rilasciare Mohamed Amine Guebli, il terrorista sospettato di essere il leader della cellula terroristica responsabile dell’attacco al Museo del Bardo. Il tribunale ha deciso inoltre di procedere al rilascio di altre sette persone arrestate in precedenza con le stesse accuse. Così da un lato le forze di sicurezza hanno aumentato le operazioni antiterrorismo con arresti simultanei di centinaia di persone, mentre dall’altro i giudici, dopo i dovuti interrogatori, tendono a rilasciare persone considerate estranee ai fatti. Un clima che sta suscitando profonde polemiche da parte di partiti politici e attivisti per i diritti umani che hanno accusato la polizia di compiere arresti arbitrarie molto simili a quelle condotte durante il deposto regime.
C’è poi un altro punto da considerare: le nuove misure di sicurezza decise dal Governo non hanno affatto reso il Paese più sicuro. Nel tardo pomeriggio del 19 agosto tre poliziotti, in atto di recarsi al lavoro, sono stati oggetto di colpi di fucile da caccia calibro 16 sparati da due uomini a bordo di una grossa motocicletta nei pressi del ponte dopo l’incrocio della strada che porta a Msaken, a 7 chilometri da Sousse. Uno di loro è deceduto durante il trasporto all’ospedale, gli altri due non sono stati colpiti. A Sousse, un mese dopo l’attentato del resort (precisamente il 25 luglio), una pattuglia della polizia di servizio all’entrata della città di Zaouiet Sousse è stata fatta oggetto di colpi di fucile, nelle prime ore del mattino da parte di due individui in moto, poi datisi alla fuga. I due fuggitivi non sono mai stati trovati.
Per il segretario al Ministero dell’Interno tunisino, Rafik Chelly, resort turistici, istituzioni governative, caserme di polizia e forze di sicurezza, rappresentanze diplomatiche, centri commerciali e carceri sono tutti possibili obiettivi terroristici. Chelly ha precisato che in questi mesi vi sono stati diversi tentativi di attacchi, prontamente sventati dalle forze di polizia. Secondo il funzionario del Governo, fra gli obiettivi vi sarebbero anche i centri penitenziari dove sarebbero avvenuti alcuni tentativi di evasione. La situazione descritta da Chelly rappresenta il quadro delle preoccupazioni del governo tunisino che teme nuovi attacchi in concomitanza con il deterioramento della crisi in Libia.
In ogni caso, se lobiettivo del terrorismo era colpire la Tunisia al cuore della sua economia, vale a dire il turismo, che contribuisce alla ricchezza nazionale per il 7%, questo può dirsi pienamente raggiunto. Secondo i dati diffusi dal governo, Nel secondo trimestre del 2015 il Prodotto interno lordo tunisino è cresciuto dello 0,7% rispetto allo stesso periodo del 2014, meno del previsto e meno del +1,7% messo a segno nei primi tre mesi dell’anno, certificano dati ufficiali. Il Governo ha già tagliato dello 0,5% le proprie previsioni di crescita del Pil per l’intero 2015, inizialmente stimato in un +3%, e a fronte di un incremento del 2,3% conseguito nello scorso anno. Il governo, inoltre, prevede di chiudere il 2015 con un deficit di bilancio pari al 5% del Pil nazionale, contro il 5,8% registrato nel 2014. Una delle ragioni sta nel fatto che le prenotazioni negli alberghi e negli altri luoghi di villeggiatura hanno subito un crollo verticale: mancano all’appello un milione di presenze rispetto ai livelli registrati nello scorso anno.
La crisi economica è un altro aspetto del problema. Dovrebbe essere il primo punto sull’agenda di governo ma è relegato in secondo, terzo piano dall’urgenza di ripristinare l’ordine e la stabilità. In altre parole, la sicurezza sicurezza ha finito di distogliere l’attenzione dalla realtà di un’economia stagnante, troppo dipendente dai capitali e dalla domanda esteri e per questo incapace di stare sulle proprie gambe. Agitare la carta del terrorismo consente alle autorità di rinviare a tempo indeterminato la necessità di riformare un sistema al collasso.
Questa è una delle possibili chiavi di lettura di un’involuzione politica iniziata fin dallo scorso anno. Se l’elezione di Beji Caid Essebsi, ministro degli Esteri sotto Bourghiba negli anni Ottanta e presidente della Camera sotto Ben Ali, alla presidenza della Repubblica tunisina a fine 2014 era stata salutata come il trionfo della laicità, appena pochi giorni dopo tali entusiasmi sono stati spenti dalla scelta del nuovo Parlamento di nominare un primo ministro anch’esso proveniente dal vecchio regime: Habib Essid, funzionario di spicco del ministero dell’Interno dell’era di Ben Ali, già Ministro dell’Interno nel governo transitorio che ha seguito la caduta del dittatore. Essid guida un esecutivo appoggiato da Nidaa Tounes, formazione laica vincitrice delle elezioni del 2014 e che raccoglie al suo interno diversi politici dell’epoca di Bourguiba e Ben Ali, in coalizione con Ennahda, partito dell’Islam politico, gli ultraliberali Afek Tounes e Union Patriotique Libre. Quelli che avevano salutato gli ultimi risultati elettorali come il trionfo della democrazia tunisina sull’oscurantismo e la violenza di ispirazione religiosa hanno poi dovuto ricredersi di fronte alla nutrita presenza di vecchi pezzi del vecchio regime all’interno delle nuove istituzioni tunisine. Vecchio regime che era solito giocare la carta dell’estremismo per mantenere una stretta alleanza con le potenze occidentali all’esterno e per fornire una giustificazione di facciata per qualunque pratica restrittiva nei confronti degli spazi di libertà all’interno.
Si ha insomma l’impressione che il ritorno al potere dei vecchi quadri di Ben Ali coincida sempre di più con il ripristino delle vecchie pratiche autoritarie proprie della sua dittatura, con buona pace di quella ‘rivoluzione dei gelsomini’ che, come detto, aveva illuso un po’ tutti sulla Tunisia come esempio di successo, forse l’unico, delle cosiddette ‘primavere arabe’.

 

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