venerdì, Settembre 24

La cronaca nera delle morti bianche La sfida è quella di misurarsi con il mercato integrando le scelte di sicurezza e le risorse di funzionamento dell'impresa con l'obiettivo della massimizzazione relativa del profitto

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Il titolo potrebbe sembrare un ossimoro solo di colori mentre invece richiama la drammaticità degli avvenimenti: questa figura retorica parla di vita e di morte!

I dati sono eloquenti: le denunce di infortunio sul lavoro presentate all’Inail tra gennaio e giugno 2021 sono state circa 267.000 (+9% rispetto al 2020).

Le morti bianche sono 538 da gennaio a giugno 2021 e, rispetto al 2019, la crescita è dell’11,5%. Si dice morte bianca perchè non si identifica direttamente la mano della persona che uccide il lavoratore. C’è però la responsabilità delle condizioni di lavoro, degli ambienti e del management che deve assumere decisioni operative e crea azioni strutturali di sicurezza in azienda. La sicurezza dei luoghi di lavoro è un ‘tooldi management che le università e le business school dovrebbero sviluppare in ottica di responsabilità sociale d’impresa.

I controlli non sono sufficienti, la formazione e l’informazione latita perchè spesso i corsi non sono efficaci (quanti corsi hanno un test di verifica di apprendimento che consideri la specificità culturale e di apprendimento del segmento di lavoratori e dipendenti a cui ci si rivolge? E la didattica in lingua?). Il sindacato proponeuna patente a puntianche se i punti vengono calcolati prevalentemente dopo che l’infortunio o la morte è avvenuta.

In sintesi, non possiamo fermarci ai titoli della cronaca nera delle morti bianche. Non c’è accordo fra datori di lavoro e sindacato e, comunque, non si vede un compromesso che eviti parte delle morti. Il dibattito sulla sicurezza come costo o investimento è un approccio da ‘sepolcro imbiancato’: infatti, l’investimento genera vita mentre il costo è una visione contabile e statica.

Senza scomodare la frase d’effetto ‘la vita non ha prezzo’, forse è necessario dare una quantificazione più severa del danno arrecato a coloro che sono infortunati o ai parenti delle morti bianche. Ci sono le assicurazioni che spesso hanno un contenzioso artatamente dilatorio per il risarcimento.

Anche la sicurezza sul lavoro è parte del dibattito che auspica di massimizzare in modo relativo (non azzerare) il profitto che è un finalismo assoluto delle imprese. Esso diventa condizione di responsabilità sociale d’impresa ed è concetto insito negli interventi, citati spesso, di Larry Fink, ceo di BlackRock, il più grande fondo d’investimenti nel mondo, del manifesto della Business Roundtable (19 Agosto 2019), dei 181 top manager delle più importanti imprese USA ed in atri appelli.

Un incentivo efficace per la sicurezza nei luoghi di lavoro è ridimensionare la parte delvariabiledella retribuzione del management collegandola al tema della sicurezza. Una banale rilevazione da parte della commissione retributiva nelle spa e nelle politiche retributive delle imprese in generale.

Si quantifica la parte del variabile legandola a risultati interni ed esterni di welfare aziendale ed all’esterno per esempio collegandola ai BES (Benessere Equo Sostenibile) con una fiscalità premiale sulla retribuzione.

Specificatamente la parte variabile è da collegare agli infortuni evitati [anno x/anno (x-1)]; allo scostamento in negativo su percentuale  nazionale infortuni del settore e la percentuale  della propria impresa.

Una ulteriore e decisiva percentuale del variabile deve essere collegata alle morti dei dipendenti evitate rispetto alla percentuale nazionale del settore. La morte di un dipendente incide con una percentuale elevata sulla parte fissa retributiva e sulla parte variabile, calcolando anche il tasso di infortuni mortali e inabilità permanenti.

