sabato, Maggio 8

La cruna d’ago di Napolitano

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Chiamiamoli con il loro nome: irilancidi Silvio Berlusconi sono dei bluff, ma i suoi margini di manovra sono molto stretti, vere e proprie crune d’ago. Alla fine dovrà capitolare, dare il suo consenso alla nuova legge elettorale.

Sulla scena, catapultato dall’autorevolezza di chi l’ha messo nero su bianco (il fresco editorialista di ‘La RepubblicaStefano Folli, uno dei più sensibili e abili commentatori di politica italiana), un nuovo elemento: le possibili, probabili dimissioni del Presidente della Repubblica all’inizio del 2015. A dire il vero, il Presidente, nel momento in cui aveva accettato obtorto collo il secondo mandato aveva avuto cura di chiarire che non avrebbe concluso tutto il settennato, e che sua cura sarebbe stata quella di impostare le necessarie riforme istituzionali. Lo conferma un amico di sempre, e compagno di percorso politico, il Senatore Emanuele Macaluso: «Ha detto sempre, e con chiarezza, che avrebbe chiuso la sua seconda presidenza avviando un processo politico avviando un processo politico nuovo. E un processo politico è stato avviato».   

Napolitano, con chiarezza, già nell’aprile 2013, nel suo durissimo discorso d’insediamento: «Resterò fino a quando la situazione del Paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno».   

Com’è suo costume, Napolitano ha valutato (e valuta tuttora) i pro e i contro, e intende operare perché la sua uscita dal Quirinale non costituisca un ostacolo o un freno al lavoro del Parlamento e alla tenuta dell’Esecutivo. Il timore del Presidente è che le sue dimissioni possano diventare un ostacolo o un freno per la già farraginosa macchina parlamentare e costituire un pretesto per non varare quelle riforme che da sempre valuta come necessarie.

Si attenderà, dunque, la fine del semestre italiano per quel che riguarda l’Europa; e si lavorerà per evitare che si ripeta quanto accaduto nel 2013, quando un Parlamento incapace di uscire dalle sabbie mobili in cui si era cacciato bruciava candidati su candidati; il fatto che dopo 21 votazioni il Parlamento non sia riuscito a completare l’organico della Corte costituzionale di sua competenza, sicuramente fa riflettere gli inquilini dei vari Palazzi. E qui si torna a Berlusconi, a quello che vorrebbe fare, ma che non coincide con quello che può fare.

Il problema prioritario del leader di Forza Italia, è soprattutto quello di non restare isolato.
Perché questo non accada deve impedire che il cosiddetto ‘patto del Nazarenonaufraghi. Il nodo è costituito dalla nuova legge elettorale. Andare alle urne ora significherebbe votare con un sistema proporzionale semplicemente delirante che comporterebbe l’assoluta ingovernabilità del Paese. Berlusconi di questo è più che consapevole, e sa bene che il suo partito ne verrebbe travolto; e lui, 78 anni, definitivamente fuori gioco. Mossa, dunque, obbligata, quella di concedere credito a Matteo Renzi, anche a costo di mettere a repentaglio la sua credibilità, perché se un partito di opposizione di fatto non interpreta il suo ruolo, non si capisce cosa sia e cosa voglia fare. Il guaio è che se Berlusconi è in una situazione di semi-paralisi, Renzi non può esibire, nonostante i sondaggi favorevoli, un medagliere di prestigio.

La riforma del Senato può difenderla solo Maria Elena Boschi: dà voce, potere e influenza alle Regioni che si stanno rivelando Enti costosi e devastati dal malaffare, come e peggio delle Provincie; è partito a testa bassa contro i Sindacati (che fanno del loro meglio per aiutarlo in questo attacco), ma non c’è dubbio che Renzi non ha lo spessore e la stoffa di una Margaret Thatcher, che mai si sarebbe fatta impigliare nelle polemiche in corso sul job act o l’articolo 18; poteva piacere o no,  Thatcher parlava poco, e dopo aver fatto, le sue non erano promesse, erano bilanci.

