domenica, Giugno 20

La democrazia in riserva image

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Poveri italiani. Costretti  prima a restare chiusi, come il soldato giapponese ignaro della fine della guerra, nel recinto della contesa immaginaria tra fascisti e comunisti  e poi a dover scegliere, per venir fuori dalla palude mefitica, tra l’annullamento anche del minimo sindacale di decenza e il rischio di veder sfumare la promessa di un futuro finalmente ‘normale’.

L’argomento è la decisione del Presidente del Senato Pietro Grasso di costituire parte civile l’istituzione da lui diretta nella vicenda, gravissima, datata 2008, dell’accertata compravendita di parlamentari in un momento cruciale della vita politica italiana, un momento che avrebbe potuto costituire la tanto invocata sconfitta politica di Silvio Berlusconi e che invece segnò la caduta del governo di Romano Prodi, unico avversario in grado di tener testa allo strapotere del Cavaliere.  

E’ fuor di dubbio che la decisione di Grasso renda meno fluida la lunga, penosa  ma fondamentale operazione di rinnovamento della geografia politica italiana avviata da Matteo Renzi  col dialogo costruttivo tra i due blocchi graniticamente incompatibili che, pur assumendo sembianze diverse nel corso degli anni, bloccano il cammino del nostro paese verso il sospirato esercizio di una democrazia compiuta basata sull’alternanza.

Due blocchi mutanti come  generazioni di mostri alieni, ma immutabili nello spirito della contrapposizione primigenia, dalla quale generazioni di leader poco illuminati,e non di rado influenzati da presenze e interessi oscuri, non sono stati in grado di esercitare la provvidenziale arte maieutica per estrarre, dopo una gravidanza dai tempi abnormi, il feto di una Repubblica moderna, adeguata al ruolo che le compete per Storia e importanza geopolitica.

D’altra parte, non si può chiedere troppo alla coscienza di un popolo.

Non si può pretendere che i bizantinismi di una politica lontana anni luce dalla testa e dalla pancia della gente comune siano compresi e tollerati a tempo indeterminato da un paese ormai allo stremo.

Se esistesse una spia che indica il livello di fiducia popolare nella propria classe dirigente, avrebbe smesso già da molto di lampeggiare, e sarebbe in rosso fisso da un bel po’, come dimostra il consenso raccolto da un movimento come quello di Beppe Grillo, che esprime un vuoto propositivo pari solo alla violenza senza precedenti espressa dai suoi rappresentanti in Parlamento.

Dunque, bene hanno fatto il Premier Enrico Letta e il Segretario del Pd Matteo Renzi a non esprimere, a caldo, opinioni nette sulla decisione di Grasso, perché troppo esasperato è il momento che vive il nostro paese e troppo grandi sono lo scoramento e lo sconcerto dei cittadini sotto i colpi incessanti di una politica ormai impenetrabile a qualsiasi comprensione logica.

Cerchino invece, con la pazienza e la lungimiranza di cui solo loro sembrano essere dotati nello schizzato panorama attuale, di trovare ed esaltare insieme quella dote essenziale che si chiama senso dello Stato, così carente nella nostra Storia e così necessaria, ora più che mai, per non perdere il filo sempre più esile che ci lega  alla speranza di un futuro migliore.  

 

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