mercoledì, Settembre 22

La deleteria amicizia tra Washington e Riyadh I due alleati, che hanno resistito a decenni di guerre, alla Primavera araba e all’ascesa del radicalismo islamico, si trovano ora di fronte a un difficile bivio

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L’amicizia di vecchia data tra Arabia Saudita e Stati Uniti è attualmente messa a dura prova. I due alleati, che hanno resistito a decenni di guerre, alla Primavera araba e all’ascesa del radicalismo islamico, si trovano ora di fronte a un difficile bivio, in seguito alla morte del novantenne re Abdullah lo scorso mese.

Con la salita al trono del fratellastro di Abdullah, l’ex principe ereditario Salman, 79anni, l’Arabia Saudita non è lo stesso regno di poche settimane fa. Dopo la scomparsa di Abdullah, nuovi attori sono comparsi sulla scena, ciascuno portando con sé una nuova dinamica. Resta da vedere come Washington si comporterà e si relazionerà nei confronti di queste nuove correnti politiche.

Se i cambiamenti introdotti da Salman a Riyadh rappresentano un’anticipazione di ciò che verrà, l’Arabia Saudita è prossima a un drastico cambiamento di tono politico. Pochi giorni dopo l’ascesa al trono, Salman ha stravolto la corte di Abdullah, destituendo la vecchia guardia per introdurre i nuovi uomini del re. Emettendo a raffica ben 30 decreti reali, Salman ha degradato e promosso funzionari in posizioni chiave – a livello militare, religioso, amministrativo. Questi cambiamenti hanno visto i principi Mishaal e Turki bin Abdullah, due figli di Abdullah, sollevati dalle loro responsabilità, nonché i capi dell’intelligence e di altre agenzie chiave sostituiti insieme a un rimpasto di governo. L’atto più eclatante è stata la decisione di sollevare il profilo di due dei principi di terza generazione della dinastia Saud: il principe Mohammed bin Nayef , vice principe ereditario e ministro degli interni, e il principe Mohammed bin Salman, il figlio trentenne del re, che è ora ministro della difesa e capo della corte reale. Con così tanto potere concentrato nelle mani di Salman e dei suoi familiari, i reali del paese hanno avvertito il colpo.

Dato che Salman ha consolidato la sua posizione al trono mettendo da parte la linea di sangue di Abdullah in favore della propria, il Paese potrebbe presto prendere una nuova direzione. Tuttavia di quale direzione si tratti esattamente, non lo sa ancora nessuno. A causa delle tensioni che sembrano esistere tra i figli del fondatore della dinastia Al Saud, il potente regno potrebbe cadere vittima di profonde e gravi faide familiari.

Tuttavia, se i passati attriti tra questi due egemoni sono veritieri, il Medio Oriente e in maggior misura il mondo potrebbe trovarsi di fronte a un importante cambiamento politico, specialmente poiché la posizione stessa dell’Arabia Saudita nella regione sembra vacillare. “L’amicizia di Washington con Riyadh è vincolata dalla capacità di Al Saud di comandare non solo sull’Arabia Saudita ma sull’intera regione. I cambiamenti interni al regno e il cambiamento delle dinamiche di potere in Medio oriente e Asia hanno fatto sì che Al Saud perdesse la propria posizione a vantaggio di altre potenze in ascesa, la Turchia, l’Iran e in certa misura paesi come il Qatar”, ha riferito a L’Indro Mojtaba Mousavi, analista politico in Iran e caporedattore di Iran’s View.

“Qualora la dinastia dei Saud dovesse cadere, Washington potrebbe ritrovarsi senza amici nella regione”, ha continuato Mousavi. “Questa è un’evenienza con cui si stanno confrontando i funzionari USA. Più influenza perderà l’Arabia Saudita in favore delle potenze emergenti, maggiore sarà la divisione tra gli USA e l’Arabia Saudita. È importante ricordare che questa particolare amicizia è fondata sugli interessi. Politicamente, culturalmente e ideologicamente, queste due potenze si trovano agli antipodi, pertanto la loro alleanza cambierà o svanirà a seconda delle esigenze di ciascun attore”.