Le imprese ottemperano all’attivazione di standard di processo per la rendicontazione sociale ed ambientale di impresa per esempio  proposto dall’ISEA, the Institute of Social and Ethical AccountAbility, nel 1999. È a buon titolo definito un ‘framework’, poiché non definisce una serie di requisiti minimi da rispettare nella redazione di un documento di reporting, ma è uno ‘standard fondativosul metodo che ogni impresa può utilizzare per implementare un sistema di gestione della propria responsabilità sociale e sulla sicurezza. Il modello in analisi si propone sia come tentativo di sintesi e momento di congiunzione dei differenti approcci specialistici alla rendicontazione sociale, con particolare riferimento a GRI (per gli aspetti ambientali) e SA 8000 (per la gestione della sicurezza sul lavoro), sia come sistema autonomo per gestire e comunicare la rendicontazione sociale.

Inoltre, nelle imprese c’è il delegato alla sicurezza che dovrebbe giocare il suo ruolo nella catena e filiera di responsabilità anche alla luce del D.Lgs,231/ 2001. Pur tuttavia, nella ridda di responsabilità e controlli (forse troppo parcellizzati e solo formali), le morti bianche aumentano.

Una ulteriore azione è la formazione dei futuri manager in tema di sicurezza del lavoro e come pratica di management di successo. Purtroppo, nelle università non si tratta il tema come una opportunità di successo professionale, ma, dove se ne parla, come vincolo. Nelle scuole di management, quanti sono i corsi qualificanti sulla sicurezza del lavoro? Quasi zero.

Le  università hanno, da tempo, fatto propria, strategicamente e operativamente, la Terza Missione che concerne il completamento delle altre due missioni: Ricerca Scientifica e Formazione. Ma che cos’è la terza missione? E’ l’insieme delle attività con le quali gli atenei interagiscono direttamente con la società e il proprio territorio di riferimento, sia attraverso azioni di valorizzazione economica della conoscenza che più in generale attraverso attività ed eventi di ordine culturale, sociale e di divulgazione della scienza. La Terza Missione delle università si affianca alle due missioni ‘tradizionali’, ovvero insegnamento e ricerca. Nella Terza Missione c’è il tema della sicurezza dei luoghi di lavoro oltre all’attenzione al clima.

In conclusione, la sfida è quella di misurarsi con il mercato integrando le scelte di sicurezza e le risorse di funzionamento dell’impresa con l’obiettivo della massimizzazione relativa del profitto. Il management deve uscire dalla ‘cronaca nera delle morti bianche’.

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Sull'autore

Professore associato di Economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche presso l'Istituto di Pubblica Amministrazione e Sanità (IPAS). Direttore del Master in Management delle aziende cooperative e imprese sociali non profit (NP&COOP). Docente senior dell' Area Public Management & Policy della SDA Bocconi. Membro del comitato scientifico della rivista Non Profit, Maggioli Editore. Membro del comitato medico-scientifico della rivista Vivere oggi del Comune di Milano. Membro del comitato scientifico della rivista Azienda Pubblica, Maggioli Editore. Fondatore e promotore della collana "Aziende non profit. Strategie, struttura e sistema informativo", EGEA, Milano. Membro dell'editorial advisory committee di Health Marketing Quarterly e del Journal of Professional Services Marketing, The Haworth Press, Inc., Binghamton, New York. Membro del comitato scientifico dell'Unione Nazionale Imprese di Comunicazione, UNICOM. Membro dell'Associazione Italiana di Economia Sanitaria, AIES. Membro dell'Osservatorio Camerale Economia Civile, Camera di Commercio di Milano. Membro del comitato scientifico dell'Associazione Italiana Fundraiser di Forlì, ASSIFF. Membro del Consiglio di Gestione della Fondazione a sostegno della solidarietà sociale Umanamente, gruppo RAS. Membro del comitato etico di Coop Lombardia, Milano. Membro del comitato etico di Investietico, BPM Milano. Membro del comitato scientifico dell'Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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