giovedì, Settembre 23

La cura dell’Economia sociale

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A proposito di turbo-capitalismo, deregulation, globalizzazione (argomenti del mio precedente intervento), un lettore mi ha scritto: “Ma se la situazione è questa, non c’è proprio soluzione? Dobbiamo rassegnarci?”. La soluzione, anzi le soluzioni, ci sarebbero e vengono studiate da tempo. Alcune addirittura da qualche secolo. Possiamo citare Antonio Genovesi o il beato Giuseppe Toniolo, e sono anche teorie molto condivisibili, che non sempre trovano riscontro e possibilità di applicazione nel mondo contemporaneo. “Perchè?”, mi ha chiesto il lettore. Perchè la realtà di oggi è fatta di spregiudicatezza e profitto, e non è facile cambiarla. Un esempio: secondo il canale televisivo russo Rossiya 24 (non ne conosco l’affidabilità, vista la predilezione per la disinformazia del sistema ex sovietico), il noto finanziere George Soros avrebbe acquistato, in tempi non sospetti, quote notevoli del debito ucraino, fidando nell’intervento del Fondo monetario internazionale, come assicuratogli dal dipartimento di Stato Usa. Cosa puntualmente verificatasi all’inizio di marzo, quando l’Fmi ha varato un bailout (immissione di liquidità per evitare la bancarotta) da 17,5 miliardi di dollari. Adesso, secondo l’agenzia Adnkronos, starebbe per investire un miliardo di dollari nell’acquisto di terreni agricoli nello stesso Paese, chiedendo, però, secondo il quotidiano austriaco Der Standard, ai Paesi occidentali di garantire gli investimenti privati (come il suo) finanziandoli “a interessi Ue, molto vicini allo zero”. E bravo! Mi ricorda quell’imprenditore italiano che voleva realizzare un progetto interessante e mi rispose: “Ma se lo Stato e le banche non mi danno i soldi, io come faccio”?

La situazione è questa, ma non ci esime dal sondare ed analizzare i possibili correttivi. Ferma restando la necessità di introdurre innovazioni serie nel sistema finanziario internazionale che limitino e tengano sotto controllo, in modo più efficace di quanto non si faccia adesso, almeno la leva finanziaria ed il moltiplicarsi di operazioni impostate su basi fragili o inconsistenti, l’utilizzo di informazioni riservate (insider trading), l’aggiotaggio e le turbative di mercato. Fermo restando tutto questo, anche l’attività delle agenzie di rating, tutte americane, meriterebbe serie indagini ed approfondimenti.

Nel mondo dell’economia reale, il sistema che ha dato i risultati più interessanti è quello cosiddetto della economia sociale di mercato, che intende coniugare la libertà di mercato con la giustizia sociale. Ha dato risultati lusinghieri in Germania dove, negli anni della ricostruzione post bellica, ha posto le basi del ‘miracolo economico tedesco’ per iniziativa di Konrad Adenauer (uno dei padri fondatori dell’Unione Europea) e del ministro delle finanze, futuro cancelliere, Ludwig Erhard: un’economia mista basata su un capitalismo moderato da elementi di welfare sociale e principi cattolici. A tal proposito, in anni più recenti, Franco Bassanini, presidente della Cassa Depositi e prestiti, ed il senatore Mario Monti hanno parlato di una «economia sociale di mercato che valorizza il merito, i talenti, le capacità di tutti, a partire dal diritto all’istruzione, alla sicurezza, alla salute ed alla qualità ambientale». Una prospettiva esaltante, ma come la si realizzerebbe? Si parte dalla constatazione che il puro liberismo non è in grado di garantire una soddisfacente equità sociale. Gli individui devono poter operare liberamente ed in condizioni di pari opportunità. Il ruolo regolatore dello Stato (i cui confini non sono chiari, ma sono da definire) deve garantire la libera iniziativa, la libertà d’impresa e di mercato, la proprietà privata. Si vuole evitare la concentrazione del potere economico e politico ed un eccessivo antagonismo tra classi sociali (proprio quello che, invece, si sta realizzando nella società contemporanea). I teorici dell’economia sociale di mercato sono contro la pianificazione ed il collettivismo, ma anche contro il liberalismo sfrenato: il primo in corso di dismissione accelerata nel mondo, il secondo apparentemente vincente. Questa proposta di sistema economico è stata inserita nel Trattato di Lisbona del 2007 dai rappresentanti dell’Unione Europea. Negli anni più recenti si è intrecciata spesso con la dottrina sociale della Chiesa, che non riguarda il solo ambito socio-economico, bensì tutta la vita della società, nei suoi aspetti più complessi. Emblematiche le parole di Papa Francesco sulla tirannia del denaro che prevale sull’etica e sulla solidarietà, sulla negazione del primato dell’uomo. Sul tema si era espresso, già nella seconda metà dell’ottocento, il beato Giuseppe Toniolo: non era fautore della libera circolazione dei capitali, poichè era convinto che la finanza dovesse essere di supporto all’economia reale e non ridursi a mero mezzo di arricchimento, a tutto vantaggio di redditieri e speculatori.