Partito Democratico e Forza Italia sono entrambi divisi al loro interno. Renzi, però, ha un controllo del suo partito che invece  Berlusconi non ha. La minoranza dem si è rivelata finora meno insidiosa della fronda azzurra. La forza di Renzi è stata sempre la velocità; per questo non accetta il cincischiare tentato dal leader di Forza Italia. Deborah Serracchiani, vice-segretaria del PD e renziana inossidabile, avverte che sono pronti ad andare avanti da soli, e cercare i voti in Parlamento con chi ci sta.

Al di là della polemica sul chi non mantenga fede agli impegni, Berlusconi sa di dover dimostrare la forza della sua leadership, ultimamente messa in discussione non solo dalla componente di Raffaele Fitto ma anche dalla Lega e da Fratelli d’Italia, cioè dagli alleati con i quali Forza Italia dovrebbe presentarsi alle future elezioni. Per questo sta tentando di tenere a bada i suoi, preoccupati da sondaggi non esaltanti: è chiaro, infatti, che Fi non può permettersi di restare isolata dal gioco delle riforme, per di più con il rischio di essere sostituita su singoli temi dal Movimento 5 Stelle. Allo stesso tempo non vuole restare succube del decisionismo del Premier.

Anche Renzi non ha interesse alla fine del rapporto con il Berlusconi. Perché i numeri al Senato, senza Fi, sono sempre striminziti; poi perché l’intesa con i grillini, che hanno fatto balenare anche la possibilità di un accordo sul successore di Napolitano, non gli fornirebbe reali garanzie di tenuta. Non a caso il M5S parla di ‘balle’ a proposito di eventuali patti.

Secondo il Ministro delle Riforme, si sarebbe «molto vicini» ad una conclusione sull’Italicum, basata su capilista scelti dai partiti e preferenze per gli altri. Manca qualcosa sulle soglie di sbarramento. Il vertice di maggioranza tra Renzi e Angelino Alfano dovrebbe sciogliere quest’ultimo nodo.  

L’importante, a sentire i Democratici, è che non si impieghi troppo tempo. Renzi ha bisogno di risultati per fronteggiare quello che ‘Le Monde’ definisce un «avviso di maltempo»: le proteste dei Sindacati e dei lavoratori, le crescenti manifestazioni di piazza contro la crisi, gli statali sono pronti allo sciopero.

Il vero trofeo di Renzi si chiama Berlusconi, che non può accettare l’ipotesi di un prossimo Capo dello Stato che non sia condiviso. Per questo ha dato il suo sostanziale via libera al premio di maggioranza alla lista, come chiede Renzi. Una resa, perché non c’è sondaggio che non certifichi che Forza Italia è di gran lunga distanziata dal PD di Renzi e dal pur sgangherato Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo; una situazione da cui Berlusconi potrebbe uscire solo se la Lega Nord decidesse di ‘correre’ insieme a Forza Italia; improbabile, visto che tutta la politica di Matteo Salvini dichiaratamente punta alla cannibalizzazione del partito berlusconiano. Una situazione estremamente delicata, ed ecco il perché di un fiorire di dichiarazioni prudenti e timorose: «Napolitano al momento è un elemento di stabilità e se sta lì non è male», valuta il consigliere politico di Berlusconi, Giovanni Toti; «Serve maggioranza convergenza sulla scelta del successore di Napolitano», invoca Renato Schifani; «Napolitano farà per il meglio», taglia corto Pierluigi Bersani. «Ha dato una frustata al Parlamento», dice Macaluso, che poi aggiunge: «se la dai a un cavallo, questo si muove; se hai un asino, si mette a scalciare». Eccolo qui, senza girarci troppo intorno, il problema che hanno in comune Renzi e Berlusconi: evitare il calcio in faccia; se ci riusciranno e come lo sa il cielo.             

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