Nel 2007, Saleh al-Kallab, ex ministro dell’informazione giordano, ha paragonato il rapporto tra gli USA e l’Arabia Saudita a un “matrimonio cattolico dove non si può ottenere il divorzio,” ma sembra che un annullamento non possa essere escluso. Ciò che è iniziato circa sessant’anni fa come alleanza paradisiaca, un perfetto allineamento di geo-strategia, interessi politici e progressi finanziari, si è trasformato in una dicotomia diplomatica e politica, in cui l’amicizia di Washington con Riyadh ha impedito ai suoi funzionari di coltivare nuove amicizie e stringere nuovi partenariati strategici nel Medio Oriente e Africa settentrionale sempre più fluidi.

Nel mondo in rapido cambiamento del post primavera araba, la teocrazia assoluta dell’Arabia Saudita rappresenta una specie politica in via di estinzione. I governi occidentali – e in particolare gli USA – sono rimasti intrappolati in una soffocante camicia di forza politica. Dalla forza trainante della storia all’inerzia delle burocrazie o al potere delle lobby politiche, i funzionari si sono affidati a una vecchia mentalità e ad antiche alleanze per risolvere problemi nuovi. Questo è il paradosso saudita dell’America, ma si tratta anche di un’opportunità di cambiamento.

 

Il presidente e il re

Il vincolo che ha unito gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita durante gli ultimi sessant’anni è stato siglato durante un incontro clandestino tra il Presidente USA Franklin D. Roosevelt e il Re Abdul Aziz ibn Saud a febbraio 1945. Meno di un decennio dopo la scoperta di ampi giacimenti petroliferi nell’attuale Dharan, a est del regno, nel 1938, gli USA hanno stretto una fondamentale alleanza contro la Russia sovietica, una mossa che ne avrebbe garantito lo status come superpotenza sovraregionale. Tutti i presidenti americani e i re sauditi da allora hanno rispettato questa alleanza, uniti dalla consapevolezza che ciascuno aveva bisogno dell’altro per affermarsi come gigante politico.

Tuttavia, il tempo riesce a corrodere anche la più alta delle montagne. In virtù dell’accordo stipulato da Roosevelt e Abdul Aziz, gli USA si sono impegnati a comportarsi come alleati militari e guardiani della dinastia Saud, rappresentando una protezione di sicurezza per l’Arabia Saudita contro qualsiasi influenza esterna non americana, specialmente l’Unione Sovietica. Gli USA continuano a rispettare la propria parte dell’accordo vendendo armi e coordinando il relativo programma di sicurezza.

«Da ottobre 2010, al Congresso sono giunte proposte di vendite all’Arabia Saudita di aerei da combattimento, elicotteri, sistemi di difesa missilistica, missili, bombe, veicoli blindati e relative attrezzature e servizi, per un valore potenziale di oltre 90 miliardi di dollari», secondo una relazione di gennaio del Congressional Research Service.

Nel frattempo, una relazione dell’Istituto di ricerca per la pace di Stoccolma ha classificato l’Arabia Saudita al quarto posto tra i Paesi che investono di più nelle forze armate a livello mondiale, dopo la Russia e prima della Francia. Nel 2013, le spese militari saudite hanno raggiunto i 67 miliardi di dollari, pari ad un aumento del 118 per cento rispetto a febbraio 2004. In cambio, l’Arabia Saudita ha garantito agli USA, e alla futura alleanza NATO, una fonte energetica affidabile a prezzi ragionevoli, per contribuire ad attuare quello che sarebbe diventato il Piano Marshall per la ricostruzione dell’Europa. Avrebbe anche assicurato la leadership americana post-bellica mediante la NATO e un’impareggiabile crescita economica degli USA.

Questa alleanza è stata recentemente messa in gioco contro la Russia, quando Riyadh ha drasticamente abbattuto i prezzi del petrolio a scapito dell’economia russa per garantire la supremazia NATO-USA a est del Caucaso. Nel tentativo di ottenere protezione contro la crescente potenza della Russia sovietica, la dinastia Saud è stata più che contenta di riempire le casse americane di petrodollari, assicurandosi così un’amicizia duratura con una potenza troppo distante per rappresentare un’immediata minaccia egemonica.

