sabato, Ottobre 23

La Crocifissa di Firenze (e altre storie) Un nuovo caso orribile insanguina Firenze: la scia di morte dei femminicidi

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Con l’occhio profetico dell’arte, Maurizio Cattelan, con il solito strombazzamento che accompagna le sue opere, Adelchi Riccardo Mantovani (pupillo dell’esagitato Vittorio Sgarbi), Marina Abramovic, tanto per rimanere sui contemporanei hanno rappresentato, con diversi significati metaforici, la donna crocifissa.

Tre giorni fa, a Firenze, precisamente a Scandicci, sulla strada del Cimitero – altro particolare inquietante, una donna è stata ritrovata crocifissa per davvero. Morta. Vittima di un gioco solipsistico e estremo di una mente malata, che già in altri casi – che solo ora emergono dalle cronache minime locali – era stato inscenato, pur se le poverette che ne erano state oggetto almeno della vita erano state graziate.

Forse si è voluto attribuire un significato che, nella mente distorta dell’assassino, non aveva quella posizione sacra e dissacratoria in cui è stata trovata la venticinquenne assassinata. Lui voleva uccidere… anzi, voleva far banchettare la propria libido su quella ‘cosa’ di carne; voleva provare la scarica adrenalinica dell’onnipotenza, della sottomissione.

Poi, la morte, la sopravvivenza delle sue torturate, sono accidenti che non lo toccano. Le altre donne – erano prostitute, embé? Rischiano quotidianamente la vita; tale e quale a certe mogli, compagne, ex, annientate da uomini, tranquilli o rissosi, giovani o vecchi, ricchi o poveri, alti, bassi, magri o grassi, parificati da una pervicace impotentia amandi – che sono riuscite, chissà per quale colpo di fortuna, a scansarsela, lo descrivono come un omino tarchiato, grigio, uno di quelli che, se lo incontri in autobus, ti sembra trasparente, tant’è anonimo, e forse ti resta impressa più la sua forfora che ne imbianca la polo sciatta.

Solo ora, che c’è un cadavere di mezzo, ci si è accorti che le sue vittime hanno un elemento che le collega: il nastro adesivo dell’azienda sanitaria di Careggi usato per legarle, per imprigionarne i movimenti, per amplificare un oscuro piacere.

Mi chiedo a che cosa serva un nastro adesivo intestato ad un’azienda sanitaria. Non certo alla parte medico-infermieristica; e neppure al settore degli uffici. L’unica cosa che mi viene in mente è che possa servire alla parte logistica, del magazzino.

Lì un nastro adesivo potrebbe servire a chiudere scatole e pacchi. Ma le mie sono solo illazioni. E forse, il particolare dello scotch intestato è il parto fantasioso di qualche giornalista in vena di alimentare la caccia al mostro. O di qualche investigatore che gli piace fare il Tenente Colombo senza impermeabile.

Illazioni: quello che di vero c’è è una donna uccisa, in una maniera barbara – comunque uccisa, con l’aggravante dell’efferatezza della modalità -, una vita spenta per mano di un uomo pervertito, che ogni giorno possiamo incontrare (lui, e quelli come lui), nei cui occhi non siamo capaci di leggere il pozzo profondo della sua malvagità.

La città di Firenze ancora porta le cicatrici di un’altra vicenda, di inaudita gravità, che ormai è stata archiviata con l’etichetta del ‘Mostro di Firenze’.

Una lunga scia di sangue che, proprio nei dintorni di Scandicci, fu palcoscenico di due duplici omicidi (degli 11 in totale attribuiti, fra il ’67 all’85 al cosiddetto ‘Mostro’) e che ora riapre una psicosi.

All’epoca furono fatte un fiume di congetture sui retroscena della vicenda, che aveva visto imputati un contadino rozzo e ignorante, Pietro Pacciani e due suoi cosiddetti ‘compagni di merende’, di questa sequela di uccisioni.

Non si riuscì a trovare un  perché, ad esempio, ai prelievi feticistici di parti dei corpi delle vittime, con un abile utilizzo del bisturi. Che ora, il nastro adesivo riporti a un ambiente comunque sanitario, è un altro retropensiero che sorge di fronte a questa nuova vicenda avvenuta nel territorio di Scandicci.

Ma le ipotesi investigative ci distolgono dal focus del ragionamento, che dovrebbe, invece, essere indirizzato sulla terribile sorte della giovane rumena trovata ammazzata dopo chissà quali violenze.

Che avrà avuto una lunghissima, orribile agonia, tanto che qualcuno ha confuso i suoi lamenti con quelli di un gattino – ma quale gattino geme per ore; e chi, foss’anche per un gattino, non si fa toccare il cuore da quello strazio? – Certo, la zona è estremamente degradata e fa terrore avventurarsi sotto un cavalcavia (a proposito, avevo dimenticato che la crocifissa è stata trovata sotto un cavalcavia) dove ogni sera c’è una sorta di sabba dei vizi, droga e prostituzione in quantità industriali, e potrebbe non essere prudente azzardarsi ad andare a vedere.

Ma, in un’epoca in cui i collegamenti telefonici sono alla portata di tutti, cosa costava chiamare Polizia e Carabinieri?

Un dubbio, dopo i 5 episodi di prostitute seviziate, poteva pure venire, no? Dite che, se si fosse rivelato davvero un gattino, Polizia e Carabinieri avrebbero potuto inquietarsi per essere intervenuti per una situazione così minuscola? E se, invece, erano i lamenti di un bambino, di un neonato abbandonato, di una donna stuprata e crocifissa.

Diceva Monsignor Luigi Di Liegro: «Non si può amare a distanza, restando fuori dalla mischia, senza sporcarsi le mani, ma, soprattutto, non si può amare senza condividere». Questa frase sottintende che, per essere parti del mondo, dell’umanità, non ci si può esimere dall’aiutare il proprio prossimo, secondo l’esortazione evangelica. Anche il soccorso a un gattino, o a una donna morente, fa parte di questo imperativo categorico di solidarietà.

Qualcosa di ben più alto e vero di tutto quel vuoto, nauseante chiacchiericcio che disseziona sui media una donna che vuol farsi oggetto per arrampicarsi nella carriera politica (ultima edizione, una tal Bacchiddu, che avrà sbagliato Partito, avrebbe avuto molti più fan, maschi, ça va sans dire, da un’altra parte… o no? Constato tristemente che, di fronte ai lati B, destra, sinistra, centro, ‘sott’e ‘ncoppa, par sono); un sindaco che fa un gesto da teppista e che, forse, dovrebbe prendersi un sabbatico psicoterapeutico, perché si sarebbe meritato un bel DASPO, se una misura di questo genere fosse prevista anche per i sindaci. Purtroppo, non c’è.   

 

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