Nel ‘700 Antonio Genovesi parlava di economia civile, esponendo l’idea che l’homo oeconomicus debba anche essere soggetto di relazioni, motivazioni, fiducia, e che l’attività economica abbia bisogno di virtù civili, di tendere al bene comune, più che alla ricerca di soddisfazioni individuali. Ne è convinto anche l’economista Stefano Zamagni che è stato tra i primi in Italia a riscoprire il valore e l’attualità di Antonio Genovesi. Parte anch’egli dal fallimento del modello neoliberista, in cui il mercato è stato il luogo dell’utilitarismo e sono stati lasciati ad altri ambiti della vita sociale questioni come l’altruismo e la filantropia. L’economia civile, invece, punta ad unire Stato, mercato e società civile, in linea con la dottrina sociale della Chiesa. Zamagni è critico anche verso l’economia sociale di mercato di marca tedesca: «Può funzionare in Germania, ma non in altri Paesi, come l’Italia o la Gran Bretagna». E forse non ha tutti i torti, pensando come in Italia manchino proprio i presupposti politici e sociali, e dove sono forse irripetibili certe peculiarità della Germania, come il capitalismo renano con l’associazione dei lavoratori e dei sindacati al capitale e la loro fidelizzazione alla vita dell’impresa. In Italia, per esempio, le Pmi di stampo familiare dovrebbero già da adesso cercare alternative di finanziamento che non siano soltanto il canale bancario, mentre è limitata a pochi ambiti (tra i dipendenti delle banche, per esempio) la distribuzione di utili aziendali sotto forma di azioni per legare maggiormente il personale alle sorti dell’azienda. Negli anni recenti, questo si spiega anche con la scarsità di utili prodotti dalle imprese e da distribuire tra gli azionisti ed, eventualmente, tra i collaboratori e dipendenti.

Come si vede, si tratta di sistemi e teorie che, con sfumature diverse, mettono al centro l’essere umano e la società, che possono riportare equilibrio tra mercato, finanza, economia reale e vita dei cittadini, smussando gli eccessi e realizzando principi di equità sociale. La loro applicazione pratica, però, non è affatto semplice. Primo, perché nel mondo globalizzato, la omogeneizzazione di sistemi è fondamentale, se non si vuole restare emarginati. Secondo, perché la teoria si scontra spesso con i comportamenti, le decisioni e le asperità umane, dei popoli e delle loro classi dirigenti. Il lettore che ho citato in premessa avrebbe voluto sapere, appunto, come potrebbero migliorare le cose in Italia, dove lui vive e dove deve affrontare, ogni giorno, le difficoltà della vita. Cominciando dalla scarsità di lavoro e di reddito. Le conclusioni cui possiamo pervenire devono tener conto di una realtà del tutto particolare, che non è solo dell’Italia. Qui da noi persistono fattori negativi, che ci penalizzano in modo evidente.

La società italiana è ormai caratterizzata da un circuito perverso che amalgama criminalità ed esponenti politici ed istituzionali, attraverso la corruzione. Come dimostrano le cronache quotidiane, il fenomeno è ormai pervasivo.

Non è stata mai affrontata correttamente la dicotomia tra Nord e Sud del Paese. La questione meridionale oramai da tempo non è più allocata nel dibattito nazionale. Una vasta porzione del Paese, comprendente almeno quattro grandi regioni, è stata lasciata alla discrezionalità ed all’iniziativa delle organizzazioni criminali, che controllano il territorio ed i sistemi economici locali. Lo Stato appare in ritirata e non sembra molto interessato a riprenderne il controllo.

Lo Stato è inefficiente. Da tempo non fa politica industriale. Non amministra correttamente la giustizia. Non rende attrattivo il Paese agli investimenti esteri. Le nuove generazioni sono in condizioni di debolezza, perchè non sono state correttamente educate ad affrontare le sfide della vita e sono state danneggiate nelle loro prospettive. C’è una straordinaria carenza di saperi, di cultura, di iniziativa.

Infine, a proposito di deregulation, l’Italia soffre di un eccesso di regolamentazione addirittura soffocante. Negli anni è stata creata una architettura burocratica che sembra, il più delle volte, fine a sè stessa. Non serve per aiutare i cittadini e le imprese, ma pare quasi che voglia ostacolarli. La spiegazione c’è e sta nel fatto che tutto questo ambaradan ha spesso solo basi clientelari. Serve per creare posti di lavoro inutili e, nei fatti, crea costi, disordine e confusione. Non è più procrastinabile la teoria di «uno stipendio vero per un falso lavoro» enunciata anni fa dall’economista napoletano Mariano D’Antonio. Non a caso, le disgrazie vere, anche per il bilancio pubblico, sono iniziate con la creazione delle Regioni e delle loro strutture, negli anni settanta.

Se il quadro è questo, e non viene in alcun modo riformato o modificato. Se non viene alla ribalta una classe politica seriamente motivata, ci tocca rispondere a tutti i personaggi che abbiamo citato: «Le vostre teorie sono interessanti e ci sono piaciute molto ma, scusateci, per il momento in Italia non siamo in grado di metterle in atto». E’ sempre, e sarà sempre, il discorso dell’essere umano che potrebbe realizzare il benessere e la felicità ma non è in grado di farlo, o non lo sa fare. Comunque, molto dipenderà da come si evolveranno le cose nel nostro Paese e in Europa.

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