Come l’autore e giornalista Stephen Kinzer ha ricordato nel suo libro del 2010 “Reset Middle East”, Abdul Aziz ha ammesso che aveva scelto di allearsi con gli USA anziché con potenze occidentali più vicine geograficamente. «Voi siete molto lontani», avrebbe detto il re a un funzionario americano. È sulla base di questa amicizia che gli USA sono riusciti ad allungare le distanze del proprio impero politico e militare, un impero reso forte dal costante afflusso di petrodollari e dal desiderio dell’Arabia Saudita di giocare la propria politica energetica mediante l’OPEC. Dato che il libretto degli assegni saudita si dimostrava così utile per un’America dipendente dai petrodollari, Washington e i suoi alleati occidentali hanno a lungo chiuso un occhio sui giochi terroristici di Riyadh.

Tuttavia sessant’anni dopo, la politica post-bellica di Roosevelt si è spostata dal proprio asse, rivelando una spaccatura che potrebbe presto dimostrarsi troppo ampia per essere saldata. Anche se si sono verificate fratture saudite-statunitensi in precedenza, come ad esempio l’embargo petrolifero del 1973, le conseguenze della Primavera araba insieme all’ascesa del radicalismo islamico potrebbero risultare troppo complicate da gestire per entrambi gli attori.

Jon B. Alterman, direttore del programma per il Medio oriente presso il Centro per gli studi strategici e internazionali di Washington, ha spiegato al ‘New York Times’ a gennaio: «I sauditi difficilmente riescono a pensare a un altro Paese o gruppo di Paesi che possa fare quello che fanno gli Stati Uniti. Allo tempo stesso, sono però preoccupati dal fatto che le intenzioni degli Stati uniti stanno cambiando in un momento in cui non hanno alternative e nemmeno la possibilità di trovare un’alternativa».

 

Un’amicizia logora

Le rotture presenti nel partenariato saudita-statunitense sono diventate più visibili a ottobre 2013, quando Abdullah ha compiuto il gesto senza precedenti di rifiutare l’ambito posto temporaneo ottenuto presso il Consiglio di sicurezza dell’ONU. L’affronto è stato seguito da avvertimenti del Principe Bandar bin Sultan, capo dei servizi di spionaggio sauditi, che il regno sarebbe uscito dall’orbita della Casa Bianca per via del fallimento del Presidente Barack Obama di attaccare la Siria per destituire il Presidente Bashar Assad, nonché per le dispute relative al sostegno della Fratellanza mussulmana in Egitto nei confronti del Generale Abdel-Fattah el-Sissi, capo delle forze armate egiziane, e all’esercizio di pressioni nei confronti dell’Iran in merito alle sue presunte ambizioni nucleari.

Secondo Riyadh, Obama si è dimostrato troppo timido nel sostegno dei moderati in Siria, non riuscendo così a ergersi come barriera nei confronti di un Iran sempre più potente, nemico per antonomasia dell’Arabia Saudita. «Questo era un messaggio per gli USA, non per l’ONU», Bandar ha riferito ai diplomatici europei in merito al suo rifiuto di sedere al Consiglio di sicurezza ONU.

Ora, con la scomparsa di Abdullah e la vecchia alleanza su terreno incerto, i funzionari USA si trovano ad affrontare un conflitto di interessi sempre più complesso nei confronti dell’Arabia Saudita, in cui i due vecchi amici hanno visioni profondamente diverse su come dovrebbe essere il Medio Oriente post-primavera araba e su quali politiche perseguire per raggiungere tale obiettivo. Anche se entrambi i partner potrebbero perseguire gli stessi obiettivi immediati, quali la rimozione di Assad e un Iran non nucleare, entrambi hanno visioni opposte su come raggiungerli.

Come constatato da David Gardner in un articolo per il ‘Financial Times’ nel 2013, «se loro [i sauditi]vogliono ritornare a un prepotente Wahabismo e perseguire un programma reazionario e settario potenziato dai petrodollari, allora forse è il momento giusto per rivedere questa relazione». Tuttavia, la politica estera è solo un aspetto del problema. L’amicizia dell’Arabia Saudita è diventata più di un semplice dilemma politico o la manifestazione dell’eccezionalismo americano, si è trasformata in una responsabilità politica nociva. Guardando alla guerra al terrore americana e al suo perseguimento di un nuovo ordine mondiale, è difficile immaginare l’Arabia Saudita come un valido partner, specialmente quando la sua leadership rappresenta la negazione stessa della democrazia.

Però come ci si libera dalla presa delle realtà finanziare? “Gli Stati Uniti si trovano a un arduo bivio in merito all’alleanza strategica di lunga data con l’Arabia Saudita. Se Washington continuasse a sostenere Riyadh inequivocabilmente, gli effetti negativi della politica estera saudita sugli interessi USA in Medio Oriente potrebbero ben presto superare quelli positivi,” ha riferito a L’Indro Anthony Biswell, analista politico sul Medio oriente e consulente esterno per lo Yemen per IHS Global Limited.

 

Il paradosso saudita-americano

Anche se i funzionari USA in passato possono aver ignorato le problematiche democratiche e in materia di diritti umani dell’Arabia Saudita per il bene della stabilità regionale e di una prospera economia mondiale, l’opinione pubblica americana è diventata sempre meno accondiscendete.

Come ha scritto Adam Taylor per il Washington Post lunedì: «Gli Americani e altri occidentali sembrano essere diventati sempre più scettici circa la natura del loro alleato. In particolare, un’insolita serie di circostanze, tra cui la temibile ascesa dello Stato islamico, la morte del re saudita Abdullah e le rinnovate preoccupazioni sui legami sauditi con gli attacchi dell’11 settembre, hanno generato un significativo dibattito pubblico circa i reali valori dell’Arabia Saudita».

E qui emerge una linea di faglia che i funzionari USA potrebbero non essere più in grado di motivare razionalmente ai propri concittadini. Infatti, se Washington definisce Assad come un feroce despota anti-democratico che deve essere deposto, come può giustificare le decapitazioni e fustigazioni pubbliche della dinastia Saud? Uno dei regimi più oppressivi e dittatoriali della regione, il curriculum saudita in materia di diritti umani è terrificante e sanguinoso.

In una relazione di gennaio, Adam Coggle, un ricercatore sul Medio oriente e Africa settentrionale per Human Rights Watch, elenca alcune delle violazioni dei diritti umani di Abdullah, portando alla luce alcuni dei peggiori segreti di Al Saud: repressione sistematica, severe punizioni corporali e abusi contro i lavoratori migranti.

L’evento più scioccante è stata la condanna nel 2014 del blogger saudita Raif Badawi alla fustigazione pubblica. Attivista pro-democratico, Badawi è stato condannato a 1.000 frustate e 10 anni di prigione per essersi pronunciato contro il regime saudita. Se Washington ha trovato un ‘cauto riformatore’ in Abdullah, la narrativa di Salman appare decisamente più reazionaria. Il 26 gennaio, tre giorni dopo la morte di Abdullah, Salman ha decretato la sua prima decapitazione.

Mousa bin Saeed Ali al-Zahrani, un insegnante accusato di aver violentato diverse ragazze (un crimine che ha negato fino alla sua morte) è stato pubblicamente decapitato a Jeddah. Al-Zahrani è solo uno delle cinque persone che si presume siano state decapitate dalla salita al trono di Salman. In tale scenario, sempre più persone e i media stanno tracciando allarmanti parallelismi tra le pratiche di Al Saud e quelle dello Stato islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS).

Rivolgendosi all’International Business Times questo mese, Ali Al-Ahmed, un esperto saudita e direttore dell’Istituto per gli affari del Golfo con sede a Washington, ha sottolineato: «Sia l’Isis che la monarchia assoluta saudita si fondano sulla stessa ideologia e sullo stesso sistema di interpretazione religiosa nel loro approccio punitivo. Il processo giudiziario saudita, se così si può chiamare, è lo stesso dell’ISIS». Questa potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso: l’ideologia politica dell’Arabia Saudita non potrà mai conciliarsi con l’idealismo democratico americano. Tuttavia, la dipendenza di Washington dal petrolio e dal denaro saudita ha spinto la classe politica a soprassedere alle violazioni dei diritti umani. «E’ ora di interrompere un rapporto intriso di compiacenza da parte dell’Occidente e traboccante di dollari da parte dei sauditi, uno spettacolo di democrazie liberali che adulano una monarchia assoluta governata da precetti di teologi medievali», ha dichiarato Gardner nel ‘Financial Times’ nel 2013.

Secondo la valutazione dei funzionari USA circa la loro posizione nel regno di Salman attualmente in carica, questa transizione di potere potrebbe condurre a un cambio di politica o, come l’ha definito Biswell, a un ‘distanziamento politico tattico’.

 

Traduzione di Maria Ester D’Angelo Rastelli

 

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